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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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DAI MEDIA

mercoledì 23 settembre 2015

Chi ha paura di un nuovo inizio in Grecia

Se parliamo di politica e non di farfalle, allora bisogna ammettere che l'Alexis di"l'Altra Europa con Tsipras ha vinto, e che Syriza non ha nulla a che fare col PD di Matteo Renzi (né con la "sinistra tremula").  Il manifesto, 23 settembre 2015

Con la netta vit­to­ria elet­to­rale di dome­nica, Syriza e Ale­xis Tsi­pras si affer­mano sal­da­mente alla guida della Gre­cia e al cen­tro della poli­tica euro­pea. E’ un risul­tato straor­di­na­rio per tutti noi, in primo luogo per­ché dimo­stra che il piano degli oli­gar­chi, greci ed euro­pei, per­se­guito con ottusa arro­ganza fin dal 25 di gen­naio, è fal­lito. Vole­vano libe­rarsi dell’anomalia greca. Dell’unico governo di sini­stra che si oppo­neva al loro modello fal­li­men­tare. E se lo ritro­vano più vivo che mai nelle urne, legit­ti­mato da un nuovo, testardo, indi­scu­ti­bile con­senso elettorale.

Dopo una via cru­cis che avrebbe logo­rato qua­lun­que altro governo nel mondo e che qui, invece, l’ha raf­for­zato. Vole­vano ste­ri­liz­zare i loro lindi tavoli euro­pei dalla pre­senza fasti­diosa di un capo di governo non alli­neato ai loro voleri, e se lo ritro­vano ora davanti, in que­sti stessi giorni, a que­gli stessi tavoli, soprav­vis­suto al fuoco, a lot­tare per quello che ha sem­pre chie­sto e che a luglio gli è stato negato: ristrut­tu­ra­zione del debito, abban­dono delle folli poli­ti­che d’austerità, radi­cale riscrit­tura dei trat­tati, poli­ti­che redi­stri­bu­tive, con­ti­nuando a bat­tersi lì per cam­biare i ter­mini del dik­tat «inso­ste­ni­bile» impo­sto­gli col ricatto e la minac­cia a luglio. E insieme offrendo un punto di rife­ri­mento a tutte le forze che nello spa­zio euro­peo si bat­tono per que­gli obbiettivi.

Ed è que­sta la seconda ragione per gioire del risul­tato di Atene. Per­ché lì è nata, non più in embrione, ma ormai allo stato visi­bile, una sini­stra euro­pea, trans­na­zio­nale e post-nazionale, dichia­ra­ta­mente deter­mi­nata a bat­tersi nello spa­zio con­ti­nen­tale della poli­tica che viene, ten­den­zial­mente mag­gio­ri­ta­ria per­ché impe­gnata a rap­pre­sen­tare l’enorme disa­gio che le poli­ti­che di que­sta Europa pro­du­cono e a sfi­dare la «pra­tica del disu­mano» che le isti­tu­zioni euro­pee con­trap­pon­gono alla mol­ti­tu­dine sof­fe­rente che preme ai pro­pri con­fini blin­dati. Sini­stra nuova, diversa dai resi­dui logori della vec­chie social-democrazie, mise­ra­mente nau­fra­gate nella bat­ta­glia di luglio, fisi­ca­mente visi­bile sul palco di Piazza Syn­tagma dove si sono schie­rati i lea­der e le lea­der di Pode­mos e della Linke, dei Verdi tede­schi e del Par­tito della sini­stra euro­pea, stretti intorno a Tsi­pras in un patto che va al di là della tra­di­zio­nale soli­da­rietà inter­na­zio­nale, e che segna in potenza un «nuovo inizio».

