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venerdì 7 agosto 2015

La riforma della RAI

Simonetta Fiori intervista Ugo Gregoretti, geniale creatore di eccezionali programmi della RAI del secolo breve. «Da tempo in Rai non si bada più alla qualità, le nomine specchio del Paese. Nomi sconosciuti ormai la cultura è solo un ricordo». La Repubblica, 7 agosto 2015

«Non li conosco, non li ho mai sentiti nominare. Ho anche guardato le fotine pubblicate dai giornali: ricordano quei tizi scomparsi di Chi l’ha visto. Invece sono i responsabili della principale azienda culturale del paese: davvero non mi capacito». Ugo Gregoretti, per la Rai, ha inventato un sacco di cose. Il “giornalismo faceto” di Controfagotto.La regia provocatoria del Circolo Pickwick . Il documentarismo di Sottotraccia. «Sì, facevamo cultura, che poi vuole dire far bene le cose, nel modo più innovativo possibile. Ma da tempo in Rai alla qualità non si bada più».

È ancora la principale fabbrica di cultura?
«Vorrei subito chiarire questo equivoco. Dopo l’epoca aurea di Bernabei la Rai ha continuato a esercitare un primato che attiene alla quantità più che alla qualità. Il primato della qualità è rimasto in altri posti: alla Scala, al festival di Spoleto o alla Normale di Pisa. Il nuovo consiglio d’amministrazione rivela l’imbroglio».

In che senso?
«L’Italia non ama la cultura. Siamo i cittadini più ignoranti dell’Occidente. Enfatizziamo in modo trombonesco la nozione di cultura e di culturale, vantando il settanta per cento del patrimonio artistico mondiale. Ma si tratta di un innamoramento finto e ridicolo. Quanti sanno distinguere Borromini da Berlusconi? Temo che la Rai sia lo specchio di tutto questo. Un elefante imbalsamato, privo di un intimo e reale anelito alla cultura. Salvo pochi stravaganti».

A chi si riferisce?
«A quei bei programmi di storia che vanno in onda in tarda serata. Esiste una ragnatela di nicchie aziendali, che però non modifica l’impronta generale della Tv pubblica. La cultura abita altrove. E non mi pare che il nuovo vertice rappresenti l’ambizione del cambiamento ».

Lei ha conosciuto un’altra azienda.
«Quando cominciai, negli anni Cinquanta, non erano certo rose e fiori. La politica esercitava un controllo ferreo. Però eravamo invitati tutti a fare bene. A inventare. E ci garantivano le condizioni per farlo. Ci si chiedeva uno stile, un’eleganza, una correttezza che oggi non vedo».

Cosa vede?
«Inquadrature sbagliate, sciatteria, errori a non finire. Ma chi sa più insegnare? La Rai era un grande centro sperimentale dove si imparava».

Era una Tv dal chiaro intento pedagogico.
«Sì, gli obiettivi erano morali più che estetici. Non contava tanto la belluria ma il fare bene, nella scelta dei temi e nel modo di affrontarli. Dovevamo essere un modello per l’Europa. Un documentario sul Gattopardo cambiò le mie sorti televisive: riuscii a battere la Bbc per la finale del Prix Italia e finalmente mi fecero fare Controfagotto» .

I direttori generali controllavano le mutande delle ballerine.
«Sì, Filippo Guala ordinava di allungare l’orlo. Però fu lo stesso dirigente che con un falso concorso fece entrare in Rai i migliori cervelli della nostra generazione. Umberto Eco. Fabiano Fabiani. Furio Colombo. Gianni Vattimo. Una trasfusione di sangue di cui la Rai avrebbe beneficiato a lungo».

La Rai produceva cultura quando eravamo un paese arretrato. Oggi che gli spettatori sono molto più alfabetizzati c’è meno attenzione.
«La regola era quella di rendere potabili i temi più complessi. Bisognava spiegare Gadamer alle portinaie».

Cosa la fa più arrabbiare della Tv di oggi?
«Le fiction. Io feci il Circolo Pickwick con pochi mezzi e “inventando” Gigi Proietti. Oggi prevale il divismo, la tv ha preso il peggio della maleducazione cinematografica » .

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