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mercoledì 2 settembre 2015

Cinque pezzi difficili per la crisi italiana

Un vigoroso intervento nel dibattito aperto sul manifesto, con molte verità scomode e qualche punto su cui discutere. Eccone uno: gli sfruttati su cui far leva per uscire dalla crisi "strutturale" è solo quella dei lavoratori? Il manifesto, 2 settembre 2015

Con­cordo con pres­so­ché tutti i punti del deca­logo for­mu­lato da Norma Ran­geri su que­ste colonne (28 luglio) per l’apertura della discus­sione. Tut­ta­via, fra gli obiet­tivi e la loro pre­su­mi­bile rea­liz­za­zione s’interpone da parte mia un cumulo di dubbi e di per­ples­sità (come sem­pre più spesso, ahimè, mi capita), che sem­bre­rebbe, forse, oscu­rare gli obiet­tivi di cui sopra (non sarebbe, nono­stante tutto, nelle mie inten­zioni). Ma vediamo.

1) La crisi della sini­stra non è solo ita­liana: è euro­pea, anzi glo­bale. E’ sotto gli occhi di tutti: strano che se ne parli così poco in que­sti ter­mini. Som­ma­ria­mente (certo, troppo som­ma­ria­mente) io l’attribuisco a due fat­tori (in que­sto senso soprat­tutto europei).

Il primo: la scon­fitta che il lavoro e, in senso più spe­ci­fico e sostan­ziale, la classe ope­raia hanno subito nel corso degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso: in Inghil­terra; in Ger­ma­nia; in Ita­lia (in forme diverse, certo, ma orien­tate tutte nella mede­sima dire­zione). Ora, non c’è sini­stra (in senso clas­sico) senza rap­pre­sen­tanza del lavoro: per­ché la visione pro­gres­si­sta e rifor­ma­trice della “vera sini­stra” è sem­pre nata da lì (c’è biso­gno di esempi sto­rici). Se ne può fare a meno?

La scon­fitta del pro­le­ta­riato (anche in que­sto senso clas­sico) e della classe ope­raia ha pro­vo­cato nella società post-industriale e post-fordista l’emergere di due feno­meni, con­tem­po­ra­nei e al tempo stesso con­tra­stanti fra loro: una sorta di bor­ghe­siz­za­zione spu­ria e dispersa e una sorta di pro­le­ta­riz­za­zione spu­ria e dispersa di parti diverse della società. Manca il col­lante, poli­tico e sociale, che le tenga insieme. A mio giu­di­zio, anche la grande for­tuna attuale del verbo francescano-cattolico deriva da que­sto: sic­come non c’è forza ter­rena che ci rie­sca, la parola della Chiesa, che non ha biso­gno di veri­fi­che pra­ti­che allo scopo di gover­nare (dispe­rata mis­sione dei poveri poli­tici umani), appare comun­que, anche ai laici, una rispo­sta con­for­tante e consolatoria.

Come pos­sono di nuovo stare insieme le due cose? Dove deve met­tere le sue radici la “nuova sini­stra”? Come si rap­pre­senta un lavoro pro­fon­da­mente diverso dal pas­sato, — nel quale, natu­ral­mente, con­ti­nua a occu­pare un ruolo impor­tan­tis­simo la classe ope­raia, ma non più in posi­zione ege­mo­nica, — e lo si ri-organizza per rove­sciare l’ondata tra­vol­gente, mon­diale, del capi­ta­li­smo finan­zia­rio? Se non si risponde a que­ste domande, inter­viene l’atrofia dei muscoli e del cervello.

In fondo, l’emergere di una nuova feno­me­no­lo­gia poli­tica (non solo, ma soprat­tutto) nei paesi più deboli dell’orizzonte euro­peo occi­den­tale, — Spa­gna, Gre­cia, Ita­lia, — Pode­mos, Syriza, per­sino Grillo e il gril­li­smo, rap­pre­senta una rispo­sta a que­ste domande. Non ne con­di­vi­diamo uno per uno tutti gli orien­ta­menti e ne scru­tiamo spesso con qual­che pre­oc­cu­pa­zione gli obiet­tivi, ma non pos­siamo non rico­no­scere che in una società mobile e disar­ti­co­lata le loro sono rispo­ste più à la page delle nostre.