Pre­oc­cupa, certo, nel qua­dro altri­menti con­for­tante delle ele­zioni gre­che, l’alto livello dell’astensione. È, potremmo dire, il lato oscuro della forza, che i com­men­ta­tori mali­gni di casa nostra non hanno man­cato di sot­to­li­neare per ten­tare di ridi­men­sio­nare il valore del risul­tato, pur essendo gli stessi che in ogni altra occa­sione ci ave­vano spie­gato (ricor­diamo l’Emilia Roma­gna, o le ultime regio­nali?) che è cosa nor­male, che le demo­cra­zie moderne fun­zio­nano bene così. Noi con­ti­nuiamo a con­si­de­rarlo, a dif­fe­renza di loro, un grave pro­blema, ovun­que si mani­fe­sti, sapendo bene che, in par­ti­co­lare in que­sto caso, esso è sin­tomo di un fal­li­mento, non certo dei greci (per i quali la noti­zia è tutt’al più l’altra, che abbiano con­ti­nuato a votare a milioni e a cre­derci), ma dell’Europa. Della gab­bia di ferro in cui ha chiuso i popoli, facendo di tutto per con­vin­cerli che la loro volontà (la «volontà popo­lare», appunto), non conta nulla. Che le regole che nes­suno ha votato sono dogmi immo­di­fi­ca­bili. E fun­zio­nando così come una gigan­te­sca mac­china che erode e riduce ai minimi ter­mini la demo­cra­zia, svuo­tan­dola di significato.

Indi­gna, d’altra parte, lo spet­ta­colo, dav­vero inde­cente, della nostra stampa quo­ti­diana. I com­menti a caldo degli edi­to­ria­li­sti embed­ded, impe­gnati in acro­ba­zie spe­ri­co­late per soste­nere – sulla scia delle veline ren­ziane — che la vit­to­ria di Syriza e la scon­fitta secca dei fuo­riu­sciti di Unità popo­lare dimo­stre­rebbe nien­te­meno che «non c’è spa­zio alla sini­stra del Pd», come se Tsi­pras fosse Renzi (si sa benis­simo che quel 12 luglio feroce Renzi era tra i ricat­ta­tori e Tsi­pras il ricat­tato, e nes­suno può per­met­tersi di nascon­dere la distanza abis­sale tra le poli­ti­che dei due, si tratti dei diritti del lavoro o dei rap­porti con la Mer­kel). E come se, che ne so, Ber­sani e Cuperlo fos­sero Varou­fa­kis (!). O Civati, Fra­to­ianni e Fer­rero Lafa­za­nis. Sono, quei com­menti senza pudore, la misura di quanto sgan­ghe­rato sia il nostro sistema dell’informazione. Quanto ser­vile, pie­gato ai voleri dei suoi tanti padroni, poli­tici o eco­no­mici. Ma soprat­tutto sono il frutto di una grande paura. Del timore che l’esempio greco possa dif­fon­dersi per con­ta­gio, e che cre­sca in Europa un’alternativa al sistema di pri­vi­le­gio di cui anche quel démi monde è parte.

Da quella «grande paura» dovremmo trarre uno sti­molo. E una con­ferma della nostra pos­si­bile forza. Ad Atene, su quel palco euro­peo, la sini­stra ita­liana non era rap­pre­sen­tata. Per il fatto che non c’è. O meglio: «non c’è ancora». Resta la grande attesa, sem­pre in costru­zione, mai nella realtà. Non la si fac­cia pro­lun­gare troppo quell’attesa. C’è un grande lavo­rio, dal basso e non solo. Si discute di date, di eventi, di pro­cessi costi­tuenti. Non fac­cia­mone un eterno Godot. Fac­ciamo subito quello che dob­biamo fare: una sini­stra capace di andare oltre i pro­pri fram­menti e di pren­dere in Ita­lia e in Europa il posto vuoto che in tanti si aspet­tano che occupi. Chiun­que ral­len­tasse o osta­co­lasse que­sto pro­cesso, tanto più ora, si assu­me­rebbe una respon­sa­bi­lità tremenda.
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