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domenica 13 settembre 2015

Per chi suona la moneta?

Ancora sul documento dei 4 della sinistra europea. «La moneta è impor­tante in un sistema capi­ta­li­stico di pro­du­zione, ma non è tutto. La forza di una moneta non è in sé, ma nel sistema eco­no­mico e nel paese che rap­pre­senta». Il manifesto, 13 settembre 2015

Nel docu­mento dif­fuso urbi et orbi da Varou­fa­kis, Lafon­taine, Melen­chon e Fas­sina si legge che: «Nes­sun paese euro­peo può ope­rare la pro­pria libe­ra­zione in modo iso­lato». Appunto. Pec­cato che il docu­mento non sia molto coe­rente con que­sto assunto. Esso vede la luce a pochi giorni dalle nuove ele­zioni gre­che e non si può dav­vero dire che sia una mano d’aiuto a Syriza e a Tsi­pras. Peral­tro se que­sti ultimi doves­sero per­dere, non si com­prende quale possa essere la mag­gio­ranza in grado di por­tare avanti il piano B soste­nuto dagli autori del docu­mento. Per attuarlo non bastano forze minoritarie.

Il con­fronto fra Tsi­pras e la Ue è avve­nuto pre­ci­sa­mente nell’isolamento inter­na­zio­nale. Un paese con­tro 18. Né i movi­menti sono riu­sciti ad espri­mere una soli­da­rietà così forte da inci­dere sui rap­porti di forza. Né i grandi paesi esterni alla Ue, ognuno con i pro­pri diversi motivi, non gli Usa, né la Rus­sia, tan­to­meno la Cina ave­vano inte­resse e pos­si­bi­lità di soste­nere la Gre­cia in uno spe­ri­co­lato sgan­cia­mento dall’euro.

In que­sto qua­dro si è giunti non a un accordo, ma alla con­su­ma­zione di un ricatto. Tspi­ras lo ha detto al suo popolo e al par­la­mento in modo spie­tato. L’introduzione di Syriza al pro­gramma di governo del 2015, che si pro­pone di inde­bo­lire se non neu­tra­liz­zare le con­se­guenze più regres­sive del nuovo Memo­ran­dum, affonda ancora il col­tello nella piaga. Dopo un impie­toso esame delle con­di­zioni nelle quali la Gre­cia a luglio si tro­vava si afferma: «Dove­vamo sce­gliere tra una riti­rata tat­tica, in maniera da pre­ser­vare la spe­ranza di vin­cere una bat­ta­glia poli­tica asim­me­trica, oppure imporre alla sini­stra un fal­li­mento sto­rico che avrebbe tra­sfor­mato il paese in un deserto sociale. Ci siamo presi la nostra parte di respon­sa­bi­lità e abbiamo scelto la prima opzione».

Sce­gliere l’altra avrebbe signi­fi­cato cadere nelle brac­cia della Gre­xit di Schau­ble. Le con­se­guenze di un’uscita dall’euro sono oggetto di discus­sione — per­ché non ci sono pre­ce­denti né è pre­vi­sta dai trat­tati -, ma mi sem­bra dif­fi­cile non assi­stere in quel caso a una ulte­riore fuga dei capi­tali, a pesanti mano­vre spe­cu­la­tive, a un balzo dell’inflazione pure in pre­senza di alti tassi di disoc­cu­pa­zione, quindi a una dimi­nu­zione dra­stica e bru­sca del valore reale di salari e pen­sioni già al lumi­cino. Per impe­dire que­sto, disse Varou­fa­kis a New Sta­te­sman, si era pen­sato a un piano B, con la neces­sa­ria riser­va­tezza, salvo veri­fi­care che man­ca­vano forze e mezzi per garan­tirne il risultato.

Cam­bie­rebbe in meglio il qua­dro se al posto di una Con­fe­renza euro­pea sul debito non solo greco, che è quanto ha sem­pre voluto Syi­riza e che in parte ha otte­nuto al ter­mine della mor­ti­fi­cante trat­ta­tiva con i pros­simi appun­ta­menti autun­nali — ai quali giu­sta­mente i greci chie­dono la pre­senza del par­la­mento euro­peo in quanto tale, unica strut­tura elet­tiva — si rea­liz­zasse una con­fe­renza per il piano B, pro­po­sta dagli esten­sori del docu­mento? Non credo pro­prio, poi­ché la pub­bli­cità stessa dell’atto — al di là delle buone inten­zioni e prima ancora degli esiti del mede­simo — spo­ste­rebbe l’attenzione dal piano A — ovvero bat­tersi den­tro l’Eurozona — al piano B, cioè alla uscita dall’euro.

In modo assai discu­ti­bile, i fau­tori del Piano B para­go­nano l’azione della Ue nei con­fronti della Gre­cia e dei paesi medi­ter­ra­nei alla «sovra­nità limi­tata» pra­ti­cata da Brez­nev con i carri armati a Praga. Ma dav­vero la fuo­riu­scita dall’euro sarebbe la libe­ra­zione dalla gab­bia? Vi sono paesi che hanno la loro moneta, come la Polo­nia, eppure non sono che un’articolazione del sistema pro­dut­tivo tede­sco. D’altro canto alla gab­bia dell’euro si sosti­tui­rebbe quella non certo più tenera dei mer­cati finan­ziari internazionali.

Per una sini­stra la disputa euro-non euro non dovrebbe avere di per sé un peso così diri­mente. Dovreb­bero esserlo molto di più le poli­ti­che pro­dut­tive. Certo, l’euro è stato costruito in un’area mone­ta­ria non otti­male che favo­ri­sce la potenza esor­ta­tiva della Ger­ma­nia. Sarebbe meglio — ci si potrebbe arri­vare senza disfare l’Europa, raf­for­zando l’unità di paesi e di sini­stre (auguri Cor­byn!) — avere una moneta comune in luogo di una moneta unica. Un’attualizzazione del Ban­cor pen­sato da Key­nes. La moneta è impor­tante in un sistema capi­ta­li­stico di pro­du­zione, ma non è tutto. La forza di una moneta non è in sé, ma nel sistema eco­no­mico e nel paese che rap­pre­senta. Ce lo inse­gna la sto­ria del rap­porto fra Usa e Dol­laro, ora si potrebbe dire fra la Cina e Renminbi.

In una tran­si­zione ege­mo­nica mon­diale fra Ovest e Est, ove le guerre sono all’ordine del giorno e una defla­gra­zione mon­diale è die­tro l’angolo, il ruolo di un’Europa fede­rale e demo­cra­tica, dotata di una pro­pria forza eco­no­mica, quindi anche di una moneta, è deci­siva. Se si tra­sfor­masse in un pro­tet­to­rato tede­sco più ristretto, come vogliono i vari Schau­ble, sarebbe una scia­gura non solo per l’economia ma per i già tra­bal­lanti rap­porti geo­po­li­tici mondiali.
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