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giovedì 3 settembre 2015

Il berlusconismo visto dalla luna

L'illustre dissacratore del mostro del decennio scorso lo riprende  oggi sotto la sua lente rivelatrice, insieme al suo delfino Matteo.  «Rivediamo l’Italia descritta da Leopardi, parolaia, bigotta, sguaiata, inerte». La Repubblica, 3 settembre 2015


“GAFFE”, vocabolo nautico, è l’asta munita d’un ferro a uncino per l’accosto; nonché l’atto inopportuno; e Matteo Renzi, è gaffeur nei due sensi. Tale l’abbiamo visto in varie occasioni, da quando saltava sul palco allontanando un dolente predecessore; «togliti, mi metto io». Nel Nazareno, santuario Pd ( febbraio 2014), dichiara «piena sintonia» con Silvio Berlusconi. Così prende le parti d’un avventuriero la cui stella vola bassa (cortigiani di lungo corso cambiano cautamente divisa): stupore in platea; ma che la peripezia del sindaco fiorentino non finisca qui, è segno d’uno stato morboso nell’organismo politico. Il Colle soffiava lo sciagurato vento delle “larghe intese”.

Dalla fine secolo oligarchi della pseudosinistra baciavano la pantofola berlusconiana, dando a intendere che fosse Realpolitik. Era egemone, pifferaio ricco da scoppiare, e lo rimane quando va al governo il centrosinistra: ex comunisti garantiscono intangibili i fondamenti del conflitto d’interesse; manovre camerali lo riqualificano aprendogli la via d’una doppia rivincita. Fosse meno malaccorto, con rudimenti d’ ars gubernardi , in mano sua saremmo una monarchia caraibica. Siamo quasi salvi perché gli mancano le abilità dei maiali nell’Animal Farm.

Qui filtra il significato etimologico del bisillabo “gaffe”, l’uncino. L’ingordo rampante s’è impadronito del Pd: era la prima mossa e non basta; cercando sostegni meno malsicuri (mancava poco che un redivivo strappasse il premio a Montecitorio), s’è visto erede naturale dell’ormai ottuagenario; e agisce quale futuro autocrate d’un partito “nazionale” (l’aggettivo figurava nelle sigle fascista e nazista). La scandalosa «piena sintonia» era gesto rassicurante verso i “moderati”: «non vengo da sinistra»; e che l’idea abbia radici profonde, lo dicono Rimini e Pesaro. Comunione e Liberazione non regala favori. Erano applausi sviscerati. Re Lanterna ha un Delfino.

Esistono gaffe perdonabili, anche se gravi ad litteram , quando l’atto o l’emissione verbale siano accidenti del comportamento. Non pare il nostro caso. Nel predetto meeting (26 agosto) lo strenuo parlatore condanna vent’anni della storia d’Italia, presupponendo che Berlusco Magnus fosse uno statista con le carte in regola, e chi lo nega disseminasse peste giacobina. Forse viveva sulla luna ignorando conflitto d’interessi, illegalismo sfrenato, abuso dello strumento legislativo: quindi non sa come l’Olonese abbia dissestato la macchina penale instaurando aree d’impunità; con che toupet tentasse tre volte d’arrogarsi l’immunità mediante leggi invalide; e quanto una devastante criminofilia incidesse nelle sventure economiche d’Italia. L’aveva portata a due dita dalla bancarotta. O sa l’accaduto e lo ritiene fisiologico, quasi fosse prassi politica svenare un Paese istupidendolo: l’inquinamento sapeva d’epidemia cinquecentesca (morbo gallico o ispanico); se è così, l’indifferenza indica vuoto morale. L’ascesa berlusconiana è malaffare: corrompe, falsifica, plagia, froda; l’impunità della quale gode, fa scuola; ancora qualche anno e lo scenario sarebbe molto triste.

Matteo Renzi non ha gli spiriti animali del caimano, né issa bandiera nera, ma la successione a Re Lanterna presuppone delle affinità. Una è l’impulso a esibirsi. Stavolta svelava un disegno: battere cento teatri con musiche, film, scene dal vivo, raccontando mirabilia governativi; e sarebbe visione allucinatoria mussoliniana; l’animavano divise, sfilate, armi finte, parole ipnotiche (una molto spesa era “impero”). L’inconveniente delle fantasmagorie è che non resistano al vaglio empirico.

Ad esempio, nessuno può abolire l’imposta sulla casa dall’anno 2016, lasciando intatti i quadri della spesa e l’enorme debito pubblico, quando la crescita resta un desiderio. Il ministro competente, sgomento, domanda sotto voce dove scovare i soldi. Lo scilinguato Delfino non se ne preoccupa. Nel gesto autocratico supera l’ancora quasi regnante (non s’illuda d’una devoluzione spontanea). Davanti ai ministri sta in posa napoleonica. Tra le dicerie fornite dal meeting adriatico eccone una: li convoca in colloqui a due voci; ognuno dica in qual modo magnificare l’opera governativa nelle predette messinscene. Quintino Sella e Giolitti inorridirebbero.

Non è più tempo d’ en plein alle urne. Sette Regioni davano MR declinante. Grazie all’Italicum, monumento d’insigne furberia, può darsi che per il rotto della cuffia esca autocrate d’un “partito nazionale”, disponendo dei numeri nella monocamera: avrebbe vinto la componente berlusconoide d’un elettorato ibrido; non è apporto gratuito né duraturo. Corrono dei patti. I partner esigono quel che garantiva il predecessore ossia affari facili e rendite comode, quindi privilegi, linea criminofila (la chiamano garantismo), norme malleabili, condoni; e risorsa sine qua non , la prescrizione qual è assurdamente congegnata, che inghiotta uno o due processi su tre. La calcolava sulla misura delle sue pendenze penali. Confessando «piena sintonia », li rassicura, ma la politica morbida ha dei costi.

Il patto elettorale include un volatile dal nome melodioso, “vampiro”: corruzione, evasione fiscale, economia criminale sommersa dissanguano lo sventurato Paese, divorandogli il futuro; tengono banchetto i parassiti e non se ne esce perché la crisi economica innesca circoli perversi (causando declino intellettuale e atonia morale, esaspera l’impoverimento). Rivediamo l’Italia descritta da Leopardi, parolaia, bigotta, sguaiata, inerte. Sa d’imbonimento che l’impresario le mandi una compagnia ministeriale in cento teatri con musica e recite.

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