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giovedì 13 agosto 2015

Tre frontiere e un nuovo muro anti-migranti

Prima puntata di un viaggio lungo il confine che separa Ungheria, Serbia e Romania a pochi giorni dall’inizio della costruzione della barriera lunga 175 km con cui il governo Orbán intende fermare il flusso dei profughi. Per capire quanto è corta la memoria nella fortezza Europa. Il manifesto, 12 agosto 2015

«Dove ci tro­viamo?» – chiede uno di loro.
«Sì, dove ci tro­viamo?» – insi­ste l’amico.
«Non sanno nean­che dove sono!» – esclama uno di noi, sor­preso.
«Io vengo dalla Siria, sono scap­pato dall’Isis».
«Io dall’Iraq, dal Kurdistan».

«Dove ci tro­viamo?», ripete ancora, più tardi, una ragazza afghana di dodici anni. È scap­pata dai tale­bani, ha lavo­rato un anno in Tur­chia con la madre, ora arri­vano insieme alle porte d’Europa. Nes­sun padre, almeno non qui e non ora.

Non sono in pochi a non sapere nem­meno come si chiama que­sto luogo. Siamo — noi e loro — alla sta­zione fer­ro­via­ria di Seghe­dino (Sze­gede), Unghe­ria, come alcuni hanno sco­perto gra­zie al GPS dei loro smart­phone, gli stessi tele­foni che sono ser­viti da guida per pas­sare alla cieca l’ultima fron­tiera, tra la Ser­bia e l’Ungheria. Con i sistemi di navi­ga­zione sono riu­sciti a loca­liz­zare le coor­di­nate tra­smesse dai traf­fi­canti in uno degli ultimi sms — segnali verso il futuro. E il futuro, che fino a que­sto punto è già costato cen­ti­naia o migliaia di euro, non è ancora qui, in que­sta sta­zione della peri­fe­ria euro­pea in cui tra­scor­riamo insieme le prime ore dell’alba.

Ma sap­piamo dav­vero dove ci tro­viamo, in que­sto sel­fie della “sto­ria del pre­sente”, men­tre una nuova cor­tina di ferro lunga 175 chi­lo­me­tri sem­bra poter nascere nel cuore d’Europa? Le 4 e 36 minuti: risuona l’altoparlante: «In par­tenza, dal bina­rio 1, treno con desti­na­zione…». «Dove ci tro­viamo, e dove stiamo andando?». «E noi?».

Il senso della vita ingabbiato

«Il senso della vita è sca­val­care fron­tiere», diceva il reporter-viaggiatore polacco Ryszard Kapu­scin­ski, frase che risuona ampli­fi­cata quando la fron­tiera con­verge su tre punti. Qui, dove Unghe­ria, Ser­bia e Roma­nia si toc­cano, al Tri­plex Con­fi­nium, sor­gerà l’estremità orien­tale della strut­tura di filo spi­nato, di tre o quat­tro metri d’altezza, la cui costru­zione è stata annun­ciata dalle auto­rità unghe­resi a fine pri­ma­vera 2015, come misura per arre­stare quella che minac­cia di diven­tare la più grande onda migra­to­ria verso l’Unione euro­pea degli ultimi quarant’anni. I due prin­ci­pali punti d’ingresso: l’Italia meri­dio­nale e – appunto — il sud dell’Ungheria, con Gre­cia o Bul­ga­ria, e poi Mace­do­nia e Ser­bia come paesi di transito.

Que­sto “Occi­dente Express” attra­verso i Bal­cani è già diven­tato la prin­ci­pale via d’accesso all’Unione euro­pea, ancor più movi­men­tata delle vie marit­time del Medi­ter­ra­neo fino alle spiagge di Lampedusa.

E per fer­mare i migranti, innal­zano reti: il trac­ciato pre­vi­sto dalle auto­rità di Buda­pest per la bar­riera si estende da qui, punto di par­tenza del nostro viag­gio, fino a un’altra fron­tiera tri­pla (tra Unghe­ria, Ser­bia e Croa­zia), a gomito su un brac­cio del Danu­bio, nostra desti­na­zione finale.

