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lunedì 28 settembre 2015

«Questo voto è stato un imbroglio: un referendum l'avrebbero perso»

«I nazionalisti conquistano la maggioranza assoluta dei seggi nel parlamento catalano. La cronaca e l'intervista di Alessandro Oppes a Fernando Savater: «Sono solo elezioni regionali, ma i secessionisti le hanno trasformate in un plebiscito sull’indipendenza». La Repubblica, 28 febbraio 2015 (m.p.r.)


NELLE VIE DI BARCELLONA L'ESULTANZA
“ABBIAMO VINTO. ORA L'INDIPENDENZA”
di Alessandro Oppes

Barcellona. Un boato squarcia la notte sulla Plaça Comercial. Poi l’applauso, lo slogan ritmato di “In-Inde-Independencia”, e subito la folla intona Els Segadors, l’inno nazionale di quello che sperano possa diventare presto un nuovo Stato. Bastano i primi exit-poll trasmessi alle 8 della sera sui maxischermi allestiti nella roccaforte separatista del quartiere del Born, davanti al vecchio mercato in stile modernista riconvertito in centro culturale icona delle rivendicazioni nazionaliste, per scaldare gli animi, per scatenare l’euforia. Qui il listone di Junts pel Sí , nato dall’accordo tra il president Artur Mas e il leader repubblicano Oriol Junqueras, ha stabilito il suo quartier generale nella speranza di poter celebrare una nottata storica. E i dati, poi confermati dal conteggio ufficiale delle schede, gli danno ragione.

Il fronte secessionista supera l’obiettivo minimo della maggioranza assoluta di 68 seggi (ne ottiene 73), indispensabile per restare al governo della regione. Contrariamente alle prime proiezioni che gli assegnavano anche la maggioranza assoluta dei voti, tanto più significativa se si considera l’altissima affluenza alle urne, la più alta di sempre, si ferma invece al 48 per cento. Un risultato che Mas celebra comunque come un trionfo, ballando tra i suoi fan a tarda notte sul palco del Born. «Ha vinto il sì e ha vinto la democrazia», esulta il presidente, che promette di amministrare la vittoria «con senso di concordia rispetto alla Spagna e all’Europa». È presto per sapere se forzerà i tempi della minacciata dichiarazione unilaterale di indipendenza o esplorerà tutte le possibili vie di dialogo. Il listone ottiene 62 seggi, a cui vanno aggiunti i 10 della Cup, la frangia di estrema sinistra del blocco indipendentista. Un raggruppamento ideologicamente distante dalle posizioni neoliberali di Mas, però unito a lui dalla rivendicazione di una Catalogna libera dall’abbraccio di Madrid. 

Per il resto, sul fronte del “no” al divorzio dallo Stato centrale, risalta l’affermazione di Ciudadanos, il volto amabile dell’anti-nazionalismo (25 seggi contro i 9 di tre anni fa), in contrasto con il crollo verticale del Pp di Rajoy, che quasi vede dimezzati i voti (11 seggi, ne aveva 19) ed è ridotto a penultima forza con rappresentanza parlamentare. Resistono i socialisti, leggermente in calo ma meno di quanto ci si potesse aspettare, che con 16 seggi (nel 2012 ne ottennero 20) surclassano l’alleanza di sinistra Catalunya Sí que es Pot: un fiasco clamoroso per Podemos (non ha convinto il messaggio di Pablo Iglesias che non dice sì all’indipendenza ma propone un referendum se arriverà a conquistare la Moncloa a dicembre): l’apporto di Podemos alla coalizione è stato nullo, anzi penalizzante per gli eco-socialisti di Iniciativa per Catalunya, che tre anni fa da soli avevano conquistato 13 seggi, mentre questa volta con una campagna monopolizzata dalla formazione“viola” sono scivolati a 11.

Che la Catalogna vivesse una giornata potenzialmente storica, si è capito sin dal primo mattino, con lunghe code ai seggi (oltre il 77 per cento l’affluenza dieci punti in più rispetto al 2012). Nel cortile del Col-legi La Salle, a decine si accalcano in coda con la “papeleta” in mano. «Mai vista tanta gente», assicura un rappresentante di lista di Junts pel Sí, già convinto che possa essere un buon segnale per l’opzione secessionista. Siamo nel Barri de Gràcia, roccaforte indipendentista, dove tra vicoli e piazzette è difficile vedere anche un solo edificio che non abbia almeno una estelada esposta al balcone. Avvolto nell’emblema del “nou país”, lo Stato nuovo vagheggiato da Mas e soci, un anziano con barba bianca, pattini a rotelle ai piedi, gira come una trottola da un capo all’altro della Plaça de la Revolució, convinto probabilmente di aver scelto il posto giusto per celebrare una giornata decisiva.

