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sabato 12 settembre 2015

Il dilemma del dissenso

La voce della ragione è una di quelle che in questa stagione nessuno di quelli che governano ha voglia di sentire. Meno di tutti quelli che invece di leggere e scrivere compongono e ascoltano solo i propri cinguettii. La Repubblica, 12 settembre 2015
LA DISOBBEDIENZA non è sempre una virtù. Però, spesso, è un indice di buona salute democratica. L’unanimità, invece, come ci insegna la storia antica e recente, è un gran brutto segno: esprime conformismo e apatia, fino a soggezione e costrizione. Come si garantisce allora in un corpo politico l’espressione delle diverse volontà con la lealtà e la coesione? Non ci sono che due strade: con il compromesso tra le diverse posizioni o con l’imposizione di una volontà, quella della maggioranza. Il Pd si torce nella ricerca di una soluzione a questo dilemma. Finora non si è trovata una via mediana tra la richiesta di compattezza e lealtà da parte del segretario, e l’affermazione di soggettività e dissenso da parte della minoranza.

Ma qualunque sia l’esito di questo conflitto, è il suo stesso sorgere che sembra inammissibile, quando in realtà esso non rappresenta altro che la fisiologia della politica. Quando mai c’è stato unanimismo nei partiti, democratici e non? Per decenni il Pci è stato accusato di scarsa o nulla democrazia interna a causa del suo “centralismo democratico”, una pratica in base alla quale dopo aver discusso negli organi interni, tutti dovevano seguire la linea decisa, pena l’espulsione. Invece, al suo interno, i conflitti, benché ovattati dentro le mura di Botteghe Oscure, divampavano, eccome. E in alcune occasioni venivano alla luce. Ad ogni modo, il fatto che le opinioni difformi da quelle della leadership non potessero organizzarsi in correnti, contrariamente a quanto accadeva agli altri partiti, era indice di grande intolleranza. Sembra passato un secolo da quel clima politico. Certo, un conto è il dibattito interno ad un partito, un conto il comportamento di voto in Parlamento, perché alle Camere è in gioco la maggioranza di governo. Qui la compattezza ha un valore ben più alto. Tuttavia, a parte la curiosa “regressione” del Pd a partito di massa classico, quando il segretario comandava sui parlamentari annullandone l’autonomia di giudizio, l’enfasi sull’obbedienza martellata dai supporter di Matteo Renzi ha uno sgradevole retrogusto plebiscitario.

In realtà, il voto difforme rispetto a quello del proprio partito non è una cosa inaudita nei parlamenti democratici. Per partire dal caso più recente, nel Bundestag tedesco molti parlamentari del partito della cancelliera Angela Merkel hanno votato contro gli aiuti alla Grecia: sia a febbraio che ad agosto circa un 20 per cento di deputati si è rifiutato di sostenere il governo su questo punto. In Gran Bretagna, durante la sessione parlamentare 2013/14, nel 31 percento delle votazioni, deputati appartenenti alla coalizione che sosteneva David Cameron hanno voto contro il loro governo. Il maggior numero di disubbidienti si trova tra i Conservatori: sono stati più di 20 in 8 casi, e più di 30 in tre casi. E questo ha determinato la sconfitta del governo in tre occasioni.

Ancora più significativo il caso della “fiducia” al governo di Manuel Valls, ripresentatosi in Parlamento con una nuova compagine governativa dopo le dimissioni, richieste e ottenute, di alcuni ministri riottosi. Il 16 settembre scorso, alla fine dell’illustrazione del nuovo programma (non una vera fiducia, in realtà, perché non è prevista in Francia), ben 31 deputati hanno votato contro. Per loro, come negli altri casi, nessuna sanzione. E men che meno è andato in crisi il governo.



Questi esempi ci dicono che i voti in dissenso rispetto alla leadership sono la norma in occasione di grandi dibattiti. Non scandalizzano più di tanto. Eppure il conflitto interno al Pd in merito alla riforma del Senato ha assunto toni apocalittici con aberrazioni che vanno dall’accusa di lesa maestà, da un lato, alle grida per l’attacco alla democrazia, dall’altro. Se al di là del contenuto del conflitto c’è una sfida da vincere, questa riguarda il profilo della leadership di Matteo Renzi. Perché una vera leadership si afferma per capacità di convinzione, non di coercizione. La spada di Brenno appartiene ai barbari, l’ agorà all’alba della civiltà. Per questo, anche per questo, un senatus può servire.
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