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mercoledì 26 agosto 2015

«Mai un Gay Pride nella mia Venezia. E basta con i soloni dal doppio cognome»

Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, intervistato da Alessandra Longo. Ecco, descritto da se stesso, l'uomo che la minoranza di veneziani ha scelto come sindaco. La Repubblica, 26 agosto 2015

ROMA . Il mattino comincia male per Luigi Brugnaro. Legge sulla Nuova Venezia un’intervista al sottosegretario Ilaria Borletti Buitoni che chiede di arginare l’invasione dei turisti a San Marco e subito si agita sulla sedia: «Come si permette questa signora con i due cognomi, che certo non ha mai lavorato in miniera, di disquisire su dove devono passare o non passare le Grandi Navi? Prima parli con me, con il sindaco di Venezia, e poi dica la sua! Noi, le navi bianche, le vogliamo, non passeranno più dalla Giudecca ma faranno un percorso diverso. Qui si tratta di salvare 5000 posti di lavoro! Non ce ne facciamo niente delle idee balzane del sottosegretario con i due cognomi. Attenti che porto tutti in piazza. Mi sono rotto le scatole dei Soloni, basta con le gente che parla senza conoscere».

Ecco: Brugnaro il doge imprenditore è così. Diplomazia zero. Non gli piacciono i libri sul gender, non gli piacciono le immagini sui «mostri del mare» di Berengo Gardin, non gli piacciono «gli intellettuali da strapazzo » (salva Cacciari), non gli piacciono i comunisti, gli piace Renzi. 
«Il popolo ha scelto me, la musica è cambiata», dice.

Sindaco, lei sostiene di non essere né di destra né di sinistra... Però le sue prime polemiche sono tutte contro un certo mondo, da Celentano a Elton John, da Muccino a Toscani.
«Sono loro che polemizzano con me, non io con loro. Usano Venezia per avere un titolo sul giornale. Io sto dalla parte di chi lavora e produce, delle famiglie con figli che tirano avanti a fatica. Nei salotti e sui divani non si crea reddito. Quanti giornalisti ci sono rispetto ai lavoratori? ».

Ci considera dei parassiti?
«Non ho detto questo, non giudico per categorie, tranne che in un caso. Le posso dire che non sono comunista».

Lei da che parte sta nell’attuale amletica incertezza del centrodestra. Primarie o non primarie?
«Non sono un politico, penso trasversale. Berlusconi può essere ancora di stimolo. Io dico che ci vogliono tutte le intelligenze migliori per risollevare questo Paese. Obiettivo: tornare a crescere e creare lavoro. Non facciamo riforme da trent’anni. Adesso c’è un ragazzo che cerca di farle. Io tifo Renzi, tifo perché ci riesca».

Ha buoni rapporti con il governo?
«Ottimi con i ministri, pessimi con la gentaglia del sottogoverno ».

Elton John l’ha definita “bigotto e bifolco” dopo la sua decisione di togliere dalla scuola i libretti per bambini che descrivono le nuove famiglie.
«È un arrogante che da tre anni non mette piede a Venezia. Se permette, ai nostri figli ci pensano i genitori. La famiglia con due donne e il bambinetto è innaturale».

Omofobo?
«Si figuri. Ho amici gay».

Allora il prossimo anno Gaypride a Venezia?
«Quella è una buffonata, il massimo del kitsch. Vadano a farla a Milano oppure sotto casa sua».

Grazie.
«Prego. Tutti sono bravi fintanto che le cose non li riguardano ».

La sua ricetta sull’immigrazione?
«Qui non sono d’accordo con il governo. Non vedo come si possa andare avanti così. A Renzi, Juncker, alla Chiesa cattolica e al governatore Zaia, propongo di fare una grande convention pubblico-privata per decidere cosa fare. I confini vanno controllati. La Marina, l’Esercito, hanno giurato di difendere la frontiera sulla bandiera».

Se in una barca ci sono donne e bambini che rischiano di annegare cosa fa? Non li aiuta?
«La barca la tiro su, ma le ricordo che l’80 per cento dei migranti sono tunisini, nigeriani e maschi. I siriani sono veri profughi, non loro. E’ impensabile organizzare nuovi lager nelle città, con troppi maschi nullafacenti in giro, con le donne a rischio di essere violentate. Bisogna distinguere, trovare soluzioni umane ma soprattutto pensare a noi, all’Italia, convincere i nostri giovani in fuga, a credere ancora nel Paese».

A proposito di futuro di cosa ha bisogno Venezia?
«Di soldi. E’ una città che costa. Siamo fuori di 62 milioni di euro dal patto di stabilità e ci conteggiano ancora gli introiti nulli del Casino. E’ una città in mutande, è il momento di tirare fuori gli attributi».
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