Il secondo: l’Europa vive ormai sotto l’incubo (anche arta­ta­mente gon­fiato, ammet­tia­molo) di uno scar­di­na­mento pro­vo­cato da un’ondata migra­to­ria di cui indub­bia­mente non esi­stono pre­ce­denti. La rea­zione è quella di una chiu­sura a ric­cio: da parte dei ceti bor­ghesi, o pseu­do­bor­ghesi, allo scopo di difen­dere i pro­pri pri­vi­legi; e da parte dei nuovi ceti pro­le­tari e sot­to­pro­le­tari allo scopo di difen­dere una loro pos­si­bile, ancor­ché impro­ba­bile, ascesa verso l’alto. In ogni caso, è fuori discus­sione che il feno­meno ali­menti qual­siasi tipo di rea­zione “popu­li­sta” (io pre­fe­ri­rei dire “mas­si­sta”, ma devo farmi inten­dere dai let­tori). Se il punto pre­ce­dente si sal­dasse con que­sto, il qua­dro potrebbe diven­tare deva­stante. Non a caso Beppe Grillo, che se ne intende, ha for­mu­lato pro­po­ste estre­ma­mente restrit­tive rispetto al feno­meno dell’immigrazione. E’ un dato di fatto, tut­ta­via, che la sini­stra, sia quella “sto­rica” sia quella “nuova”, su que­sto punto non ha saputo for­mu­lare altro che gene­ri­che pro­po­ste d’ingenuo soli­da­ri­smo, quando in Europa non s’è alli­neata tout court con le posi­zioni dei governi e dei ceti con­ser­va­tori. Il soli­da­ri­smo uma­ni­ta­rio è il nostro credo. Ma se non ha un pro­gramma, e forze e mezzi per rea­liz­zarlo, rischia di diven­tare straor­di­na­ria­mente autolesionistico.

Senza biso­gno di ricor­rere, come taluno auspica, a una nuova Poi­tiers, è vero per tutti che l’Europa a sini­stra si salva sia dall’interno sia dall’esterno. E’ una scom­messa bestiale, me ne rendo conto. Ma solo chi la vince, vince l’intera par­tita.

2) Quello che in Europa rap­pre­senta un deca­lage sto­rico impres­sio­nante, — ci sono governi mode­rati o con­ser­va­tori o di estrema destra in tutti i paesi, esclusa la Fran­cia, dove il socia­li­sta Hol­lande si appre­sta a lasciare il pre­mie­rato niente di meno che a un lea­der con­ser­va­tore, anzi rea­zio­na­rio, di primo pelo come Sar­kozy; in Ger­ma­nia i social­de­mo­cra­tici si limi­tano a navi­gare nella scia di Angela Mer­kel; in Inghil­terra i labu­ri­sti sono stati scon­fitti recen­te­mente per la seconda volta da Came­ron, in attesa che la stella di Cor­byn si levi in cielo dall’orizzonte, — diviene in Ita­lia, come sem­pre più spesso capita, un alle­gro (o meglio: squal­lido) spet­ta­colo della “com­me­dia dell’arte”. Non c’è un prov­ve­di­mento del governo Renzi che sia mini­ma­mente con­di­vi­si­bile. Il Jobs act. Il pro­gramma deva­stante e anti­am­bien­ta­li­sta delle Grandi Opere. La cosid­detta “Pes­sima Scuola”. Tutto è diven­tato com­mer­ciale, usu­frui­bile, sfrut­ta­bile: se non lo è, lo deve diven­tare a viva forza. La vicenda delle nomine dei diret­tori dei grandi musei ita­liani è uno schiaffo alla dignità nazio­nale e un’offesa ai fun­zio­nari che hanno il com­pito isti­tu­zio­nale di difen­dere il patri­mo­nio arti­stico e i beni culturali.

Il caso Azzol­lini è uno schizzo di fango sulla toga già non del tutto imma­co­lata del Pd: l’ammonimento sus­se­guente e con­se­guente del Pre­si­dente del Con­si­glio, — «non siamo i pas­sa­carte dei Pm», — suona ine­qui­vo­ca­bil­mente come un’apertura di cre­dito nei con­fronti dei poli­tici cor­rotti e cor­rut­ti­bili («State tran­quilli, qual­siasi cosa fac­ciate, ci siamo noi pronti ad aiu­tarvi e proteggervi»).

