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venerdì 14 agosto 2015

Troviamo l’unità su lavoro e reddito

«Quindi una strategia unitaria non è affatto impossibile se si mette al centro il lavoro e se si fanno ruotare attorno ad esso gli altri strumenti configurando, così, un lavoro di cittadinanza, un diritto -dovere, che connette esercizio della cittadinanza attiva e reddito di cittadinanza». Il manifesto, 14 agosto 2015 (m.p.r.)

Il decalogo del manifesto suggerendo alcuni nodi che impediscono il decollo di una nuova sinistra ci chiama ad intervenire dove ci sono carenze di analisi da colmare o punti di vista diversi da avvicinare. Al punto 6 tre domande da brivido: Chi sono oggi i lavoratori? Cosa è il lavoro? Come e quanto viene riconosciuto? Il solo fatto di porle significa riconoscere che la crisi investe le ragioni fondative del nostro essere. Ed infatti è cambiato tutto.

È cambiato il lavoro in sé, è cambiata la sua composizione interna. Si è ridotto il lavoro prevalentemente agro-industriale, concentrato in aggregati fisicamente riconoscibili. Si è dilatato enormemente quello nei servizi più disparati, alle persone, alle comunità, alle imprese, in piccola parte concentrato, in gran parte sparpagliato. Sono diminuiti i lavori manuali e pesanti e si sono moltiplicati lavori "leggeri", alcuni intellettuali e professionalizzati, molti altri fortemente banalizzati. È cambiata la distribuzione geografica del lavoro. Attività prima tipiche del mondo industrializzato si sono spostate nei paesi emergenti e si è prodotto uno straordinario rimescolamento per cui nei paesi arretrati emergenti, accanto a forme arretrate di agricoltura e di industria pesante, si sviluppano forme produttive tecnologicamente tra le più avanzate al mondo. Questo mentre nei paesi avanzati si ripresentano forme di schiavismo. Nei primi si avanza conquistando faticosamente nuovi diritti, nei secondi si arretra faticando a difendere quelli esistenti. 

Sono venuti meno anche aspetti formali e contenutistici che prima definivano ed identificavano la prestazione lavorativa: lavoro materiale e lavoro immateriale, lavoro per dovere e lavoro per piacere, lavoro autonomo e lavoro dipendente, tempo di lavoro e tempo di vita, lavoro per il mercato per creare valori di scambio e lavoro per creare valori d’uso, oggi, si toccano, si contagiano, si mescolano confondendo identità, soggettività, appartenenze. In molti casi identità diverse si confondono e miscelano in una stessa persona. Ma c’è un cambiamento ancora più rilevante che riguarda il rapporto tra lavoro e non lavoro: se prima il non lavoro costituiva l’anticamera del lavoro, oggi, le società più avanzate alle quali apparteniamo, si qualificano sempre di più come jobless society, società senza lavoro o con lavoro decrescente e le stesse analisi teoriche prevedono una stagnazione secolare. 

Non è un caso che i diversamente disoccupati, attivamente in cerca di lavoro e scoraggiati, toccano i dieci milioni in Italia e che la disoccupazione è a livelli record in tutta Europa. Questo introduce nello scenario descritto ulteriori cambiamenti e fa nascere altre domande: è possibile ipotizzare da sinistra una ripresa economica che ambisca ad una piena e buona occupazione? E, mentre si lotta per questo, quale risposta dare a chi sta fuori dal lavoro? Si può ricorrere a strumenti, temporanei o strutturali, come la redistribuzione del lavoro o il reddito di cittadinanza? Nella mutazione in corso, si è rotto anche quel matrimonio che sembrava indissolubile tra lavoro e reddito: non c’era lavoro senza reddito, non c’era reddito senza lavoro. Oggi da un lato lavorare non è più condizione sufficiente per avere un reddito (proliferano tante forme di lavoro gratuito sulle quali il manifesto si è soffermato) e dall’altro si diffonde la convinzione che il reddito è un diritto a prescindere dal lavoro, un diritto di cittadinanza. 

Tra queste due posizioni estremizzate, lavoro senza reddito e reddito senza lavoro, si collocano a sinistra posizioni ed orientamenti diversi che attraversano partiti, sindacato, economisti di sinistra. Insomma questo è uno dei nodi che ostacolano il decollo di una nuova sinistra. L’idea di un reddito di cittadinanza si è concretizzata in una convergenza parlamentare tra parti del Pd, Sel e M5S, ma esistono differenze non di poco conto con le posizioni del movimento sindacale presenti nel Piano del Lavoro della Cgil e ribadite da Laura Pennacchi anche nel suo ultimo libro Il soggetto dell’economia. In questo testo si afferma che il neoliberismo va verso la disoccupazione di massa e si vede nelle proposte di reddito di cittadinanza un rischio di abdicazione e rinuncia, di accontentarsi di un risarcimento di un lavoro che non c’è o addirittura di introdurre un Welfare per la non piena occupazione.

Siamo in presenza, perciò, a sinistra, di posizioni diverse che riflettono evidentemente diverse visioni dello sviluppo e del futuro e scale di priorità differenti. Si possono far incontrare queste posizioni per delineare un disegno organico, una strategia credibile della sinistra? Penso che sia possibile se da ciascuna posizione si estrae il meglio senza forzarla per confermare la propria. Ad esempio le proposte di reddito di cittadinanza collegano la percezione del reddito alla disponibilità ad accettare offerte di lavoro che dovrebbero essere proposte dagli uffici del lavoro. Non sono, quindi proposte puramente assistenziali. E così la proposta di dare priorità e centralità a Piani del lavoro non esclude forme di sostegno economico alle situazioni più disagiate senza lavoro né scarta riduzioni di orari di lavoro che possono intervenire in seguito a contratti di solidarietà, aziendali o territoriali. 

Quindi una strategia unitaria non è affatto impossibile se si mette al centro il lavoro e se si fanno ruotare attorno ad esso gli altri strumenti configurando, così, un lavoro di cittadinanza, un diritto -dovere, che connette esercizio della cittadinanza attiva e reddito di cittadinanza. Speriamo che il dibattito aperto dal manifesto spinga i diversi protagonisti ad intervenire ed a ricercare insieme quella sintesi unitaria che è sempre più urgente. Anche perché, nel frattempo, il governo spreca una diecina di miliardi per agevolazioni a pioggia sul lavoro che producono una bolla mediatica che dura due mesi e poi si sgonfia con la stessa velocità con cui era nata. Aggiungendo al danno la beffa: una piccola parte dei giovani crede alla promessa, esce dal mondo degli scoraggiati e si affaccia al mercato del lavoro, ma il lavoro non lo trova e finisce per ingrossare le file di disoccupati che, come è noto, si calcolano sulle forze di lavoro. Così invece di creare nuova occupazione si creano nuove disillusioni e la strada per una nuova sinistra diventa sempre più in salita.
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