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sabato 29 agosto 2015

Prodi:«Su Italia e Berlusconi Renzi si è sbagliato Riforme? Non sguaiate»

Intervista di Giovanna Casadio a Romano Prodi. Stoccata sulle tasse: “Se ne discute solo su Twitter e si promette tutto a tutti. E così addio analisi”. La Repubblica, 29 agosto 2015


CAPALBIO. «Renzi parla di vent’anni di stallo tra berlusconismo e anti berlusconismo? Allora ‘l s’è sbaiè ... ». Romano Prodi lo dice in dialetto emiliano. Il Professore evita accuratamente polemiche con il governo («Chi deve governare credo che vada lasciato in pace»), però quando ci vuole, ci vuole. Difende i suoi due governi e quello che hanno fatto. E anche sulla riforma costituzionale, su cui il premier tiene premuto l’acceleratore, avrebbe più di qualcosa da dire. «Mi pare però che non sia il momento delle riflessioni serene - premette - da rivedere e da ripensare c’è tanto. Ma oggi ci si muove per contrapposizioni e così non riusciremo a fare una riforma seria. Occorre vedere cosa fare e cosa no. La prima parte della Costituzione ha validità totale, la seconda non ha funzionato bene. Però non mettiamoci mano in modo sguaiato e scoordinato, perché non si arriverebbe a capo di nulla. Ritengo che per questa modifica ci vorrebbe del tempo». L’ex presidente della Commissione Ue è venuto a Pescia Fiorentina per ritirare il premio internazionale Capalbio-Piazza Magenta insieme con Marco Damilano per il libro “Missione incompiuta”. Glielo consegna Nicola Caracciolo, è accolto da amici di vecchia data, tiene una lectio su “La fragile Europa nel tempo della confusione globale”. Il luogo è così bello, nel verde di Villa Pietromarchi, che il due volte premier (vincitore su Berlusconi), il fondatore dell’Ulivo, il “padre” del Pd che ha mancato per 101 franchi tiratori del suo stesso partito il Quirinale, è disposto a scherzarci su: «I traditori furono 120 e non 101... Ma quello è il passato. Sto vivendo un periodo interessante della mia vita insegnando in diversi paesi. Mi volto avanti, non indietro».

Di interventi sulla politica internazionale, sull’Europa dopo l’avventura greca, sul ruolo della Cina e la questione epocale dell’immigrazione, Prodi ne ha fatti diversi nell’ultimo periodo. Dall’agone della politica italiana vuole restare fuori. «Non vado alle feste dell’Unità da anni, non partecipo più ad attività di partito. Ho rinunciato alla mia iscrizione al Pd e mi sembra giusto avere lasciato».
Tuttavia, se punto sul vivo sull’attività dei suoi governi, i vent’anni alle nostre spalle e quel giudizio errato di Renzi, precisa: «Il debito pubblico si è formato prima degli anni ‘90 e tutti e due i miei governi l’hanno abbattuto. Le disfunzioni quindi sono cominciate prima ».
Un “affondo” lo riserva sulla questione delle tasse. Ormai è una gara a promettere di abbatterle. «Dopo Ronald Reagan e Margaret Thatcher, chi parla di tasse perde le elezioni. E su questo non c’è più nessuna distinzione tra destra, centro e sinistra. Ecco che si promettono meno tasse, meno tasse e si favorisce l’irrazionalità... a furia di promettere tutto a tutti chi promette di più, vince. E comunque sulle tasse un tempo si facevano analisi politiche serie per valutare tra l’altro dove destinare le imposte, se sulla sanità o sul welfare». Ora? «Se c’è chi ti impedisce l’analisi è Twitter ».
Il riferimento non è per niente casuale, dal momento che il dibattito su quante tasse, quali tasse, per quale costo sul bilancio dello Stato, perché proprio Imu e Tasi, si è svolto su Twitter, il mezzo più usato da Renzi per comunicare.

Batte molto sull’immigrazione, Prodi, e sulla complessità della risposta da dare più che urgentemente a una questione epocale e che ci interpella tutti, come Paesi, come istituzioni e come persone. Nei progetti del Professore, oltre all’attività internazionale, c’è comunque «una riflessioni sui rapporti tra Stato e Regioni». Roma, Palazzo Chigi, la mancata elezione alla presidenza della Repubblica («Non avevo nessun desiderio e non ci ho mai creduto»), sono davvero lontani dalla “ferriera” di Pescia Fiorentina con i suoi alberi secolari. Casomai è al respiro lungo della Costituzione che viene da pensare. Tra dieci giorni a Palazzo Madama si entra nel vivo della legge Boschi e al presidente Grasso spetta la decisione se tornare sull’articolo 2 oppure “blindarlo”.
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