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giovedì 6 agosto 2015

Porto Marghera: "rigenerazione" di lusso = speculazione

E’ appena stato pubblicato il progetto di un “grattacielo del lusso”, che un gruppo di investitori immobiliari intende costruire a Marghera.  Non si tratta di un’idea isolata, ma di un tassello... (continua a leggere) 


E’ appena stato pubblicato il progetto di un “grattacielo del lusso”, che un gruppo di investitori immobiliari intende costruire a Marghera.  Non si tratta di un’idea isolata, ma di un tassello del disegno del territorio che sta prendendo forma nell’area veneziana, grazie alla comunità di intenti e alla sinergia operativa fra speculatori privati e pubbliche istituzioni. 
   
Nel 2010, quando venne presentata alla Biennale di architettura, l’immagine di una corona di grattacieli attorno a Venezia, con vista sul campanile di San Marco, fu considerata poco più di una bizzarria,  il prodotto di cattive scuole, dove manuali e libri di testo sembrano essere stati sostituiti dalle istruzioni di Sims City e dalle trame di True Detectives (nella serie televisiva, però, il city manager corrotto che traffica in terreni inquinati e soldi pubblici viene ammazzato e non se la cava con qualche giorno ai domiciliari).

Il Palais Lumière.

Poi, nel 2012, Cardin  “regalò alla città” il progetto per il Palais Lumière - 60 piani su una base a terra di 30 mila metri quadrati- che con i suoi   250 metri (100 in più di quelli consentiti nella zona dalle norme dell’ente di sicurezza aeroportuale) sarebbe dovuto diventare il grattacielo più alto d’Italia, e fu chiaro che il partito della verticalizzazione della gronda lagunare era agguerrito e intenzionato a vincere. 

Il progetto fu fortemente appoggiato dal sindaco Orsoni (“sarebbe folle perdere questa occasione”) e dal governatore Zaia, che con spirito umanista non esitò a paragonare Cardin a Lorenzo il Magnifico. Anche l’ex sindaco Cacciari si dichiarò favorevole, perché sebbene  l’edificio non gli piacesse, avrebbe portato vantaggi economici  (“è brutto, ma a caval donato”).  In verità, e come sempre avviene con i sedicenti mecenati osannati dai nostri governanti, il dono non era gratis. Nei materiali di progetto, infatti, si spiegava  chiaramente che la maggior parte degli oneri di costruzione incassati dal comune avrebbe dovuto essere usata  per far passare il tram ai piedi del Palais di Cardin.

Una partita di giro fra lor signori, quindi, più che un’opera utile per  Marghera e per il territorio veneziano, attorno alla quale, però, la propaganda del potere ha saputo organizzare un ampio movimento  contro i soliti professori e intellettuali, che per salvare il paesaggio vogliono affamare il popolo; ed ha usato cinicamente la disperazione di una  comunità devastata dalla chiusura delle fabbriche e dal colpevole abbandono da parte delle istituzioni, più interessate a far pagare ai contribuenti le bonifiche per rimediare al disastro ambientale provocato dai padroni lasciati scappare con la cassa, che al benessere degli abitanti. Si è così costituito un comitato di cittadini, esercenti, rappresentanti sindacali, che hanno visto nel grattacielo un “faro per il futuro”, per il miraggio di posti di lavoro che portava con sé, e solo un imprevisto diniego da parte del Ministero dei Beni Culturali ha provocato il blocco del progetto. 

Ma il blocco del Palais Lumière non ha fermato i piani per la rigenerazione del waterfront di Marghera né l’intenzione di trasformarla nella sponda banchinata della laguna destinata a diventare una   replica della baia di  Dubai, con attracchi per le grandi navi cariche di  turisti diretti a “fare shopping” nei piani  bassi dei  grattacieli dai quali poi, esausti per la caccia ai buoni affari, potranno salire per rilassarsi nelle piscine e nei ristoranti con vista mozzafiato su Venezia Vecchia. Non è escluso che quelli più “colti”, i turisti di qualità cari al ministro Franceschini, vadano anche a farsi un selfie in Piazza San Marco,  mentre per quelli più goderecci è consigliabile  raggiungere rapidamente il casinò, che si intende costruire in adiacenza all’aeroporto, e da qui, speriamo dopo essersi giocato tutto il denaro risparmiato al centro commerciale, reimbarcarsi. Ovviamente si può fare anche il percorso inverso, sbarcare all’aeroporto e salpare in nave; che siano truppe aerotrasportate o scendano da mezzi da sbarco,  quello che conta è  che i turisti disposti a spendere siano tanti e sempre di più.  

Il grattacielo della Nave de Vero.

Il grattacielo appena presentato sui giornali locali,  oltre ad inquadrarsi perfettamente in questo scenario, offre alcuni altri interessanti elementi di riflessione, più che per il plauso scontato delle istituzioni, per la forza degli investitori coinvolti.
    
Descritto dai progettisti con abbondanza di metafore che cercano negarne l’impatto,  “una grande scultura di Venere più che un edificio”, il grattacielo - 20 piani su 12 mila metri quadrati, alto 100 metri come il campanile di San Marco con cui “dialoga”- dovrebbe sorgere in adiacenza al centro commerciale Nave de Vero (115 negozi e 15 punti di ristoro), così denominato perché la sua forma vorrebbe evocare  la prua di una nave. La Nave de Vero è stata costruita e aperta nel 2014 dal gruppo olandese Corio, che di recente è stato acquisito da Klépierre,  gigante dei centri commerciali in Europa e posseduto per il 30% da Simon Property Group che ha sede a Indianapolis. Non un piccolo speculatore della campagna veneta, quindi, ma il più grande gruppo mondiale del real estate che ha interessi in 337 immobili commerciali con una superficie complessiva di 245 milioni di metri quadrati e che realizza enormi profitti. Nel 2013, l’amministratore delegato, David Simon ha ricevuto come bonus oltre 137 milioni di dollari, cifra che è sembrata esagerata ad alcuni  azionisti, tra cui il fondo pensioni del Delaware che gli ha fatto causa.  

Il signor David Simon è molto ricco, molto generoso ed ama molto Venezia. Così è diventato direttore del Venetian Heritage Council, una delle tante organizzazioni benefiche che vogliono salvare la città, e che ha di recente destinato 12 milioni di dollari per il restauro e la valorizzazione del Museo ebraico e delle sinagoghe del ghetto di Venezia. Un mecenate, quindi, del quale ancora poco si parla, ma che le autorità non mancheranno di ringraziare per i suoi doni, speriamo non con corsie speciali e procedure snelle per i suoi grattacieli.
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