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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

scritta dai media

DAI MEDIA

mercoledì 9 settembre 2015

Quello che i profughi ci dicono

L'allarme e la previsione sono più che giusti, ma le parole  "classe" e "sinistra" vanno un po' strette rispetto alla catastrofe cui ci stanno portando alcuni secoli di capitalismo e all'immane impresa di scongiurarla. Il manifesto, 9 settembre 2015

Nell’ottobre del 2003, negli Stati uniti, fu pub­bli­cato il rap­porto di due ricer­ca­tori, Peter Sch­wartz e Doug Ran­dall, dal titolo «Uno sce­na­rio di bru­schi cam­bia­menti cli­ma­tici e le sue impli­ca­zioni per la sicu­rezza degli Stati uniti — Imma­gi­nando l’impensabile».

Il rap­porto, pro­ba­bil­mente ispi­rato da qual­che stra­tega del Pen­ta­gono per oscuri motivi, descri­veva arti­co­la­ta­mente una serie di eventi cata­stro­fici dovuti prin­ci­pal­mente ai cam­bia­menti cli­ma­tici, con con­se­guenze politico-sociali dirom­penti per alcune zone del mondo.

Dopo aver pre­vi­sto che «Aree ric­che come gli Usa e l’Europa diver­ranno delle “for­tezze vir­tuali” per impe­dire l’ingresso a milioni di per­sone costrette ad emi­grare per aver perso le pro­prie terre som­merse dall’aumento del livello dei mari, o per non poterle più col­ti­vare», i due ricer­ca­tori imma­gi­na­vano così il futuro pros­simo dell’Europa: «L’Europa affron­terà enormi con­flitti interni a causa del gran numero di pro­fu­ghi che sbar­che­ranno sulle sue coste, pro­ve­nienti dalle zone più col­pite dell’Africa. Nel 2025 la UE sarà pros­sima al collasso».

Anche se non è stato deter­mi­nato dai cam­bia­menti cli­ma­tici, que­sto sce­na­rio «impen­sa­bile» è ora sotto i nostri occhi, né si può esclu­dere del tutto, per gli anni a venire, un even­tuale col­lasso dell’Unione euro­pea. Il punto, ovvia­mente, non è sta­bi­lire se que­sti avve­ni­menti fos­sero o no pre­ve­di­bili (per quanto essendo l’essere umano anche un demiurgo, l’anticipazione e la pro­spet­tiva dovreb­bero far parte delle sue capa­cità), ma di capire il senso di que­sto flusso epo­cale di migranti, che non si limiti alle con­si­de­ra­zioni gene­ra­li­ste sull’emergenza sociale e non si appa­ghi dell’altrettanto gene­rico impe­gno per l’accoglienza e la soli­da­rietà verso di loro.

Ales­san­dro Por­telli, con la sen­si­bi­lità che lo con­trad­di­stin­gue, ha scritto che si tratta di una nuova forma di lotta di classe (anzi antica) anche se l’obiettivo di que­sti migranti non è il rove­scia­mento di un sistema, ma sem­mai il con­di­vi­derlo. E’ una inter­pre­ta­zione spiaz­zante per la sini­stra (anche quella anta­go­ni­sta) per­ché ci pone una serie di inter­ro­ga­tivi e di com­piti che ben poco hanno a che vedere col nostro uma­ni­ta­ri­smo, intriso com’è di mise­ri­cor­dia cri­stiana e prin­cipi illu­mi­ni­stici. Vero è che biso­gna fron­teg­giare raz­zi­smo e xeno­fo­bia, ma que­sto non può risol­versi sol­tanto nella riven­di­ca­zione di un’Europa soli­dale, col rischio che ciò si tra­muti in una sorta di obolo «comu­ni­ta­rio» senza per nulla inci­dere sulle ori­gini e l’entità del male che è stato fatto. Basta fis­sare qual­che imma­gine estiva per ren­der­sene conto: i pro­fu­ghi siriani che irrom­pono nelle vacanze dell’agiata bor­ghe­sia euro­pea sbar­cando nell’isola greca di Kos col loro carico di orrori, ne sono la meta­fora più effi­cace che mette di fronte chi ha e chi non ha, chi si diverte e chi si dispera, senza pos­si­bi­lità di dia­logo, per­ché la con­di­zione degli uni, in que­sta società, non può sus­si­stere senza quella degli altri. E noi lo sap­piamo, ma abbiamo smar­rito le parole e i gesti per cam­biare que­sto stato di cose.