Ma quel che più conta è l’obiettivo cui mira la riforma costi­tu­zio­nale già in atto: ne rias­sumo le con­clu­sioni. Se il pro­getto del ducetto di Rignano sull’Arno dovesse andare in porto, un par­tito del 35% (il 20%, più o meno degli aventi diritto al voto), avrebbe nelle pro­prie mani, a par­tire dalle pros­sime ele­zioni, non solo il Par­la­mento, la Pre­si­denza del Con­si­glio e il Governo, ma anche la Pre­si­denza della Repub­blica e la Corte Costi­tu­zio­nale.

Quando si parla con orgo­glio del Par­tito della Nazione, si dimen­tica che que­sta ano­mala carat­te­riz­za­zione è stata usata in pas­sato solo dai nazio­na­li­sti di primo Nove­cento, poi con­fluiti trion­fal­mente nel fasci­smo della prima ora, e poi, per l’appunto, con moti­va­zione ancor più evi­dente, nel Par­tito Nazio­nale Fasci­sta. Non è un caso che la forza inne­ga­bile, e temi­bile, di Mat­teo Renzi con­si­sta nell’avere a dispo­si­zione una pos­sente arma di riserva. Se le cose doves­sero andar­gli male, o solo un po’ peg­gio, l’alleanza con la destra ber­lu­sco­niana sarebbe sem­pre a por­tata di mano. Altro che inter­ru­zione o declino del Patto del Naza­reno! Il Patto del Naza­reno è stato calato gene­ti­ca­mente nelle fibre costi­tu­tive del Governo Renzi, può essere rein­te­grato in ogni momento, anzi, più esat­ta­mente, non è mai venuto meno.

Cioè: siamo in Ita­lia di fronte al rischio di un vero e pro­prio cam­bia­mento di regime.

La con­clu­sione di que­sto punto è che in Ita­lia, — un paese da tutti i versi nel degrado più com­pleto, (cor­ru­zione poli­tica, cri­mine orga­niz­zato, per­dita gene­ra­liz­zata di fidu­cia nella poli­tica) — la bat­ta­glia della sini­stra per le sue tra­di­zio­nali parole d’ordine, (libertà, giu­sti­zia, egua­glianza) — deve essere ispi­rata anche for­te­mente ai biso­gni e alle pro­spet­tive di una difesa e di un rein­te­gro degli assetti isti­tu­zio­nali e costi­tu­zio­nali, della pre­senza e della dignità dello Stato e della ricerca di quell’obiettivo, che, forse un po’ troppo gene­ri­ca­mente, ma anche molto effi­ca­ce­mente, si defi­ni­sce “bene comune”.

E’ quel che accade oggi? Le con­nes­sioni tra le varie parti di que­sto dif­fi­cile e sca­lare discorso, — poli­tica, eco­no­mia, assetti sociali, rap­porto istituzioni-lotta di classe, — ci sono evi­denti e per­ce­pi­bili, più o meno nello stesso modo, da Son­drio a Capo Pachino? Direi di no, per ora.

3) La sini­stra, — un po’ tutta: quella del centro-sinistra-destra, che ci governa, e quella della “sini­stra al tempo stesso clas­sica e nuova”, in Ita­lia non ha (e/o non vuole avere) memo­ria. Non ha intro­iet­tato e tanto meno meta­bo­liz­zato la Bolo­gnina di Occhetto, la bica­me­rale di D’Alema, la teo­riz­zata e con­cla­mata auto­suf­fi­cienza dei Ds di Wal­ter Vel­troni, la pugna­lata nella schiena inferta al Governo Prodi da Rifon­da­zione Comu­ni­sta, il vigo­roso tra­monto della stella rin­no­va­trice di Anto­nio Bas­so­lino, per­sino il recente, smi­su­rato soste­gno isti­tu­zio­nale e costi­tu­zio­nale del Pre­si­dente Napo­li­tano all’esperimento Renzi.