Alcuni lo chia­mano muro, altri dicono che è sol­tanto una «recin­zione»: e così viene defi­nita uffi­cial­mente. Non c’è ancora biso­gno di dar­gli un nome defi­ni­tivo, fin­ché nel pae­sag­gio l’orizzonte rimane ver­gine e lo sguardo sor­vola la pia­nura scon­fi­nata, come un’aquila che flut­tua sopra a una vec­chia e ormai abban­do­nata torre di con­trollo dell’esercito jugo­slavo. La gigan­te­sca torre resi­ste alla rug­gine del tempo, come sim­bolo archeo­lo­gico di un’antica frat­tura che non ha mai smesso di essere fron­tiera e che ora lo diven­terà ancora di più.

È stata la fron­tiera di Tito, ed è stata anche la fron­tiera di Kádár e di Mosca, e ora sarà la fron­tiera di Orbán. È stata la fron­tiera non alli­neata del socia­li­smo «dal volto umano» jugo­slavo e ora sarà la neo-frontiera del capi­ta­li­smo, anch’esso «dal volto umano», di un’Unione euro­pea che, più o meno imbel­let­tata, sta incor­po­rando i volti dei neo-nazionalismi che vin­cono alle urne da que­ste parti. Cama­leonti all’interno del pae­sag­gio reto­rico, gli «ismi» si toc­cano sem­pre, sfu­mano le fron­tiere, mor­dono la coda gli uni agli altri.

Uno sto­rico pic-nic paneuropeo

Aquile qui, che attra­ver­sano i cieli, gab­biani là nel Medi­ter­ra­neo sulla Sici­lia e su Lam­pe­dusa. Anche qui ci sono state isole un tempo, in un’altra era geo­lo­gica, prima dell’Uomo, quando tutto quest’infinito, ora verde come il mais, ora biondo come il grano, era il Mare di Pan­no­nia. Da un campo di gira­soli, una lepre salta all’improvviso davanti alla nostra auto. Nean­che un poli­ziotto, nean­che un rifu­giato, sol­tanto noi. «Qui si potrebbe fare un bel pic-nic!». A par­lare è stata Móni Bense, pro­fes­so­ressa uni­ver­si­ta­ria e tra­dut­trice, che è scesa da Buda­pest fino alla Terra Bassa per accom­pa­gnarmi in que­sto per­corso, men­tre io salivo da Bel­grado alla volta della Vojvodina.

La Terra Bassa unghe­rese e la Voj­vo­dina serba si mesco­lano, sia­mesi nella geo­gra­fia, sorelle su una mappa umana che la sto­ria ha tagliato varie volte. Anche se molto più pic­colo della torre di Tito, il segno della tri­pla fron­tiera è qui, in que­sto campo ster­mi­nato, e potrebbe fare da rendez-vous per il pic-nic che voleva fare Móni. Si sarebbe stesa la tova­glia lì… in piena terra di nes­suno. È in tavola per tutti, gou­lash per favore!

Lei non c’era, ma le sarebbe pia­ciuto par­te­ci­pare allo sto­rico pic-nic del 19 ago­sto 1989, vicino alla fron­tiera austro-ungarica tra Sankt Mar­ga­re­then im Bur­gen­land e Sopron­khida, a Sopron­puszta, dove unghe­resi e austriaci hanno orga­niz­zato l’incontro che il gior­nale fran­cese Le Monde ha defi­nito «il pic-nic che ha fatto oscil­lare la sto­ria». Il primo luogo, in tutta l’Europa, in cui qual­che set­ti­mana prima la cor­tina di ferro venne sim­bo­li­ca­mente can­cel­lata era lì vicino, ma in quel giorno d’estate, nel corso del «pic-nic paneu­ro­peo», cen­ti­naia di tede­schi dell’est (sareb­bero stati decine di migliaia nei mesi suc­ces­sivi) attra­ver­sa­rono il con­fine verso l’Austria, per poi rin­con­trarsi con le pro­prie fami­glie in quella che allora era la Ger­ma­nia Occidentale.

