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domenica 20 settembre 2015

Dalla Grecia all’Europa

«La sfida greca ha un’importanza che è stata colta solo negli ulti­mis­simi giorni dagli ita­liani che vor­reb­bero un cam­bia­mento anche qui. L’appello fir­mato l’altro ieri da alcuni pro­ta­go­ni­sti della sini­stra è pic­cola cosa rispetto alle pro­spet­tive aperte da Tsi­pras». Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)


A fronte dei muri e degli eser­citi che l’Europa costrui­sce e schiera per respin­gere i migranti in fuga da guerre, vio­lenze, fame e povertà, l’altra guerra, quella eco­no­mica che l’ha attra­ver­sata e defor­mata, sem­bra quasi eclis­sata. E lon­tana dai riflet­tori è tor­nata la pic­cola Gre­cia che della oppres­siva cam­pa­gna finan­zia­ria è stata, e ancora resta, la cavia da labo­ra­to­rio delle poli­ti­che libe­ri­ste. Ma nella terra del Par­te­none la resi­stenza invece con­ti­nua. E per la terza volta in pochi mesi, dopo le ele­zioni di gen­naio e il refe­ren­dum di luglio, oggi le urne si ria­pri­ranno affin­ché di nuovo i cit­ta­dini pos­sano espri­mere la loro volontà poli­tica. Per dire chi li dovrà gover­nare e chi potrà meglio difen­dere gli inte­ressi di milioni di persone.

Ale­xis Tsi­pras si rivolge ai greci chie­den­do­gli la fidu­cia e la forza elet­to­rale neces­sa­rie per gui­dare il paese. Però né il lea­der che chiama il popolo a soste­nerlo, né il popolo che deve deci­dere se tor­nare a votarlo, sono gli stessi di qual­che mese fa. Sulle spalle del gio­vane poli­tico grava soprat­tutto il maci­gno del memo­ran­dum impo­sto dall’Europa. Per soste­nerne il peso senza essere schiac­ciato, Tsi­pras ha biso­gno di una forza note­vole, in grado di accom­pa­gnarlo nella dif­fi­cile, soli­ta­ria sfida per appli­care le richie­ste euro­pee. E nello stesso tempo deve tro­vare il modo di pro­teg­gere le classi sociali più col­pite. Un’impresa dun­que. Resa, se pos­si­bile, ancora più ardua dall’escalation del tra­gico esodo dei migranti che ogni giorno appro­dano sulle isole gre­che. Non è lo stesso popolo che ha lot­tato per allon­ta­nare il giogo delle misure eco­no­mi­che che hanno ferito i biso­gni pri­mari del lavoro, della salute, delle spe­ranze delle gio­vani generazioni.

Quanto sia più com­pli­cato ripor­tare al voto — e alla fidu­cia nella demo­cra­zia — i greci che il 25 gen­naio ave­vano tri­bu­tato a Syriza oltre il 35 per cento del con­senso, meglio di tutti lo sanno Tsi­pras e il gruppo diri­gente che lo sostiene. È lo spet­tro di una ras­se­gnata asten­sione il nemico da bat­tere. Que­ste ele­zioni rap­pre­sen­tano lo snodo cru­ciale per il futuro di un popolo e, insieme, sono il banco di prova dell’agibilità poli­tica di un governo di sini­stra nelle con­di­zioni peg­giori. Eppure, pro­prio per que­sto, si tratta — come abbiamo capito e impa­rato dai lun­ghi mesi di lotta di Syriza con­tro l’austerità euro­pea — di un cimento che oltre­passa i con­fini ate­niesi. Nel mare aperto, senza rotte trac­ciate da pre­ce­denti navi­ga­tori, che Tsi­pras ha scelto di attra­ver­sare, navi­gano tutte le sini­stre euro­pee, com­prese quelle che in Ita­lia vor­reb­bero vedere la nascita di una forza cer­ta­mente radi­cale e al tempo stesso di governo.

Ogni giorno spe­ri­men­tiamo la dif­fi­coltà di un pro­getto così ambi­zioso e ine­dito, per­ché nelle fasi di crisi eco­no­mica, è molto più facile asse­gnarsi il ruolo di oppo­si­zione con­tro le poli­ti­che libe­ri­ste dei governi. E non pochi con­si­de­rano una fol­lia assu­mere il com­pito di gover­nare quando la crisi, anzi, quando il crollo di un intero sistema eco­no­mico e sociale, can­cella i diritti e gli assetti demo­cra­tici novecenteschi.

Per Tsi­pras sarebbe più sem­plice, di fronte al prezzo poli­tico e per­so­nale da pagare, lasciare la Gre­cia nelle mani dei poli­tici che dal 2009 ne hanno sgo­ver­nato l’economia. Sarebbe anche sti­mo­lante tor­nare nella terra cono­sciuta delle piazze, magari per chie­dere il ritorno alla dracma come adesso recla­mano gli espo­nenti di Unità popo­lare, fuo­riu­sciti da Syriza.

Per il lea­der il bilan­cio è duris­simo. Quel memo­ran­dum che occupa Atene come un pan­zer ha spac­cato il «par­tito» e ha inde­bo­lito il governo. E allora per­ché sfi­dare la sorte in ele­zioni molto incerte? «Per­ché chi sta lot­tando, anche se viene ferito, non smette di lot­tare». Sono le parole dette al mani­fe­sto da Nikos Kotziàs, l’ex mini­stro degli esteri del governo Tsi­pras, e rac­chiu­dono in un’immagine vera tutto il signi­fi­cato del voto.

La sof­fe­renza del popolo greco non tro­ve­rebbe gio­va­mento con il cen­tro­de­stra, per­ché solo un governo di sini­stra può ten­tare di alle­viare le misure dell’austerità. Ma que­sto risul­tato elet­to­rale va ben oltre, per­ché se c’è un modo per por­tare l’Europa a discu­tere del debito dei paesi del lato sud del Con­ti­nente serve una vit­to­ria alle urne.

La sfida greca ha un’importanza che è stata colta solo negli ulti­mis­simi giorni dagli ita­liani che vor­reb­bero un cam­bia­mento anche qui. L’appello fir­mato l’altro ieri da alcuni pro­ta­go­ni­sti della sini­stra è pic­cola cosa rispetto alle pro­spet­tive aperte da Tsi­pras. Per­ché dopo è venuta la Spa­gna con Pode­mos; per­ché un poli­tico «socia­li­sta» ha vinto le pri­ma­rie nel Labour Party; per­ché adesso in Ita­lia final­mente si discute su come costruire una forza in grado di porsi come alternativa.

Dun­que nel voto greco non è in gioco solo il destino di un lea­der e di un paese intero: c’è anche il futuro delle sini­stre in Europa.
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