Le operazioni di voto procedono in modo pacifico, senza incidenti di rilievo. La polizia nazionale, accorsa in forze da Madrid - 500 agenti inviati dal ministro dell’Interno - mantiene una presenza discreta: vigila sulle sedi degli edifici che ospitano uffici dell’amministrazione centrale e niente più, qui dell’ordine pubblico si occupa il corpo dei Mossos d’Esquadra, dipendente dal governo regionale. Qualche momento di tensione si vive sotto i riflettori di tv e fotografi quando il president Artur Mas arriva con la moglie Helena Rakosnik al seggio vicino al suo elegante appartamento di Carrer Tuset, nel quartiere alto-borghese di Sant Gervasi. Militanti di Vox, un partito irrilevante di ultradestra (roba da zero virgola) sfoderano due bandiere spagnole e inneggiano all’unità nazionale. I fan del “procés” separatista tuonano “independencia”. Espulsi i provocatori torna la calma. All’uscita, in un breve messaggio “urbi et orbi” in catalano, spagnolo, inglese e francese, Mas dice che, comunque andasse a finire, «la democrazia ha vinto, in Catalogna, in Spagna e in Europa».


"QUESTO VOTO È STATO UN IMBROGLIO. UN REFERENDUM L'AVREBBERO PERSO
intervista a Fernando Savater
di Alessandro Oppes

Dicano pure quello che vogliono, però quale che sia il risultato, si tratta di normali elezioni regionali trasformate in modo fraudolento in una sorta di referendum. È il filosofo Fernando Savater, attivo da sempre nel combattere ogni tipo di nazionalismo, a cominciare da quello che nel suo Paese Basco sfociò nella barbarie terroristica dell'Eta, non ci sta a fare concessioni al fronte vittorioso di Artur Mas.

Professor Savater, a questo punto cosa succede?
Il fatto che la vittoria di Junts pel S’ in una consultazione elettorale che legalmente doveva servire solo per rinnovare il Parlamento regionale venga interpretato come un avallo alle loro aspirazioni indipendentiste, è un qualcosa che non posso accettare.

Però il fatto di aver ottenuto un’ampia maggioranza, unito all’altissima affluenza alle urne, non potrebbe dare al governo catalano una maggiore forza per avviare un negoziato con Madrid?
Il governo centrale può negoziare ciò che gli è permesso dalle leggi. Non può trattare né sulla dissoluzione del paese né sul fatto che una parte dei cittadini perdano la loro cittadinanza. La cittadinanza è mia, non è del governo. Può al limite discutere su eventuali concessioni di carattere amministrativo che riguardano l'autonomia regionale.

Non pensa che ci si dovrebbe comunque attendere una proposta di qualche tipo da parte di Rajoy, fermo da tempo sulla linea della politica del muro contro muro?
A questo punto, forse dovremo aspettare le prossime elezioni legislative di dicembre, e vedere se sarà lui o qualcun altro a dover instaurare una fase di dialogo. Io non accetto che esistano questi "cittadini catalani” di cui si parla: questa è una regione che fa parte dell'amministrazione dello Stato spagnolo, e quelli che hanno votato sono cittadini spagnoli residenti in Catalogna e non altro. Non credo a un popolo catalano più o meno mitologico, non mi pare debbano avere diritti speciali, diversi rispetto a quelli del resto della popolazione spagnola. Culturalmente hanno una loro specificità, ma politicamente no.

Ma, conoscendo un po’ il percorso politico di Artur Mas, pensa che possa puntare già alla rottura definitiva, o che invece esistano margini perché si possa tornare indietro?
È difficile dirlo, perchè Mas ha cambiato idea tante volte, fino a convertirsi in tempi recenti all'indipendentismo. Ma per me fa lo stesso, perchè non credo che nessuno abbia il diritto di violare la legalità vigente.

Crede che il governo Rajoy abbia la capacità di far fronte alla sfida, ora che i separatisti si sentono molto forti?
Il governo dovrebbe servire per questo: per affrontare le sfide, per quanto complicate possano essere. Così come ha fatto fronte a situazioni particolarmente delicate come è stato ad esempio il terrorismo. Altrimenti, visto che fra tre mesi si vota per le legislative, bisognerà scegliere un esecutivo che sia in condizioni di risolvere i problemi.

Fino a pochi anni fa, il centro della sfida nazionalista al potere centrale era localizzato nel Paese Basco. Perché all’improvviso si è spostato verso la Catalogna?
È successo con l'inizio della crisi economica e quando sono cominciati a emergere gravi casi di corruzione in Catalogna. Quando le cose andavano bene e non c'erano scandali in vista, l'indipendentismo in Catalogna era una questione quasi folcloristica. Poi è arrivata la recessione, il governo Mas ha messo in pratica drastici tagli allo stato sociale e, al tempo stesso, il leader storico dei nazionalisti Jordi Pujol è stato travolto da uno scandalo monumentale. L'opzione separatista è emersa per tappare tutto questo.

Dovrà ammettere però che non è stata solo una mossa strategica di Mas: moltissima gente si è unita alla causa.
Sì, questo è vero. Però i catalani sono sette milioni. E poniamo pure che fossero tutti indipendentisti, cosa che ovviamente non è vera: non potranno mai imporre la loro volontà a 40 milioni di spagnoli.

Perché non piacciono ai catalani le “terze vie”, le soluzioni di compromesso?
Un po' perchè la propaganda a senso unico dei mezzi d'informazione pubblici non lascia spazio ai discorsi alternativi. E poi la terza via non si è mai capito bene che cosa sia. I socialisti, che la propongono, non l'hanno spiegata né bene né male, non l'hanno proprio spiegata. Figuriamoci se la possono capire gli elettori.
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