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L’anno scorso in protesta all’inquinamento, gli artisti di Chengdu hanno messo maschere di cotone filtranti smog sulle statue (e sono stati arrestati). Le emissione di anidride carbonica salgono, Trump esce dall’accordo di Parigi e la pianificazione non si pone il problema. Non ci restano che le maschere? (i.b.)

scritta dai media

DAI MEDIA

martedì 8 settembre 2015

Migranti o rifugiati: l’ipocrita dilemma d’Europa

Il con­flitto tra cit­ta­dini euro­pei e pro­fu­ghi  non è un fatto “natu­rale”; è il pro­dotto dei tagli alla spesa pub­blica e della restri­zione di diritti, red­diti e sicu­rezza di chi lavora. Non si può cam­biare poli­ti­che dell’immigrazione senza cam­biare quelle di bilancio. Il manifesto, 8 settembre 2015

Lungo l’autostrada Budapest-Vienna si è dis­solto il futuro dell’Unione euro­pea e ha fatto la sua com­parsa una Europa nuova, fon­data su una cit­ta­di­nanza con­di­visa con pro­fu­ghi e migranti. La mossa di Angela Mer­kel è stata abile — le ha resti­tuito una popo­la­rità che l’attacco alla Gre­cia aveva com­pro­messo — e sacro­santa: ha per­messo a migliaia di pro­fu­ghi di rag­giun­gere la loro meta e a migliaia di cit­ta­dini euro­pei — austriaci, tede­schi e soprat­tutto unghe­resi — di dimo­strare il loro vero sen­tire: ren­dendo felici milioni di euro­pei. Ma dopo la pro­messa di acco­gliere tutti, sono arri­vati i distin­guo tra paesi di pro­ve­nienza sicuri e insi­curi e tra pro­fu­ghi e migranti eco­no­mici e l’assicurazione che si tratta di una misura temporanea.

Ma quella deci­sione uni­la­te­rale auto­rizza ogni governo ad andare per conto pro­prio: Came­ron ha subito rac­colto l’invito; i paesi del gruppo di Vise­grad si sono oppo­sti alle quote obbli­ga­to­rie; i paesi bal­tici li segui­ranno. E già si parla di sosti­tuire all’accoglienza un “con­tri­buto” in denaro: si paghe­ranno i respin­gi­menti un tanto al chilo? Èstato fatto così un altro passo nel dis­sol­vere l’identità dell’Unione euro­pea: ci sono paesi dell’Unione fuori dall’area Schen­gen e paesi Schen­gen fuori dall’Unione; paesi dell’Unione fuori della Nato e paesi della Nato furi dall’Unione; paesi nell’Unione dall’euro; paesi vir­tuosi e paesi dis­so­luti, ecc. Ora ci saranno paesi dell’Unione con le quote obbli­ga­to­rie e paesi senza. E cia­scuno si sce­glierà la nazio­na­lità che preferisce?

L’accoglienza divide tra loro gli Stati dell’Unione, impe­gnati a rim­pal­larsi le quote di pro­fu­ghi, e fomenta al loro interno lo scon­tro di cui si ali­menta la xeno­fo­bia. Ma l’Unione non avrà una poli­tica comune su pro­fu­ghi e migranti per­ché ha adot­tato da anni poli­ti­che che negano l’accoglienza — casa, lavoro, red­dito e sicu­rezza — a una quota cre­scente dei suoi cit­ta­dini. Se la disoc­cu­pa­zione gio­va­nile è al 20 per cento, e in alcuni paesi al 50, è a un’intera gene­ra­zione che viene negata la cit­ta­di­nanza. In que­ste con­di­zioni è dif­fi­cile varare una poli­tica di inclu­sione per cen­ti­naia di migliaia o milioni di migranti: quanti se ne pos­sono rea­li­sti­ca­mente aspet­tare sia aprendo le porte, sia pun­tando su respin­gi­menti inef­fi­caci e spie­tati. Il con­flitto tra cit­ta­dini euro­pei e pro­fu­ghi su cui ingrassa la destra xeno­foba, ma a cui i governi non sanno offrire alter­na­tive, finendo per restarne suc­cubi, non è un fatto “natu­rale”; è il pro­dotto dei tagli alla spesa pub­blica e della restri­zione di diritti, red­diti e sicu­rezza di chi lavora. Non si può cam­biare poli­ti­che dell’immigrazione senza cam­biare quelle di bilancio.