Tanto meno ha intro­iet­tato e meta­bo­liz­zato i ten­ta­tivi di vol­tar pagina, che pure in que­sta nostra sini­stra ci sono stati. Più o meno dieci anni fa (2004–2005), in una con­giun­tura enor­me­mente più favo­re­vole di quella odierna, un gruppo di com­pa­gni diede vita a una cosa che si chia­mava “Camera di con­sul­ta­zione della sini­stra” e pro­pu­gnava, per l’appunto, l’unità della sini­stra radi­cale (Rifon­da­zione comu­ni­sta, Comu­ni­sti ita­liani, Verdi, parti impor­tanti della sini­stra Ds, gruppi auto­nomi, ecc ecc.). L’esperienza ebbe una larga e ricca gesta­zione, fu soste­nuta da un dibat­tito inte­res­san­tis­simo su il mani­fe­sto, ospite soli­dale e par­te­cipe, sfo­ciò in una grande Assem­blea nazio­nale alla Fiera di Roma. Il giorno in cui (12 aprile 2005) il lavoro avrebbe dovuto con­clu­dersi con un voto su di un docu­mento pro­gram­ma­tico, e di lì pas­sare ai fatti, Fau­sto Ber­ti­notti, segre­ta­rio di Rifon­da­zione comu­ni­sta, ne sabotò dura­mente il pro­se­gui­mento. Si avvi­ci­na­vano le ele­zioni. Il suo pro­gramma era un altro. La vit­to­ria elet­to­rale e, con­se­guen­te­mente, la par­te­ci­pa­zione a un governo for­te­mente spo­stato a sini­stra? No, la Pre­si­denza della Camera dei depu­tati. Oltre al fal­li­mento del pre­detto ten­ta­tivo, ne deri­va­rono diverse altre con­se­guenze nega­tive, fra cui, al limite, anche la scis­sione di Rifon­da­zione comu­ni­sta: una prova lam­pante di cosa signi­fi­chi lavo­rare, ala­cre­mente e astu­ta­mente, non per l’unità della sini­stra ma per la sua disunione.

Risen­ti­mento? Ran­core? Sì, certo. Ma anche qual­cosa di più. Abbiamo alle spalle un numero straor­di­na­rio di scon­fitte, gio­cate sia sul piano sto­rico e poli­tico sia su quello per­so­nale. Un ele­mento di rifles­sione sto­rica e poli­tica riguarda ad esem­pio l’impressionante declino della classe poli­tica comu­ni­sta post-berlingueriana.

Uno sto­rico serio dovrebbe affron­tare la que­stione e spie­garci come que­sto sia potuto acca­dere, e in que­sta misura. Un ele­mento di rifles­sione per­so­nale e antro­po­lo­gica riguarda invece la ina­spet­tata insor­genza e poi, deci­sa­mente, la pre­va­lenza, nei rap­pre­sen­tanti più in vista di tale ceto poli­tico; di que­gli ele­menti di un’etica degra­data e per­so­na­li­stica, che ci asse­diano da tutte le parti e che, a parole, ma a dir la verità sem­pre meno spesso, viene con­dan­nata nella società che ci circonda.

Con­clu­sione: se non si intro­ietta e rie­la­bora tutto que­sto, meglio non ricominciare.

4) Veniamo ora, scon­so­la­ta­mente, dalla disil­lusa e pres­so­ché dispe­rata rie­vo­ca­zione del pas­sato, ai buoni pro­po­siti del futuro. Ci vor­rebbe, — con­di­tio sine qua non: tener conto, certo, e farne il fon­da­mento, dei punti elen­cati ai n. 1, 2 e 3, — un nuovo Par­tito: un par­tito for­te­mente demo­cra­tico (una testa, un voto, e fin dall’inizio); for­te­mente rifor­mi­sta (non è più il tempo di un pro­te­stan­te­simo gene­rico e paro­laio, biso­gna indi­care con esat­tezza cal­vi­ni­sta le cose da fare, la gerar­chia con cui farle, per chi e come farle); e for­te­mente euro­pei­sta (per un’Europa fede­rata poli­ti­ca­mente, all’interno della quale valga il cri­te­rio politico-istituzionale della rap­pre­sen­tanza e non la forza di con­tra­sto e di ricatto della potenza eco­no­mica capi­ta­li­stica e delle tec­no­cra­zie ad essa asservite).

Un par­tito, dico, non una rete. So per espe­rienza (l’esperienza che manca alla mag­gior parte dei miei pos­si­bili inter­lo­cu­tori) che da una rete, — una qual­siasi rete, di asso­cia­zioni, di comi­tati, di gruppi, — non si decolla mai verso l’alto, ci si allarga solo, se va molto bene, orizzontalmente.

