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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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lunedì 24 agosto 2015

Tsipras aiuta le sfide d’autunno

«Voglio allora dirlo nel modo più netto pos­si­bile: io credo che la deci­sione di andare a ele­zioni anti­ci­pate da parte del Governo di sini­stra greco sia un esem­pio di "Grande poli­tica"» Il problema è «come ren­dere più forte la nostra ini­zia­tiva, in Ita­lia e in Europa, in modo da non lasciare più a lungo Atene sola». Il manifesto, 23 agosto 2015

Mi stu­pi­sce che i media main­stream, a comin­ciare da Repub­blica e com­preso il Fatto quo­ti­diano, pre­sen­tino la deci­sione del Governo Tsi­pras di andare alle ele­zioni come una scon­fitta o addi­rit­tura la fine di quella espe­rienza. Non fanno che aspet­tar­selo da gen­naio e di dirlo in ogni occa­sione. Mi col­pi­sce piut­to­sto che tra di noi qual­cuno la pensi così, per lamen­tare un’esperienza finita o per get­tare la croce sul cedi­mento di luglio. Due posi­zioni che mi sem­brano entrambe orfane della politica.

Credo che chi la pensa così in realtà ignori del tutto il con­te­sto in cui la par­tita si gioca (quello euro­peo, segnato da un feroce rap­porto di forza), la dimen­sione dina­mica di essa (non c’è una mossa defi­ni­tiva, fine a se stessa, in cui si vince o si perde tutto, ma un qua­dro in movi­mento in cui la mossa di ognuno influi­sce sulle posi­zioni degli altri), la natura dei pro­ta­go­ni­sti in campo (si pensa dav­vero che Ale­xis Tsi­pras da eroe ome­rico sia diven­tato di colpo un rinun­cia­ta­rio o addi­rit­tura un «traditore»?).

Voglio allora dirlo nel modo più netto pos­si­bile: io credo che la deci­sione di andare a ele­zioni anti­ci­pate da parte del Governo di sini­stra greco sia un esem­pio di «Grande poli­tica». Anzi­ché per­dersi in alam­bic­chi e cam­pa­gne acqui­sti per rosic­chiare con­sensi tra le com­po­nenti di Syriza (com­prese quelle che hanno rifiu­tato il Con­gresso pun­tando alla scis­sione), Tsi­pras ha scelto di tagliare i nodi e di rivol­gersi all’elettorato greco come «sovrano», con una prova di spi­rito demo­cra­tico assente in tutte le altre classi poli­ti­che euro­pee, e insieme di corag­gio. Non si è dimesso per­ché «ha perso», ma per­ché «vuole vincere».

La ragione non solo tat­tica ma stra­te­gica delle dimis­sioni non è la «fine della sua mag­gio­ranza» — che pro­ba­bil­mente avrebbe potuto rag­gra­nel­lare in qual­che modo — ma al con­tra­rio il biso­gno di una più chiara e più forte mag­gio­ranza: la volontà di essere pronto, nelle migliori con­di­zioni pos­si­bili (cioè con una «pro­pria» mag­gio­ranza, coesa e deter­mi­nata) per le sfide d’autunno, che saranno dure e alte: la que­stione del debito in Europa — messa in agenda glo­bale gra­zie alla sua poli­tica -, la gestione della crisi sociale in Gre­cia, la neces­sità di allar­gare il fronte dell’opposizione al neo­li­be­ri­smo e all’austerità nello spa­zio euro­peo, fuori da ogni ten­ta­zione sovra­ni­sta o nazio­na­li­sta, con una poli­tica intel­li­gente, prag­ma­tica ed effi­cace (l’opposto dello sche­ma­ti­smo ideo­lo­gico dei suoi cri­tici, di destra e di sini­stra).

Lungi dall’arretrare o «riti­rarsi» a me sem­bra che passi all’offensiva, alzando la posta e quindi, di con­se­guenza, cer­cando di por­tare la pro­pria forza poli­tica all’altezza di essa.

In autunno si gio­che­ranno molte sfide in Europa e non solo. E si potranno pro­durre molti cam­bia­menti: nel Regno Unito, dove Cor­byn pro­mette di sep­pel­lire defi­ni­ti­va­mente la deso­lante ere­dità blai­riana, negli stessi Stati Uniti dove una can­di­da­tura socia­li­sta minac­cia da vicino la stra­po­tenza dei Clin­ton, in Spa­gna natu­ral­mente e in Por­to­gallo… I cri­tici di Tsi­pras fareb­bero bene a riflet­tere meglio piut­to­sto che sulle debo­lezze della sini­stra greca, sulle con­trad­di­zioni, ben più poten­zial­mente esplo­sive, dell’establishment euro­peo, appa­ren­te­mente onni­po­tente in realtà dai piedi d’argilla (a comin­ciare dalla Ger­ma­nia, tanto più dopo la «sin­drome cinese»).

E magari anche a capire, anzi­ché come ren­dere più acida la dam­na­tio memo­riae dell’esperienza greca, a come ren­dere più forte la nostra ini­zia­tiva, in Ita­lia e in Europa, in modo da non lasciare più a lungo Atene sola (tanto sola quanto fu lasciata Praga nel ’68, come è stato giu­sta­mente scritto).
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