Ma la vera ragione della dis­so­lu­zione dell’Unione è un’altra: per anni i suoi governi hanno assi­stito ignavi, o hanno par­te­ci­pato a mas­sa­cri e guerre ai con­fini dell’Europa come se la cosa non li riguar­dasse, per­ché impe­gnati a per­se­guire poli­ti­che di bilan­cio sem­pre più prive di respiro, di pro­spet­tive, di futuro. Per anni, a parte gli accordi com­mer­ciali per pro­cu­rarsi petro­lio e metano, nes­suna forza poli­tica euro­pea ha mai for­mu­lato un dise­gno sen­sato sui rap­porti con l’area medio­rien­tale, medi­ter­ra­nea e nor­da­fri­cana: che si andava avvi­tando in crisi e con­flitti che non pote­vano che sfo­ciare nella dis­so­lu­zione delle rispet­tive com­pa­gini sociali. Il flusso di migranti in cerca di soprav­vi­venza in terra euro­pea è la prima — ma non l’unica — con­se­guenza di que­sta poli­tica tir­chia e insi­piente. Ma ogni giorno che passa spe­gnere que­gli incendi è più dif­fi­cile. È più facile attiz­zarli: Fran­cia e Regno Unito già pen­sano a unirsi alla guerra in Siria, come se non fos­sero stati loro a sca­te­nare quella in Libia, dove hanno creato un caos di cui nes­suno rie­sce più a venire a capo.

Ora che a risol­vere il pro­blema di cen­ti­naia di migliaia di esseri umani alla ricerca della soprav­vi­venza siano i ver­tici dell’Unione e i suoi governi è del tutto irrea­li­stico. Vor­reb­bero respin­gerne la mag­gio­ranza, ma non rie­scono: troppo alto è il prezzo di sof­fe­renze e di vite che stanno già facendo pagare alle loro vit­time per poter­sene assu­mere la respon­sa­bi­lità. Così cer­cano di nascon­dere il pro­blema die­tro la falsa distin­zione tra pro­fu­ghi e migranti eco­no­mici: come se una ragazza sfug­gita alle bande di Boko Haram in Nige­ria fosse diversa da un siriano che scappa dalle bombe dell’Isis, o di Assad, o di Erdo­gan, o degli Usa.

Ma le poli­ti­che di respin­gi­mento, oggi imper­so­nate da Orban, ma anche da tante forze poli­ti­che non solo di destra, e pro­gram­mate, solo in modo un po’ meno espli­cito, da molti governi, sono state rove­sciate e scon­fitte, anche se solo per qual­che giorno, dalla straor­di­na­ria mobi­li­ta­zione di un popolo euro­peo soli­dale con i pro­fu­ghi in mar­cia sull’autostrada per Vienna o nelle sta­zioni austria­che e tede­sche; un popolo che da qual­che giorno ha occu­pato la scena in un tutt’uno con quei pro­fu­ghi. Papa Fran­ce­sco ha aggiunto la sua voce, ma i pro­ta­go­ni­sti restano loro. Accanto a quelle mani­fe­sta­zioni che hanno bucato lo schermo ci sono altre migliaia di volon­tari che cer­cano, senza distin­guere tra pro­fu­ghi e migranti eco­no­mici, di alle­viare le sof­fe­renze di una mol­ti­tu­dine immensa respinta o abban­do­nata a se stessa: a Calais, a Ven­ti­mi­glia, a Kos, a Lam­pe­dusa, a Subo­tica, a Milano e in mille altri luo­ghi a cui i media non hanno dedi­cato un decimo dello spa­zio riser­vato ogni giorno alle infa­mie di Salvini.

Laici e cri­stiani, di destra (ci sono anche quelli) e di sini­stra, gio­vani e anziani, occu­pati e disoc­cu­pati (senza timore che gli por­tino via un posto che non c’è più per nes­suno), zin­gari per­se­gui­tati da Orban e musul­mani già inse­diati in Europa hanno costruito con la loro mobi­li­ta­zione le basi di una nuova cit­ta­di­nanza euro­pea che include, senza media­zioni, quei pro­fu­ghi in mar­cia die­tro la ban­diera euro­pea. Un unico popolo con­sa­pe­vole che l’accoglienza affet­tuosa di coloro che sono in fuga da guerre e fame è con­di­zione irri­nun­cia­bile della con­vi­venza civile nelle comu­nità e nei ter­ri­tori in cui vivono; e che lo svi­luppo sociale dell’Europa non può pre­scin­dere dalla crea­zione di una cit­ta­di­nanza euro­pea comune a tutti coloro che ne con­di­vi­dono l’aspirazione. In que­sto mel­ting pot si pos­sono creare anche le pre­messe di una ricon­qui­sta alla pace e alla demo­cra­zia dei paesi da cui pro­fu­ghi e migranti sono fug­giti: con orga­niz­za­zioni comuni che indi­vi­duino le con­di­zioni di una loro paci­fi­ca­zione e i pro­grammi per la loro rico­stru­zione; che con­qui­stino il diritto di sedere al tavolo delle trat­ta­tive diplo­ma­ti­che; che siano punto di rife­ri­mento per le comu­nità dei loro paesi di ori­gine. Nel gesto con cui migliaia di volon­tari hanno aiu­tato i pro­fu­ghi ad attra­ver­sare l’Ungheria c’è, senza ancora le parole per dirlo, il nuovo mani­fe­sto di Ven­to­tene di un’Europa inte­ra­mente da ricostruire.
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