Un par­tito, aggiungo, pro­mosso e fatto soprat­tutto da gio­vani: tren­ta­cin­que, qua­ran­tenni. L’esperienza, anche in que­sto caso, dimo­stra che, per sor­gere o risor­gere, biso­gna sca­vare un fos­sato ben visi­bile rispetto al pas­sato (Pode­mos, Syriza). Il per­so­nale poli­tico e intel­let­tuale della “nuova sini­stra” è più vetu­sto di quello di centro-sinistra-destra (sto par­lando di me in primo luogo, ovvia­mente). I gio­vani non ci sono? Se non ci sono, vuol dire che l’Italia di oggi non li pro­duce, e se è così, è un bel guaio. Ma forse, anche in que­sto caso, abbiamo fatto di tutto, e stiamo ancora facendo di tutto, per­ché l’Italia non li pro­duca. Se si pro­po­nesse una leva, con l’obiettivo dichia­rato ed espli­cito di cedere alle nuove gene­ra­zioni il bastone del comando, forse qual­cosa di nuovo potrebbe sal­tar fuori. Meglio i pos­si­bili, dif­fi­cil­mente pre­ve­di­bili errori dei gio­vani che quelli, asso­lu­ta­mente pre­ve­di­bili, anzi già oggi del tutto scon­tati, dei nostri vetu­sti dirigenti.

Poi ci vuole una Per­sona, un’identità ben pre­cisa sia maschile che fem­mi­nile. E oggi, in tempo di media­ti­che mat­tane, ancora di più. L’esperienza recente lo dimo­stra: senza Igle­sias, senza Tsi­pras, per­sino senza Grillo, il com­bi­nato dispo­sto di pro­te­sta, irri­ta­zione, ricerca del nuovo, tanto più in assenza di un auten­tico, mate­riale, evi­dente, punto di rife­ri­mento sociale, non qua­glia. Dov’è que­sta Per­sona? Non sarà che a restar chiusi ancora una volta, per un’elementare rea­zione di auto­di­fesa, nella pic­cola legione mace­done fatta di qua­dri vetu­sti e d’intellettuali sta­gio­nati, la per­sona non rie­sce a venir fuori, resta ancora una volta e per sem­pre il dete­stato ed esor­ciz­zato Pover’Uomo di fal­la­diana memoria?

Per­ché que­ste e tutte le altre prove e con­tro­prove siano fatte ci vuole dun­que una vera (sot­to­li­neo: vera) fase costi­tuente, nel corso della quale si veri­fi­chi seria­mente, non solo e non soprat­tutto, se siamo d’accordo fra noi, ma se ci sono altri che sono d’accordo con noi: dispo­sti noi di con­se­guenza a cam­biare, se gli altri, i “nuovi” del “par­tito nuovo”, ci per­sua­de­ranno che le loro ragioni sono migliori delle nostre (che poi è esat­ta­mente quello che ci si dovrebbe augu­rare che avvenga). Que­ste ragioni devono venire soprat­tutto dall’esterno: non pos­siamo pre­ten­dere oggi di farle tutte bell’e con­fe­zio­nate dal nostro stanco e mille volte scon­fitto cervello.

5) Infine. Abbiamo sotto gli occhi la recen­tis­sima lezione, al tempo stesso esal­tante e dram­ma­tica, della Gre­cia. Nello spa­zio di un colpo di ful­mine siamo pas­sati dall’ammirazione scon­fi­nata per il pro­cesso di libe­ra­zione corag­gio­sa­mente ini­ziato e por­tato avanti da Syriza alla con­tem­pla­zione pro­ble­ma­tica del pro­cesso di com­pro­messo con le potenze domi­nanti all’interno della Ue pre­di­spo­sto e accet­tato dal Governo Tsi­pras per sal­vare il sal­va­bile e con­ti­nuare al tempo stesso il pro­cesso.

Non avrebbe alcun senso fon­dare qual­siasi cosa, e in modo par­ti­co­lare una nuova orga­niz­za­zione poli­tica, senza scio­gliere il nodo che tale evo­lu­zione ci costringe a esa­mi­nare e valu­tare, e di con­se­guenza con­ti­nuare a por­tarlo e rumi­narlo den­tro, invece di lasciarlo fuori, come una delle tante ere­dità mefi­ti­che del nostro sem­pre con­trad­dit­to­rio pas­sato. Insomma: biso­gna dire con chi si sta.

Io sto con Ale­xis Tsipras.
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