Non riu­scire più a ricordare

Il muro che era comin­ciato a cadere da quelle parti sarebbe crol­lato a Ber­lino sol­tanto tre mesi dopo, e con lui il resto del recinto di ferro che, in mezzo all’Europa, divi­deva il mondo. Móni allora era un’adolescente, e forse cre­sceva ridendo di Gusz­táv, il mitico car­tone ani­mato degli anni Ses­santa e Set­tanta, pro­dotto dal Pan­nó­nia Film­stú­dió, in pieno «comu­ni­smo gou­lash». Gusz­táv era vene­rato in Unghe­ria (ma anche fuori dalla Pan­no­nia, in Jugo­sla­via e non solo) dove c’è chi ha visto e rivi­sto all’infinito lo stesso epi­so­dio, cin­que o sei minuti ripe­tuti fino a sfi­nirsi dalle risate.

Ma su altri schermi, i ricordi sem­brano essere più sfu­mati: «La sto­ria si ripete così rapi­da­mente che la gene­ra­zione che ha vis­suto i suoi epi­sodi più tra­gici qui è ancora viva, ma pare non riu­scire più a ricor­dare», dice ras­se­gnata Móni, lamen­tan­dosi dell’amnesia par­ziale di molti suoi com­pa­trioti, imme­mori dell’eterno sta­tus di migranti e rifu­giati, se non di prima, di seconda o terza gene­ra­zione, che ha accom­pa­gnato il popolo unghe­rese ritor­nando indie­tro solo di un secolo, fino al trat­tato di pace di Trianon.

Forse una rilet­tura delle opere dello psi­ca­na­li­sta unghe­rese Sán­dor Ferenczi, con­tem­po­ra­neo di que­gli eventi, potrebbe aiu­tarci a capire come sia pos­si­bile iscri­vere un vuoto sui traumi vis­suti, un’apparente para­lisi del pen­siero, in grado di lasciare l’individuo, quindi anche il cit­ta­dino e l’elettore, più indi­feso. In effetti, se la sto­ria si ripete in qual­che modo, Ferenczi ci aveva già spie­gato il perché.

È pro­ba­bile che anche Robert Mol­nár sia cre­sciuto con le peri­pe­zie di Gusz­táv. Scom­metto che sarebbe pia­ciuto anche a lui par­te­ci­pare a quel «pic-nic paneu­ro­peo» dell’agosto ’89. In quell’estate che ha pre­ce­duto l’«Autunno dei Popoli», Mol­nár aveva 18 anni, fatti a Kübe­kháza, la cit­ta­dina che dista poco più di un chi­lo­me­tro dal Tri­plex Con­fi­nium, di cui oggi è il sin­daco. Quando lasciamo la linea di con­fine e trac­ciamo l’azimut, attra­verso i campi, diretti al cen­tro del vil­lag­gio, sap­piamo già che non lo incon­tre­remo, né a casa, né in Comune, né alla koc­sma, il bar-taverna locale. È all’estero da qual­che giorno, per lavoro, ma nono­stante tutto con­versa a lungo con noi al telefono.

Non è facile tro­vare, in Unghe­ria, soprat­tutto nel pano­rama poli­tico di centro-destra, una voce così diretta con­tro la costru­zione della nuova bar­riera. «Cono­scendo la Sto­ria — dice lui — in pas­sato, quando un Paese ha deciso di costruire un recinto o un muro, come ad Auschwitz-Birkenau, a Ber­lino o nel resto della fron­tiera del blocco comu­ni­sta, è sem­pre diven­tata una piaga per chi l’ha costruito». Per Mol­nár, «l’Ungheria è già un Paese iso­lato a livello intel­let­tuale e psi­co­lo­gico. Que­sto avrà come con­se­guenza la sua ghet­tiz­za­zione. L’Ungheria si cir­con­chiude, il che signi­fica che non esi­ste né uscita né entrata, né da fuori né da den­tro. Siamo in mezzo all’Europa, se non riu­sciamo a navi­gare in acque paci­fi­che, ne deriva che lo spa­zio d’azione degli unghe­resi andrà ridu­cen­dosi», fin­ché «le per­sone non per­de­ranno la spe­ranza e fug­gi­ranno dal Paese». Più che tra­sfor­marsi in un’isola, «l’Ungheria si ghet­tiz­zerà», sot­to­li­nea quest’uomo poli­tico che, fino al 2002, era stato depu­tato a Buda­pest per lo Szerz (Par­tito Indi­pen­dente dei Pic­coli Agri­col­tori e Cit­ta­dini). In quel periodo venne espulso dal par­tito e uscì dal Par­la­mento. È tor­nato nella terra in cui è cre­sciuto e da allora, come indi­pen­dente, dirige i destini di que­sto muni­ci­pio fron­ta­liero in cui vivono circa 1500 persone.

