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sabato 8 agosto 2015

Perché la questione meridionale è nazionale

«Occorre una classe politica che sappia rompere una tradizione di malgoverno». Al sud come al nord, nel locale e nel nazionale. Non è certo impresa in cui possa cimentarsi chi sta costruendo uno Stato feudale. La Repubblica, 8 agosto 2015


LA CONDIZIONE di declino e di degrado del Sud viene descritta dalla Svimez, un’agenzia nazionale non un sindacato come scrive Michele Salvati sul Corriere della Sera, con dati e cifre che Roberto Saviano ha tradotto in parole dirette e a tutti comprensibili quando ha parlato di un «un urlo di dolore, non un piagnisteo». Simbolo di pregiudizi vecchi e nuovi, già negli anni ’20 del secolo scorso Antonio Gramsci aveva messo in luce come per molto Nord intraprendente il Meridione fosse vissuto come una “palla al piede” che deturpava l’immagine di un Italia moderna e degna di un posto d’onore tra i grandi. Dunque, il Sud come questione nazionale la cui risoluzione richiederebbe un rinnovamento radicale, culturale e politico. Non solo finanziamenti (come il governo promette di fare, e che comunque sono necessari) ma anche una classe politica, nazionale e locale, che abbia il coraggio e l’onestà di interrompere una tradizione di malgoverno, disfunzioni e incapacità che è tanto antica quanto la nostra storia nazionale. Il dramma del Sud non è una questione relativa solo al Sud o “del” Sud, né è cominciato con la Prima Repubblica.

La questione meridionale è nata insieme all’unità d’Italia. È nata, scrissero Pasquale Villari e Francesco De Santis, quando gli italiani del Nord scoprirono che il Sud della realtà non corrispondeva a quello della lussureggiante fertilità della loro immaginazione. La miseria si cominciò a vedere con il governo liberale: i viaggi elettorali costrinsero i candidati e i giornalisti ad attraversarlo, il meridione. E il brigantaggio era una realtà, esploso insieme alle lotte risorgimentali come retroguardia di un potentato locale che non voleva essere scalzato via, ma anche come diffidenza e aperta opposizione verso i piemontesi, che con la loro supponenza di dominatori finirono, disse anni dopo Antonio Gramsci, per mostrarsi “dei dilettanti” che «non hanno alcuna simpatia per gli uomini...Obbligano a soffrire inutilmente nel tempo stesso che sciolgono degli inni alati alla virtù, alla forza di sacrificio e di volontà del cittadino italiano». Il brigantaggio, le forme di illegalità, le periodiche rivolte fecero in pochi anni temere che il Sud fosse una polveriera pronta a esplodere.

Negli anni ’70 dell’Ottocento la “questione meridionale” divenne un oggetto scientifico, anzi il primo oggetto sociale di studio scientifico nel nostro Paese, crocevia di diverse discipline, alcune nuovissime (come l’antropologia e la sociologia), altre rinnovate (come la letteratura popolare e la storia locale), altre nuove (come l’economia politica). Il problema fece nascere una scienza; che nel 1876 produsse la prima inchiesta sulla Sicilia a firma di Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti, grazie alla quale l’opinione nazionale scoprì l’esistenza della mafia. Ma fu un’autodidatta inglese a darci il primo importante racconto sociale sul meridione, Jessie White. Moglie di Alberto Mario, un patriota garibaldino di fede repubblicana e federalista, aveva perseguito sogni rivoluzionari partecipando al nostro Risorgimento, e nella sua Miseria di Napoli raccontò delle condizioni di dolore, malattia e degrado in cui languiva larga parte della popolazione partenopea, che viveva in grotte e sotterranei.

Quei due libri uscirono mentre una nuova “questione” sorgeva, questa volta non italiana soltanto ma continentale: la “questione sociale”, la nascita della classe operaia organizzata, che chiedeva diritti di sciopero e politici, assicurazioni mutualistiche e previdenziali. Questione meridionale e questione sociale in Italia marciarono insieme: l’una e l’altra figlie degli squilibri generati dall’industrializzazione e dall’erosione delle solidarietà comunitarie. Le due questioni confermavano che lo Stato non poteva “lasciar fare e lasciar passare” ma doveva intervenire. Gli interventi per risolvere la questione meridionale e quella sociale cominciarono pressoché insieme. Ma lo Stato liberale italiano li affrontò essenzialmente come questione di ordine pubblico e di sicurezza: per reprimere innanzitutto tutte le forme di “ribellione” nelle campagne come nelle città industriali. 

Affiancava a questa strategia poliziesca una pratica di finanziamenti statali per le opere pubbliche che, lamentarono subito Silvio Spaventa e Marco Minghetti, finirono per favorire il malaffare locale e la corruzione politica. La questione era dunque nazionale, di competenza e di etica delle classi di governo. Il vuoto lasciato dalla mancanza di una forza conservatrice liberale, di una destra parlamentare moderna, fu presto riempito da un nazionalismo demagogico e populista che cronicizzò la “disgregazione sociale” e rese più facile al fascismo metter radici nella società italiana. Ecco dunque che, questione meridionale e questione nazionale o erano risolte insieme o insieme deragliavano il Paese. 

Gramsci, che aborriva tanto il fatalismo quanto il volontarismo, non aveva dubbi su questo destino intrecciato. E la conferma veniva anche dai milioni di emigrati sfornati dal Sud, un’emorragia di forze che era prova provata del fallimento dei governi unitari.

In alcune lettere dal carcere, Gramsci ricostruì le tappe della devastante politica dello Stato italiano verso il Sud, legando la “questione meridionale” direttamente ai limiti delle classi dirigenti nazionali, politiche ed economiche. «Perché si provveda adeguatamente ai bisogni degli uomini di una città, di una regione, di una nazione, è necessario sentire quei bisogni; e necessario potersi rappresentare concretamente nella fantasia questi uomini in quanto vivono, in quanto operano quotidianamente, rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere. Se non si possiede questa forza di drammatizzazione della vita, non si possono intuire i provvedimenti generali e particolari che armonizzino le necessita della vita con le disponibilità dello Stato».

Per rovesciare questo trend, Gramsci suggeriva di cominciare proprio da dove si era arenato il progetto liberale: incorporare il Sud nello Stato nazionale. Oggi l’Italia è una democrazia solida, eppure il degrado nel quale versa il Sud conferma integralmente il senso delle parole gramsciane: non considerare il Sud come un problema locale, perché il Meridione rappresenta l’intera nazione, le sue sconfitte come i suoi successi. L’Italia non riparte se non tutta insieme.



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