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lunedì 28 settembre 2015

Campi nomadi digitali del terzo millennio

Perché inseguire un'idea esclusivamente tecnologica di "smart city" non ha alcun senso, se tutti i settori municipali non collaborano fattivamente alla costruzione di spazi pubblici di qualità adeguati ai nuovi stili di vita e lavoro urbani. Today, 28 settembre 2015

La questione aperta dalla truffa emissioni della Volkswagen, riporta in primo piano i problemi della mobilità sostenibile, e degli spazi entro cui è possibile organizzare nuovi stili di vita e lavoro. A questo primo aspetto se ne somma un altro apparentemente indipendente, quando con la recente presentazione del cosiddetto iPadPro, la Apple di Cupertino riprova l'ormai usuale strategia di largo respiro inaugurata dal fondatore Steve Jobs: non inseguire i bisogni consapevoli del consumatore, ma in una specie di logica fantascientifica al contrario inventarne di nuovi sulla base di scenari futuribili. Nel caso specifico del nuovo trabiccolo, questi scenari futuribili altro non sono che certi sviluppi sociologici e urbani in parte già delineati negli studi di Richard Florida con la sua «creative class», soprattutto negli sviluppi pratici così come si iniziano a intravedere nei tanti quartieri che amministrazioni in cerca di spunti per le riqualificazioni promuovono ormai a man bassa. Per adesso prevale il modello capitalista-esclusivo, ovvero ciò che offre il convento del puro mercato: le aree dismesse o degradate sono invase da costruttori archistar e immobiliaristi, schizzano in alto i valori delle case, ma in cambio si realizzano zone a funzioni miste qualificate, e soprattutto molto post-moderne nella sostanza: appartamenti relativamente piccoli destinati a giovani o a stili di vita giovanili, alta densità di innovazioni tecnologiche a partire dal wireless ad alta capacità, forte mescolanza degli spazi residenziali, commerciali, per il tempo libero e il lavoro.

Nella logica di puro mercato con cui vengono al momento gestite oggi la maggior parte delle operazioni (per esempio promosse dalla vecchia amministrazione Bloomberg a New York), accade che essendo la «creative class» solo in minima parte composta da veri giovani prodigio, che guadagnano come un pascià prima dei trent'anni, si ricorra all'espediente del microappartamento, 20-30 metri quadrati a cui adattarsi, ma economicamente accessibili, sapendo però che l'offerta vera urbana si arricchisce degli spazi condivisi e pubblici del quartiere, in una logica ben diversa dal suburbio privatizzato delle villette. È qui che si dispiega la potenza ergonomica dell'iPadPro, fortissimo quanto a portabilità per funzioni eminentemente lavorative, inaccessibili allo smartphone e anche ai tablet attuali. Ma appunto a questa estrema portabilità deve corrispondere una ampia e diffusa disponibilità di spazi pubblici attrezzati a svolgere il compito. Cosa vuol dire spazi pubblici attrezzati? Ecco, qui si intrecciano in modo interessante molte questioni del tutto aperte nel dibattito internazionale e locale sulla cosiddetta «smart city», che ci fanno capire quanto lontani dalla realtà possano essere certi nostri amministratori convinti che basti l'approccio tecnologico a risolvere tutto.

Recentemente, per questioni del tutto personali legate alla connettività e alle tariffe degli operatori mobili (a cui ci obbliga tra l'altro la scarsa disponibilità sul territorio di reti wireless ad accesso gratuito), ho provato a sperimentare brevemente di persona il divario, attuale e potenziale, fra gli scenari socio-spaziali delineati dalla Apple col suo nuovo prodotto, e lo stato dell'arte di una città relativamente moderna e internazionale come Milano, che da qualche anno ha iniziato a dotarsi di una propria rete wireless. Quale rapporto c'è, in altre parole, fra lo spazio fisico dei quartieri e la teorica disponibilità tecnica della connessione? Spiace dire che pare non ne esista nessuno, se non quello del tutto casuale determinato dalla collocazione degli impianti «dove c'è la gente», ovvero ogni tanto si, ogni tanto no, vicino o dentro a qualche spazio pubblico. La cui qualità però sembra del tutto indipendente e slegata rispetto alla nuova infrastruttura, praticamente come se i distributori di benzina fossero lontani dalle strade, difficili da raggiungere con vari ghirigori, e poi le pompe fossero piazzate qui e là senza un piazzale, il pagamento fosse laborioso salvo buona volontà del gestore, eccetera eccetera.

Lo testimonia un rapido sopralluogo sia nelle zone dei quartieri servite dalla rete comunale, sia in quei vagheggiati «poli di eccellenza urbana» delle cosiddette Isole Digitali varate qualche anno fa con un certo clamore mediatico, e di cui era forse lecito aspettarsi qualche evoluzione oltre il puro simbolo di efficienza. Immaginiamoci un rappresentante di questa classe creativa di massa, ovvero una evoluzione dei tanti che già oggi si improvvisano postazioni di lavoro dagli abitacoli di auto o furgoni, alla ricerca di un ufficio pop-up nella metropoli. Scoprirebbe che lavorare col suo iPadPro o modello analogo della concorrenza, nelle strade e nelle piazze così come sono non-attrezzate oggi, è pressoché impossibile. Indipendentemente dalla qualità tecnica della connessione, e anche indipendentemente dalla sua diffusa disponibilità, anche là dove il collegamento risulta facile, immediato, stabile, è l'ambiente urbano a presentare le più vistose carenze diciamo così ergonomiche: mancano posti a sedere (o mancano del tutto, o sono così pochi da non andare oltre il simbolico), non c'è alcuna cura nel definire spazi dotati di qualche carattere o intimità, schermati dal traffico, dal rumore, dall'inquinamento nel senso superficiale di fumi fastidiosi, e via dicendo. In altre parole, la famosa immagine del giovane professionista che guadagna digitando dal bordo della piscina resta solo una caricatura pubblicitaria, se proviamo a proiettare l'idea sul territorio e la società locale. Chi lavora sul serio in trasferta, è ancora costretto a cercarsi il classico rifugio dell'ufficio, per quanto improvvisato in una stanza d'albergo, in un atrio commerciale, o nell'anticamera di qualche posto dove ha un appuntamento. Campi nomadi digitali, frutto di una specie di post-urbanistica del disprezzo, o più probabilmente di pura trascuratezza, e mancata collaborazione tra settori municipali. Speriamo che se ne accorgano, prima o poi: il post-industriale non è solo chiacchiere e distintivo.

Su La Città Conquistatrice anche un racconto più articolato del rapporto fra spazi metropolitani e nuove professioni: Startupper metropolitani assortiti
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