Al Tri­plex Con­fi­nium, un orec­chio acuto rie­sce forse a sen­tire tre cam­pane, a seconda dalla rosa dei venti: quella della chiesa di Kübe­kháza, qui in Unghe­ria, quella di Beba Veche, in Roma­nia, o quella di Rabe, in Ser­bia, tre pae­sini che, quasi equi­di­stanti, for­mano que­sto trian­golo (si riu­ni­scono tutti una volta all’anno, per una festa tran­sfron­ta­liera). Róbert Mol­nár ci tiene a dichia­rarsi cri­stiano pra­ti­cante per riba­dire che «c’è biso­gno di pren­dersi cura dei fore­stieri», il mes­sag­gio di Ste­fano I, re d’Ungheria, poi Santo Ste­fano per i cre­denti. «Lo dice la Bib­bia: non fare agli altri ciò che non vor­re­sti fosse fatto a te stesso», ricorda, e subito pro­fe­tizza che «la cat­ti­ve­ria ci verrà resti­tuita. Se non vogliamo essere mal­trat­tati, non pos­siamo mal­trat­tare gli altri. Per­ché come dice un’espressione che ci ricorda un mio col­lega, tu lec­chi il gelato, ma anche lui ti può leccare».

Nella koc­sma della via prin­ci­pale, le birre e le pálinke sono molto più popo­lari dei gelati. Un uomo, appog­giato all’entrata, si tiene in equi­li­brio con una birra per ogni mano e con­ti­nua a bere, ora una, ora l’altra. I tavo­lini della taverna si esten­dono tra la casa e la strada, come suc­cede per ogni casa, per ogni strada, nella Terra Bassa o nella Voj­vo­dina. Di fronte a ogni casa, que­sta fascia che sem­bra un giar­dino di cin­que o dieci metri, a volte quin­dici, crea una bella tran­si­zione, un’armonia, invece di una fron­tiera bru­sca, tra il legno della porta e l’asfalto della strada – una terra di nes­suno che tutti col­ti­vano come se fosse il pro­prio giar­dino, una terra di tutti. Quel che nasce o è pian­tato in que­sta fascia è pub­blico; anzi, nel mondo rurale, sem­bra impos­si­bile pen­sare a un esem­pio migliore di spa­zio pub­blico. Lì di fianco, un bam­bino, sor­retto dalle brac­cia del padre, coglie ciliegie.

Un’immagine quasi uguale ci verrà descritta, in un’altra koc­sma, in un altro pae­sino, dalla padrona del locale. Si era detta testi­mone «dell’allegria di un gruppo di rifu­giati che rac­co­glieva frutta da un albero». Qui all’entrata della koc­sma di Kübe­kháza, la padrona rac­conta un altro epi­so­dio, qual­cosa di simile, che ha visto in tele­vi­sione. Anzi, fino alla nostra visita, alla fine di giu­gno, i rifu­giati pas­sa­vano dav­vero sol­tanto in tele­vi­sione e lei stessa non aveva ancora visto nes­suno tran­si­tare di lì. L’unico pro­blema con­creto di cui lei aveva sen­tito par­lare era il seguente: un rifu­giato aveva rubato dei pomo­dori a un agri­col­tore che si lamen­tava del fatto, nel repor­tage tele­vi­sivo, come se fosse la fine del mondo. «Poveri», si sente una voce sullo sfondo, con tono empa­tico, «ave­vano fame, nella stessa situa­zione, ognuno di noi farebbe la stessa cosa».

Kübe­kháza non è ancora una nuova Lam­pe­dusa, alla fine della rotta bal­ca­nica dei migranti dell’est e del sud, ma sia il sin­daco della città, sia la signora della koc­sma intui­scono come finirà. Entrambi con­cor­dano, quando dicono che, con la bar­riera fron­ta­liera che sta per ini­ziare nel Tri­plex Con­fi­nium, a poco più di un chi­lo­me­tro dalla città, «è chiaro che i rifu­giati faranno il giro dalla Roma­nia e poi pas­se­ranno nuo­va­mente di qui». A que­sta dedu­zione, ovvia per chi guarda la car­tina, ha rispo­sto Péter Szi­j­jártó, il gio­vane mini­stro degli Esteri e dell’Investimento Estero, affer­mando a vari media che «in tutte le sezioni di fron­tiera su cui non esi­ste nes­suna altra forma effi­cace ad impe­dire l’immigrazione ille­gale [oltre alla linea di divi­sione tra la Ser­bia e l’Ungheria], verrà uti­liz­zato lo stru­mento sicuro della chiu­sura della fron­tiera», ovvero, il pro­lun­ga­mento del muro-recinto.

