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venerdì 18 settembre 2015

Riforme, le “conseguenze” di Grasso

«Renzi con­ti­nua a pre­fe­rire l’aggiramento dell’ostacolo. La pres­sione sul pre­si­dente del senato per­ché non ammetta gli emen­da­menti all’articolo 2 per l’elezione diretta dei sena­tori è con­ti­nua». Il manifesto, 18 settembre 2015


Renzi avverte: se il presidente apre agli emendamenti l’articolo 2 della legge di revisione costituzionale allora sapremo come regolarci. E la minaccia della fiducia o l'anticipo di una mossa per prendere in contropiede i dissidenti Pd, il cui voto in senato si conferma decisivo

Nel primo giorno di dibat­tito gene­rale sulla riforma costi­tu­zio­nale, il governo con­qui­sta 179 voti di sena­tori con­trari alle que­stioni pre­giu­di­ziali che avreb­bero affos­sato il dise­gno di legge. La mag­gio­ranza ren­ziana si ral­le­gra: i numeri per vin­cere il brac­cio di ferro sulla Costi­tu­zione sem­brano esserci. Ma nel voto sulle pre­giu­di­ziali, così come nel voto di mer­co­ledì sul calen­da­rio dei lavori d’aula, la mino­ranza Pd ha deciso di seguire la disci­plina di par­tito: se invece i trenta ber­sa­niani, cuper­liani e bin­diani con­fer­mas­sero l’intenzione di votare con­tro l’articolo 2, nean­che il risul­tato di ieri mette al riparo il governo da una cla­mo­rosa scon­fitta. La cam­pa­gna acqui­sti dei sena­tori di cen­tro­de­stra — con­tro la quale ieri si è alzata la voce del sena­tore Sci­li­poti, sim­bolo di tutti i tra­sfor­mi­smi — mette Renzi nelle con­di­zioni di ten­tare il colpo. Ma a deci­derne il risul­tato sarà ancora una volta la fronda del Pd. Reggerà?

Renzi con­ti­nua a pre­fe­rire l’aggiramento dell’ostacolo. La pres­sione sul pre­si­dente del senato per­ché non ammetta gli emen­da­menti all’articolo 2 per l’elezione diretta dei sena­tori è con­ti­nua. Ieri due gior­nali — Stampa e Cor­riere — hanno rife­rito di un «piano B» di Renzi: can­cel­lare del tutto il senato (man­te­nendo però la legge iper mag­gio­ri­ta­ria per la camera) e tra­sfor­mare palazzo Madama in un museo. Palazzo Chigi ha smen­tito l’indiscrezione «vol­gare e assurda», Renzi non l’avrebbe mai «pen­sata né rife­rita». Grasso non ha cre­duto alla smen­tita e in pub­blico ha attac­cato il metodo di «far tra­pe­lare la pro­spet­tiva che si possa addi­rit­tura fare a meno delle isti­tu­zioni rele­gan­dole in un museo». «Ora Grasso deve deci­dere», ripete lo stuolo dei ren­ziani, che anzi spie­gano la mossa di sal­tare la com­mis­sione con l’indecisione del pre­si­dente del senato: aveva detto che avrebbe fatto la sua scelta solo una volta in aula, bene eccoci in aula. «Sono giorni con­vulsi e i pros­simi temo che saranno anche peg­gio», pre­vede Grasso. Renzi lo sfida aper­ta­mente: «Se ria­prirà la que­stione dell’articolo 2 ascol­te­remo le moti­va­zioni e deci­de­remo di conseguenza».

Può essere la minac­cia della que­stione di fidu­cia sull’articolo 2, con­tro tutti gli emen­da­menti «peri­co­losi» sul senato elet­tivo. Un azzardo che il sot­to­se­gre­ta­rio Piz­zetti ha cate­go­ri­ca­mente esclusa e un po’ tutti riten­gono uno strappo ecces­sivo e impro­ba­bile — ma è quello che si pen­sava prima che il governo met­tesse la fidu­cia sulle leggi delega e sulla riforma elet­to­rale. Oppure signi­fica che se Grasso deci­derà di aprire agli emen­da­menti anche qual­che altra parte dell’articolo 2 oltre al comma 5 che è stato toc­cato alla camera, Renzi cer­cherà di addo­me­sti­care la deci­sione pro­po­nendo una modi­fica che rin­vii la deci­sione sull’indicazione dei senatori-consiglieri alla legge ordi­na­ria. Si potrebbe inse­rire al comma suc­ces­sivo, il 6, dove attual­mente c’è la pre­vi­sione assai fumosa che i seggi sono attri­buiti regione per regione «in ragione dei voti espressi e della com­po­si­zione di cia­scun Consiglio».

Una qual­che aper­tura del pre­mier alle richie­ste delle oppo­si­zioni è ine­vi­ta­bile, pur­ché non sia sul cuore del dis­senso, l’elettività diretta dei sena­tori. Ser­virà ad addol­cire il pas­sag­gio con la mag­gio­ranza, o l’uscita dall’aula, di alcuni deci­sivi sena­tori di mino­ranza. Con­ces­sioni saranno fatte sulle com­pe­tenze del senato (allar­gate) e sull’elezione degli organi di garan­zia, Corte costi­tu­zio­nale e pre­si­dente della Repub­blica (la mino­ranza Pd ha i suoi emen­da­menti in mate­ria). Per il resto Renzi si pre­para al refe­ren­dum con­fer­ma­tivo pre­vi­sto per le leggi di revi­sione costi­tu­zio­nale. Ieri ha annun­ciato l’ennesimo calen­da­rio — let­tura con­forme della camera sulla riforma a gen­naio e refe­ren­dum in estate o autunno — esa­ge­rando in otti­mi­smo. Per­ché se la camera appro­vasse effet­ti­va­mente a gen­naio senza toc­care una vir­gola del testo del senato, la seconda let­tura sarebbe pos­si­bile solo dopo tre mesi, al più pre­sto in aprile, e da allora andreb­bero cal­co­lati i sette mesi neces­sari per il refe­ren­dum: al più pre­sto si fini­rebbe a novem­bre 2016.

Quanto ai temi della cam­pa­gna per il Sì, anche su que­sto Renzi ha for­nito un’anticipazione: «Ai cit­ta­dini basta dire che con la riforma ci sono meno poli­tici, le regioni hanno poteri più chiari, i con­si­glieri regio­nali pren­dono meno e il pro­ce­di­mento di legge è più sem­plice». Nulla di vero, dun­que: le pro­po­ste di legge alter­na­tive che il pre­mier ha rifiu­tato ridu­ce­vano ulte­rior­mente il numero dei par­la­men­tari, tagliando anche i depu­tati; le regioni avranno meno poteri; il rispar­mio che doveva essere di un miliardo oscilla secondo i cal­coli tra i 45 e i 90 milioni; il pro­ce­di­mento legi­sla­tivo pre­vi­sto dall’articolo 70 della Costi­tu­zione prima era descritto in una sola riga, adesso in più di cinquanta.
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