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mercoledì 23 settembre 2015

Il modello tedesco

«Le cen­tra­line truc­cate sono un evi­dente stru­mento di com­pe­ti­zione sul mer­cato. Le stesse regole, come talune nor­ma­tive comu­ni­ta­rie appa­ren­te­mente gene­rate dal deli­rio di qual­che euro­bu­ro­crate, nascon­dono in realtà pic­cole e grandi guerre com­mer­ciali». Il manifesto, 23 settembre 2015 (m.p.r.)

Alla borsa dell’immagine, in que­sto tra­va­gliato 2015, la Ger­ma­nia balla senza sosta. Prima esi­bi­sce il volto spie­tato del rigore con­ta­bile e dell’austerità, poi quello uma­ni­ta­rio dell’accoglienza e della soli­da­rietà, infine quello truf­fal­dino della spre­giu­di­ca­tezza commerciale.

Pro­porsi all’Europa come modello ed esem­pio è una pre­tesa che com­porta qual­che incon­ve­niente. Cosic­ché lo scan­dalo delle emis­sioni truc­cate nelle auto smer­ciate dalla Volk­swa­gen sul mer­cato ame­ri­cano, e chissà su quanti altri, assume un signi­fi­cato e una dimen­sione ben più vasta di una frode com­mer­ciale, sia pure com­messa ed ammessa da uno “spec­chiato” gigante dell’industria mon­diale. È l’intera stra­te­gia di mar­ke­ting eco­no­mico e poli­tico per­se­guita da Ber­lino a rischiare di disfarsi. Nel paese dalla più svi­lup­pata sen­si­bi­lità eco­lo­gica e dalle più severe norme ambien­tali, il primo gruppo indu­striale, il fiore all’occhiello del suc­cesso tede­sco, si inge­gna nell’eludere l’una e le altre.

A poco vale allora met­tersi alla cac­cia di respon­sa­bi­lità indi­vi­duali, soste­nere che i test, quando non rap­pre­sen­tino una farsa, non sono certo un impec­ca­bile esem­pio di “neu­tra­lità della scienza”, ricor­dare che gli Stati uniti d’America, nono­stante le aspi­ra­zioni verdi di Obama, restano un for­mi­da­bile inqui­na­tore planetario.

Il danno è com­piuto e non saranno le multe sala­tis­sime o le dimis­sioni dell’amministratore dele­gato della casa di Wol­fsburg, Mar­tin Win­ter­korn a poterlo riparare.

Il fatto è che i tre volti del Modell Deu­tschland, sono in realtà uno solo. La poli­tica di auste­rità, i bassi salari e le restri­zioni del Wel­fare, impo­sti all’interno così come agli altri paesi dell’Unione euro­pea, il biso­gno di mano d’opera stra­niera, sia pure for­zato nei suoi tempi e nei suoi modi da una pres­sione migra­to­ria senza pre­ce­denti (non dal buon cuore di Angela Mer­kel) e l’aggressiva poli­tica di soste­gno all’export, costi­tui­scono un insieme piut­to­sto coe­rente anche se non pro­prio “esem­plare”. E per nulla al riparo da cata­stro­fici inci­denti di percorso.

Solo pochi giorni fa la Can­cel­liera aveva invi­tato le indu­strie auto­mo­bi­li­sti­che tede­sche ad assu­mere un alto numero di rifu­giati. C’è da scom­met­tere che a Wol­fsburg (dove sono stati accan­to­nati 6,5 miliardi, più della cifra com­ples­siva stan­ziata da Ber­lino per l’emergenza migranti, allo scopo di far fronte a una parte delle multe che pio­ve­ranno su Volk­swa­gen) pre­val­gano tutt’altre pre­oc­cu­pa­zioni. Le “spalle lar­ghe” della Ger­ma­nia, sban­die­rate quo­ti­dia­na­mente da Ber­lino, non sono certo il risul­tato di una vir­tuosa etica pro­te­stante, ma di una poli­tica di pro­te­zione a oltranza delle ban­che e delle ren­dite tede­sche, non­ché di un’accumulazione di sur­plus com­mer­ciale a spese degli altri mem­bri dell’eurozona che, come abbiamo visto, non è quel frutto imma­co­lato dell’eccellenza pro­dut­tiva teu­to­nica che vole­vano farci cre­dere. A meno di voler rico­no­scere anche alla tec­no­lo­gia della frode una sua qua­lità di eccellenza.

Benin­teso, è assai impro­ba­bile che il grande gruppo tede­sco, sia stato il solo ad aggi­rare in un modo o nell’altro gli stan­dard ambien­tali sta­bi­liti. Solo l’idea, ali­men­tata dall’autocelebrazione del libe­ri­smo, che la com­pe­ti­ti­vità sia un mec­ca­ni­smo “pulito”, una que­stione di “merito” e di effi­cienza, di capa­cità e di rigore, può farci acco­gliere con sor­presa lo “scan­dalo” Volk­swa­gen. Le cen­tra­line truc­cate sono un evi­dente stru­mento di com­pe­ti­zione sul mer­cato. Le stesse regole, come talune nor­ma­tive comu­ni­ta­rie appa­ren­te­mente gene­rate dal deli­rio di qual­che euro­bu­ro­crate, nascon­dono in realtà pic­cole e grandi guerre com­mer­ciali. Altret­tanti ten­ta­tivi di spo­stare il ter­reno della con­cor­renza a favore di deter­mi­nati pro­dut­tori. In que­sto gioco di sponda tra stan­dard nor­ma­tivi e com­pe­ti­zione sul mer­cato pos­sono crearsi cor­to­cir­cuiti e “danni col­la­te­rali” come quelli in cui sono incap­pati gli stra­te­ghi di Wol­fsburg, anche se, per il momento, solo oltre Atlantico.

Ma per la Ger­ma­nia il cui governo dif­fonde senza sosta una idea “morale” e vir­tuosa della com­pe­ti­ti­vità, rim­pro­ve­rando i part­ner euro­pei di non dedi­carvi suf­fi­cienti ener­gie e “riforme”, il gua­sto è dav­vero spa­ven­toso. Chi con­si­dera il mer­cato come lo spa­zio dere­go­la­men­tato di una con­cor­renza senza esclu­sione di colpi (i Repub­bli­cani Usa, per esem­pio) non tro­verà in que­sta vicenda par­ti­co­lare motivo di stu­pore, stig­ma­tiz­zando, sem­mai, più la frode come tur­ba­tiva degli scambi che l’inquinamento come danno per la società. Ma per chi sostiene che il mer­cato rap­pre­senta un “ordine” razio­nale e la com­pe­ti­ti­vità una disci­plina che si eser­cita al suo interno secondo regole certe non sarà facile supe­rare il trauma pro­vo­cato dalla truffa ad alta tec­no­lo­gia esco­gi­tata dalla Volk­swa­gen e le sue pro­ba­bili con­se­guenze com­mer­ciali. Di tanto in tanto quell’“ordine” si rivela, infatti, per quello che è: un rap­porto di forza.
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