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La Galleria di Milano requisita per una cena benefica. Per non turbare il senso estetico dei lussuosi ospiti, le barriere che bloccano gli ingressi sono state dipinte d'oro. Il nudo cemento va bene solo in periferia. (p.s.)
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sabato 19 settembre 2015

Colosseo. Scandaloso chi governa, non chi lavora

Lo scandalo c'è. Ma non è nell'assemblea organizzata dal sindacato e autorizzato dai rappresentanti del governo ai sensi di legge e con il dovuto preavviso, ma nella negligenza nell'informare con metodi adeguati i visitatori. Ma l'occasione è buona per colpire i lavoratori e le loro rappresentanze. Articoli di Arianna Di Genova e Riccardo Chiari. Il manifesto, 19 settembre 2015


COLOSSEO, LA MACCHINA DEL CONSENSO È INCRINATe
di Arianna Di Genova 
Beni culturali. L'assemblea al Colosseo mette in crisi Renzi e Franceschini: ma per fregiarsi della cultura, bisogna sostenerla e pagarla

«Non più cul­tura in ostag­gio dei sin­da­cati», cin­guetta Renzi. «La misura è colma», fa eco Fran­ce­schini. Anche il sin­daco della capi­tale, Igna­zio Marino, sem­bra su di giri: «è uno sfre­gio per il nostro paese», tuona. Fran­ce­schini e Renzi si spal­leg­giano, e men­tre si pro­fes­sano pala­dini del Colos­seo, chiuso per due ore a causa di un’assemblea sin­da­cale già annun­ciata, nei fatti dichia­rano guerra al patri­mo­nio stesso. Per­ché per tenere aperti musei e siti archeo­lo­gici, ren­den­doli quel pre­zioso biglietto da visita che in realtà sono per natu­rale dna, biso­gne­rebbe prima di tutto soste­nerli, trat­tarli dav­vero come beni comuni. Ma quella man­ciata di ore «rubate» ai turi­sti ha tenuto in scacco i vari pro­clami di Renzi&Co sulla cul­tura, dive­nuta una for­mi­da­bile mac­china per spre­mere con­senso. Ha lace­rato una maschera assai comoda da indos­sare, tra­vol­gendo un argo­mento così ama­bil­mente «social». Il ritardo di aper­tura dell’Anfiteatro Fla­vio è rim­bal­zato in rete, un fiume in piena che ha rotto gli argini: i più sma­li­ziati hanno trat­tato la noti­zia con iro­nia, altri con disap­punto, dif­fu­sa­mente il «disa­gio» ha pre­stato il fianco a una deni­gra­zione dei lavo­ra­tori, aiz­zata soprat­tutto dal governo.

A uno sguardo distratto, quella spe­cie di tsu­nami che ha attra­ver­sato il Par­la­mento, scosso di fronte ai turi­sti in fila fuori dal Colos­seo, dovrebbe far spe­rare per il meglio: i depu­tati, dopo anni di olget­tine, feste e cor­ru­zione tra­ver­sale hanno final­mente a cuore qual­cosa che li rende più umani. Il sog­getto, oltre­tutto, è bipar­ti­san. Se il Pd nazio­nale ha gri­dato allo scan­dalo («non si chiude la cul­tura» ) e addi­rit­tura un pasio­na­rio come Pedica si è offerto volon­ta­rio in veste di custode, altri a destra (e pure diversi a sini­stra) ne hanno appro­fit­tato per attac­care il diritto di scio­pero. Che poi era un’assemblea di due ore, come avviene in tutti i musei del mondo senza susci­tare iste­ri­smi: la Natio­nal Gal­lery di Lon­dra ha ser­rato le porte per 50 volte in un anno di fronte alla minac­cia di un pas­sag­gio in mani pri­vate.

Alla fine della gior­nata, è arri­vata la schia­rita: l’annuncio di un nuovo decreto-legge che inse­ri­sca la cul­tura fra i ser­vizi essen­ziali. Bene, ha affer­mato il soprin­ten­dente Pro­spe­retti, fermo restando il fatto che tutto era stato annun­ciato, non si è trat­tato di chiu­sura ma solo di un posti­cipo e avvisi mul­ti­lin­gue erano stati espo­sti sui monumenti.

In vista di una pri­va­tiz­za­zione dei beni cul­tu­rali a cui si punta con ogni ener­gia pos­si­bile – i com­mis­sa­ria­menti sono stati una cata­strofe, quindi una strada non più per­cor­ri­bile – ha preso forma un brac­cio di ferro tra sin­da­cati e governo. Una volta ven­ti­lato lo scio­pero nazio­nale, lo scon­tro è diven­tato epico: i custodi rivol­tosi come tanti Spar­taco che si rifiu­tano di aval­lare il nuovo hash­tag, «la buona cul­tura». Vale la pena, però, fare un passo indie­tro per sca­val­care l’onda emo­tiva e media­tica. E con un po’ di sano distacco, cer­care di capire cosa sia real­mente suc­cesso in una gior­nata poli­tica la cui agenda ad hoc è stata costruita fin dal mat­tino.

