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mercoledì 9 settembre 2015

Quello che i profughi ci dicono

L'allarme e la previsione sono più che giusti, ma le parole  "classe" e "sinistra" vanno un po' strette rispetto alla catastrofe cui ci stanno portando alcuni secoli di capitalismo e all'immane impresa di scongiurarla. Il manifesto, 9 settembre 2015

Nell’ottobre del 2003, negli Stati uniti, fu pub­bli­cato il rap­porto di due ricer­ca­tori, Peter Sch­wartz e Doug Ran­dall, dal titolo «Uno sce­na­rio di bru­schi cam­bia­menti cli­ma­tici e le sue impli­ca­zioni per la sicu­rezza degli Stati uniti — Imma­gi­nando l’impensabile».

Il rap­porto, pro­ba­bil­mente ispi­rato da qual­che stra­tega del Pen­ta­gono per oscuri motivi, descri­veva arti­co­la­ta­mente una serie di eventi cata­stro­fici dovuti prin­ci­pal­mente ai cam­bia­menti cli­ma­tici, con con­se­guenze politico-sociali dirom­penti per alcune zone del mondo.

Dopo aver pre­vi­sto che «Aree ric­che come gli Usa e l’Europa diver­ranno delle “for­tezze vir­tuali” per impe­dire l’ingresso a milioni di per­sone costrette ad emi­grare per aver perso le pro­prie terre som­merse dall’aumento del livello dei mari, o per non poterle più col­ti­vare», i due ricer­ca­tori imma­gi­na­vano così il futuro pros­simo dell’Europa: «L’Europa affron­terà enormi con­flitti interni a causa del gran numero di pro­fu­ghi che sbar­che­ranno sulle sue coste, pro­ve­nienti dalle zone più col­pite dell’Africa. Nel 2025 la UE sarà pros­sima al collasso».

Anche se non è stato deter­mi­nato dai cam­bia­menti cli­ma­tici, que­sto sce­na­rio «impen­sa­bile» è ora sotto i nostri occhi, né si può esclu­dere del tutto, per gli anni a venire, un even­tuale col­lasso dell’Unione euro­pea. Il punto, ovvia­mente, non è sta­bi­lire se que­sti avve­ni­menti fos­sero o no pre­ve­di­bili (per quanto essendo l’essere umano anche un demiurgo, l’anticipazione e la pro­spet­tiva dovreb­bero far parte delle sue capa­cità), ma di capire il senso di que­sto flusso epo­cale di migranti, che non si limiti alle con­si­de­ra­zioni gene­ra­li­ste sull’emergenza sociale e non si appa­ghi dell’altrettanto gene­rico impe­gno per l’accoglienza e la soli­da­rietà verso di loro.

Ales­san­dro Por­telli, con la sen­si­bi­lità che lo con­trad­di­stin­gue, ha scritto che si tratta di una nuova forma di lotta di classe (anzi antica) anche se l’obiettivo di que­sti migranti non è il rove­scia­mento di un sistema, ma sem­mai il con­di­vi­derlo. E’ una inter­pre­ta­zione spiaz­zante per la sini­stra (anche quella anta­go­ni­sta) per­ché ci pone una serie di inter­ro­ga­tivi e di com­piti che ben poco hanno a che vedere col nostro uma­ni­ta­ri­smo, intriso com’è di mise­ri­cor­dia cri­stiana e prin­cipi illu­mi­ni­stici. Vero è che biso­gna fron­teg­giare raz­zi­smo e xeno­fo­bia, ma que­sto non può risol­versi sol­tanto nella riven­di­ca­zione di un’Europa soli­dale, col rischio che ciò si tra­muti in una sorta di obolo «comu­ni­ta­rio» senza per nulla inci­dere sulle ori­gini e l’entità del male che è stato fatto. Basta fis­sare qual­che imma­gine estiva per ren­der­sene conto: i pro­fu­ghi siriani che irrom­pono nelle vacanze dell’agiata bor­ghe­sia euro­pea sbar­cando nell’isola greca di Kos col loro carico di orrori, ne sono la meta­fora più effi­cace che mette di fronte chi ha e chi non ha, chi si diverte e chi si dispera, senza pos­si­bi­lità di dia­logo, per­ché la con­di­zione degli uni, in que­sta società, non può sus­si­stere senza quella degli altri. E noi lo sap­piamo, ma abbiamo smar­rito le parole e i gesti per cam­biare que­sto stato di cose.