Per que­sto i migranti ci par­lano. Presi sin­go­lar­mente ognuno dirà che è qui per rifarsi una vita, ma nel loro insieme, nel loro essere «massa inva­dente», ci dicono che l’altro mondo pos­si­bile di cui abbiamo vagheg­giato è, in realtà, un cumulo di mace­rie da cui stanno fug­gendo; che il nostro uma­ne­simo e i nostri valori medi­ter­ra­nei, cioè le «essenze occi­den­tali» come le chia­mava Franz Fanon (di cui il «basa­mento greco-latino» costi­tuiva una sorta di logo), sono ormai «sopram­mo­bili senza vita e senza colore». Disfarsi di que­sti sopram­mo­bili, can­cel­lando dalla mente degli oppressi l’immagine del «basa­mento greco-latino» pro­prio per­ché sim­bolo di quelle «essenze» domi­na­trici, era con­si­de­rato da Fanon un momento libe­ra­to­rio nella lotta dei dan­nati della Terra.

Oggi siamo alla distru­zione mate­riale di quel basa­mento per mano dell’Isis, che certo non può anno­ve­rarsi tra gli emuli di Fanon. Dun­que il pro­blema (dell’affrancamento eco­no­mico e cul­tu­rale di que­ste genti), si ripro­pone in forme tene­brose e non poteva essere altri­menti dato che l’Europa (per non par­lare degli Usa) non ha mai smesso di appor­tare disor­dine e dolore in Africa e Medio­riente. Quanti lea­der — afri­cani, arabi, pro­gres­si­sti e rivo­lu­zio­nari — sono stati uccisi, quante rivolte sof­fo­cate nel san­gue, quanti i governi rove­sciati pur di impe­dire che si affer­masse un punto di vista indi­pen­dente e/o mar­xi­sta come lo postu­lava Fanon: «Lasciamo quest’Europa che non la fini­sce più di par­lare dell’uomo pur mas­sa­cran­dolo dovun­que lo incon­tra, a tutti gli angoli delle sue strade, a tutti gli angoli del mondo». Diver­sa­mente l’Isis, nel men­tre pro­clama la distru­zione dell’Europa (limi­tan­dosi per ora a quella dei tem­pli), mira al con­trollo delle ric­chezze del sot­to­suolo in Medio Oriente, in Libia, in Nige­ria per rea­liz­zare (appa­ren­te­mente) un modello di società ibrida: con­fes­sio­nale, feu­dale, ma che non disde­gna l’uso di tec­no­lo­gie al passo con i tempi né, soprat­tutto, la logica di mer­cato pro­pria del capitalismo.

In altre parole non vogliono essere come noi, ma pren­dere il nostro posto. Non una vera alter­na­tiva quindi, ma una variante sì ed anche effi­cace, in grado di mobi­li­tare parte delle masse arabe ed afri­cane e di sug­ge­stio­nare l’animo degli esclusi che vivono nelle ban­lieue europee.

Fate qual­cosa, ci dicono ancora i migranti, per far sì che l’Isis non rap­pre­senti più una chance. Ma que­sta volta fatela bene. Fer­mate la guerra, ma fer­mate anche lo sfrut­ta­mento, quello che ci acco­muna in quanto subal­terni, ma ci divide in quanto a fede e nazio­na­lità. È un’istanza di classe, un appello alla sinistra.
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