I turi­sti, invece della con­sueta fila di almeno un’ora per entrare nel cele­bre monu­mento, ieri ne hanno fatta una un po’ più lunga. Il Colos­seo — come altri siti ita­liani per­ché l’assemblea era nazio­nale — ha aperto più tardi rispetto al con­sueto a causa di un incon­tro fra lavo­ra­tori e sin­da­cati. L’oggetto? La man­canza del paga­mento da parte dello Stato – dal novem­bre scorso, quasi da un anno, del cosid­detto «sala­rio acces­so­rio», quello matu­rato per le aper­ture lun­go­ra­rio, e anche not­turne. Era il frutto di un accordo che avrebbe per­messo di non tenere, appunto, «la cul­tura in ostag­gio», secondo lo slo­gan ren­ziano. Però non è stato ono­rato: i 18,500 dipen­denti del mini­stero aspet­tano le inden­nità acces­so­rie (30% dello sti­pen­dio) da un’infinità di mesi. Oltre­tutto, siti impor­tanti come Uffizi e Pom­pei non sono stati chiusi, per dare un segnale posi­tivo. Palazzo Pitti sì: seb­bene la città di Firenze pul­lu­lasse di turi­sti, nes­suno è corso alle armi. Non sem­pre le richie­ste sin­da­cali sono del tutto con­di­vi­si­bili, ma sta­volta cono­scere le ragioni può aiu­tare a diri­mere la questione.

Il Colos­seo è aperto sette giorni su sette, da marzo a otto­bre (con visite gui­date) anche di notte, eppure sof­fre dell’endemica e cro­nica malat­tia dei nostri beni cul­tu­rali: la man­canza di orga­nico, vuoi stru­men­tale vuoi per difetto di finanze e tagli incon­sulti sus­se­gui­tisi a raf­fica. Se la riforma del Mibact è stata com­piuta e pure strom­baz­zata ai quat­tro venti – com­preso il fiore all’occhiello dei vari diret­tori ita­liani e esteri inse­diati nei «posti chiave», – poco o nulla si è fatto per col­mare quella scon­for­tante carenza di per­so­nale. Per fare un esem­pio: i custodi in ferie, durante l’estate sono stati sosti­tuiti con per­sone che veni­vano pagate 3,5 euro l’ora, get­tate nell’arena senza pre­pa­ra­zione né alcun corso. Riem­pire i buchi, di corsa e con il minor danno pos­si­bile (in ter­mini eco­no­mici), con­ti­nua ad essere la parola d’ordine. Nes­sun sistema strut­tu­rale per ovviare al disa­gio. Il «caso» l’ha creato il governo stesso, facendo la prima mossa, la più grave: non rispet­tando i patti. La cul­tura non c’entra pro­prio niente.


PROTESTE CHIUSE PER DECRETO
di Riccardo Chiari

Musei. Un’assemblea sindacale di due ore dei custodi del Colosseo scatena la vendetta premeditata del governo. Anche M5S contro i lavoratori. La Cgil attacca Renzi. La riunione era annunciata e autorizzata da tempo. Da mesi ai lavoratori non sono pagati gli straordinari. Ma il ministro ’costruisce’ il caso per un obiettivo che piace al governo: limitare il diritto di sciopero

«No alla cul­tura ostag­gio dei sin­da­cati». Pas­sano gli anni, ma il “bomba” Renzi, così come lo ave­vano ben pre­sto indi­vi­duato i com­pa­gni di classe del liceo Dante, pro­se­gue a spa­rarle in libertà. Il pro­blema, per gli ita­liani, è che in un modo o nell’altro il “bomba” è diven­tato pre­si­dente del con­si­glio. Suc­cede così che una nor­male assem­blea sin­da­cale, chie­sta per tempo — una set­ti­mana fa — e rego­lar­mente auto­riz­zata dalla Soprin­ten­denza spe­ciale per il Colos­seo, il Museo Nazio­nale Romano e l’Area Archeo­lo­gica di Roma, diventa casus belli. Di una guerra che ha come obiet­tivo finale il diritto di scio­pero. Da limi­tare, al momento, con un decreto legge deto­nante. Da ammaz­zare, entro breve, con una raf­fica di dise­gni di legge, già all’ordine del giorno della com­mis­sione lavoro del Senato e a quella affari Costi­tu­zio­nali. Fir­mati dai soliti Mau­ri­zio Sac­coni e Pie­tro Ichino.

Bastano le file all’entrata del Colos­seo a creare il caso. Dal nulla, visto che nei prin­ci­pali poli museali ita­liani, quo­ti­dia­na­mente presi d’assalto dai turi­sti, un paio di ore di coda sono fisio­lo­gi­che. Chie­dere per infor­ma­zioni ai visi­ta­tori della Torre pen­dente di Pisa, costretti a pas­sare uno per volta sotto il metal detec­tor per motivi di sicu­rezza. E di due ore e mezzo era la durata dell’assemblea, pun­tual­mente segna­lata sui quo­ti­diani, per­ché la comu­ni­ca­zione uffi­ciale della Soprin­ten­denza era arri­vata per tempo. Anche su alcune agen­zie di stampa. Ma pro­prio una di esse — la prin­ci­pale — di buon mat­tino lan­cia già, con evi­denza, la noti­zia: «Un’assemblea sin­da­cale tiene chiusi i siti archeo­lo­gici più impor­tanti della Capi­tale: Colos­seo, Foro Romano e Pala­tino, Terme di Dio­cle­ziano e Ostia Antica».