Per que­sto i migranti ci par­lano. Presi sin­go­lar­mente ognuno dirà che è qui per rifarsi una vita, ma nel loro insieme, nel loro essere «massa inva­dente», ci dicono che l’altro mondo pos­si­bile di cui abbiamo vagheg­giato è, in realtà, un cumulo di mace­rie da cui stanno fug­gendo; che il nostro uma­ne­simo e i nostri valori medi­ter­ra­nei, cioè le «essenze occi­den­tali» come le chia­mava Franz Fanon (di cui il «basa­mento greco-latino» costi­tuiva una sorta di logo), sono ormai «sopram­mo­bili senza vita e senza colore». Disfarsi di que­sti sopram­mo­bili, can­cel­lando dalla mente degli oppressi l’immagine del «basa­mento greco-latino» pro­prio per­ché sim­bolo di quelle «essenze» domi­na­trici, era con­si­de­rato da Fanon un momento libe­ra­to­rio nella lotta dei dan­nati della Terra.

Oggi siamo alla distru­zione mate­riale di quel basa­mento per mano dell’Isis, che certo non può anno­ve­rarsi tra gli emuli di Fanon. Dun­que il pro­blema (dell’affrancamento eco­no­mico e cul­tu­rale di que­ste genti), si ripro­pone in forme tene­brose e non poteva essere altri­menti dato che l’Europa (per non par­lare degli Usa) non ha mai smesso di appor­tare disor­dine e dolore in Africa e Medio­riente. Quanti lea­der — afri­cani, arabi, pro­gres­si­sti e rivo­lu­zio­nari — sono stati uccisi, quante rivolte sof­fo­cate nel san­gue, quanti i governi rove­sciati pur di impe­dire che si affer­masse un punto di vista indi­pen­dente e/o mar­xi­sta come lo postu­lava Fanon: «Lasciamo quest’Europa che non la fini­sce più di par­lare dell’uomo pur mas­sa­cran­dolo dovun­que lo incon­tra, a tutti gli angoli delle sue strade, a tutti gli angoli del mondo». Diver­sa­mente l’Isis, nel men­tre pro­clama la distru­zione dell’Europa (limi­tan­dosi per ora a quella dei tem­pli), mira al con­trollo delle ric­chezze del sot­to­suolo in Medio Oriente, in Libia, in Nige­ria per rea­liz­zare (appa­ren­te­mente) un modello di società ibrida: con­fes­sio­nale, feu­dale, ma che non disde­gna l’uso di tec­no­lo­gie al passo con i tempi né, soprat­tutto, la logica di mer­cato pro­pria del capitalismo.

In altre parole non vogliono essere come noi, ma pren­dere il nostro posto. Non una vera alter­na­tiva quindi, ma una variante sì ed anche effi­cace, in grado di mobi­li­tare parte delle masse arabe ed afri­cane e di sug­ge­stio­nare l’animo degli esclusi che vivono nelle ban­lieue europee.

Fate qual­cosa, ci dicono ancora i migranti, per far sì che l’Isis non rap­pre­senti più una chance. Ma que­sta volta fatela bene. Fer­mate la guerra, ma fer­mate anche lo sfrut­ta­mento, quello che ci acco­muna in quanto subal­terni, ma ci divide in quanto a fede e nazio­na­lità. È un’istanza di classe, un appello alla sinistra.
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