Fin­ché il filo spi­nato non gli taglia l’orizzonte, Robert Mol­nár, il poli­tico al governo di que­sta cit­ta­dina fron­ta­liera, sostiene che tocca «alla ricca Europa occi­den­tale tro­vare una­ni­me­mente una rispo­sta e che non si può dare la respon­sa­bi­lità solo all’Ungheria, per­ché que­sta è una cata­strofe uma­ni­ta­ria che riguarda il mondo intero”. Ma poi torna a guar­dare verso l’interno, quando parla del muro come di una deci­sione del governo nell’interesse dello stesso par­tito che forma l’esecutivo, il Fidesz (della destra popu­li­sta; 44,5% alle legi­sla­tive del 2014).

Uno spot nazionalista

Mól­nar clas­si­fica la deci­sione come un «mero atto di cam­pa­gna poli­tica interna», per cui lo Stato dovrà sbor­sare più di 20 milioni di euro. La strut­tura sarebbe così un enorme poster di pro­pa­ganda nazio­na­li­sta, con i suoi quat­tro metri d’altezza e 175 chi­lo­me­tri di lun­ghezza. Con­ti­nuando a pas­sare i fatti al setac­cio, l’ex-deputato con­clude che que­sta misura «non è con­tro l’immigrazione, ma serve solo a Vik­tor Orbán e al Fidesz per togliere vento alle vele dello Job­bik (con­si­de­rato un par­tito di estrema destra; 20,5% alle legi­sla­tive 2014), per­ché ci sono già dei radar ter­mici instal­lati su tutta la fron­tiera e il 98% dei rifu­giati ven­gono presi».

«Dove ci tro­viamo?». In un giar­dino in cui Orbán semina muri, che è anche un giar­dino dell’Europa. Qui, ai tavo­lini del­la­koc­sma, il giorno scorre len­ta­mente come il Tisza o il Danu­bio, come le due birre nelle mani di quell’uomo di Kübe­kháza. Sull’albero di fronte a noi, il bam­bino ha lasciato molti grap­poli di cilie­gie per il primo rifu­giato che pas­serà la fron­tiera in que­sto pae­sino tran­quillo. Domani o più avanti, non tar­de­ranno a pas­sare di qui. Forse Shar­bat, forse Moham­med, gente che incon­tre­remo alla sta­zione di Seghe­dino una notte di que­sto viag­gio, o forse Rafiq, che aspetta ancora, in una fab­brica abban­do­nata di Subo­tica, senza pas­sa­porto, che un traf­fi­cante gli dia le coor­di­nate per con­ti­nuare il viaggio.

Nel frat­tempo, nella memo­ria della taverna, rim­bomba la voce di quell’agricoltore unghe­rese che si lamenta in tele­vi­sione che «loro» gli hanno «rubato i pomodori».

«Loro» sono quelli che sono scap­pati dalla fine del mondo spe­rando di tro­vare un posto nell’eden-fortezza dell’Unione euro­pea. In unghe­rese, in serbo e in croato (i due lati della lin­gua serbo-croata), pomo­doro e para­diso sono parole sorelle, con la stessa radice, che indica sia il frutto-verdura che il luogo dell’idillio:paradiscom/paradiscom, paradajz/raj, rajica/raj. Ci usci­rebbe un bell’episiodio di Gusz­táv, penso io, Gusz­táv tra­sfor­mato in rifugiato-ladro di para­disi, un selfie-caricatura di cui l’Ungheria e l’Europa pro­ba­bil­mente hanno bisogno.

Que­sto arti­colo è stato ori­gi­na­ria­mente pub­bli­cato su Osser­va­to­rio Bal­cani e Cau­caso, tra­du­zione dal por­to­ghese di Serena Cac­chioli
(1 — continua)
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