Da quel momento prende forma un cre­scendo inar­re­sta­bile. Scatta per prima, ma quando i can­celli del Colos­seo sono già stati ria­perti, la for­zi­sta Lara Comi: «Il paese è bloc­cato dai sin­da­cati». A ruota il capo­gruppo dem di Mon­te­ci­to­rio, Ettore Rosato: «Il Colos­seo chiuso per assem­blea è uno sfre­gio all’impegno di Roma per com­pe­tere con le grandi città euro­pee». Il colpo grosso arriva dopo mez­zo­giorno: «La misura è colma», detta il mini­stro Dario Fran­ce­schini, pronto ad annun­ciare che, in accordo con Renzi, pro­porrà al con­si­glio dei mini­stri di inse­rire musei e luo­ghi della cul­tura nei ser­vizi pub­blici essenziali.

L’idea non è nuova. Renzi & Fran­ce­schini ci ave­vano già pro­vato a luglio, quando ave­vano ven­duto come “sel­vag­gia” un’altra assem­blea indetta secondo le pro­ce­dure di legge, a Pom­pei. Ma è pro­prio la legge, peral­tro non certo per­mis­siva, ad essere nel mirino del governo e dei suoi sodali. Fra que­sti ultimi spicca Sac­coni: «Roma, caos turi­sti: ora fare legge su scio­pero e diritti sin­da­cali per pro­teg­gere utenti beni pub­blici». A dar­gli man­forte Ange­lino Alfano: «Appro­viamo subito le legge di Sac­coni su rego­la­zione scio­pero a tutela utenti beni pub­blici. Ieri è ini­ziato l’iter al Senato».

Chi non crede all’evidenza del pen­siero unico avrà da pen­sare guar­dando il “sin­daco anti­fa­sci­sta” Igna­zio Marino che si fa ripren­dere da una tele­ca­mera men­tre dice: «Sono com­ple­ta­mente d’accordo con Fran­ce­schini». Non fa una bella figura lo staff di Laura Bol­drini, che le per­mette di dire: “È giu­sto svol­gere l’attività sin­da­cale, ma non si può senza pre­av­viso». Deso­lanti i 5 Stelle: «Dopo Pom­pei, suc­cede di nuovo e que­sta volta a Roma». Unica voce fuori dal coro Paolo Fer­rero di Rifon­da­zione: «Sono inde­centi gli attac­chi ai lavo­ra­tori del Colos­seo e dei Fori. Fran­ce­schini dovrebbe occu­parsi piut­to­sto dello stato in cui versa il nostro patri­mo­nio arti­stico e cul­tu­rale, che cade a pezzi. Sono le risorse che man­cano e i tagli alla cul­tura che dan­neg­giano il turi­smo, non l’assemblea dei lavoratori».

È alli­bito Clau­dio Meloni, coor­di­na­tore per la Fp Cgil del Mibact: «Non è pos­si­bile che il mini­stro Fran­ce­schini non sapesse che le assem­blee avreb­bero potuto com­por­tare il rischio di aper­ture ritar­date. A Roma l’assemblea è stata chie­sta rego­lar­mente l’11 set­tem­bre e rego­lar­mente auto­riz­zata dal soprin­ten­dente, con largo anti­cipo. Vor­rei inol­tre ricor­dare al mini­stro che i beni cul­tu­rali già stanno nella legge che rego­la­menta i ser­vizi pub­blici essenziali».

Tutto inu­tile. A sera, finito il con­si­glio dei mini­stri, l’ineffabile Fran­ce­schini annun­cia: «Il decreto legato alla vicenda del Colos­seo pre­vede che sia aggiunta ai ser­vizi pub­blici essen­ziali anche l’apertura dei musei». Inu­tile anche lo sguardo fuori dai con­fini patri: «Ini­zia­tive ana­lo­ghe avven­gono in tutti i paesi d’Europa — ricor­dano Meloni, Giu­liana Gui­doni della Cisl Fp ed Enzo Feli­ciani della Uil Pa — ricor­diamo il caso dei lavo­ra­tori della Natio­nal Gal­lery di Lon­dra, in mobi­li­ta­zione da diversi mesi con­tro la pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi, o i lavo­ra­tori della Tour Eif­fel a Parigi, che l’anno scorso hanno chiuso per ben tre giorni il monu­mento più visi­tato di Fran­cia. Senza che a nes­suno degli espo­nenti poli­tici o dei media di que­sti paesi sia venuto in mente di met­tere in discus­sione i diritti fon­da­men­tali dei lavoratori»

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