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mercoledì 19 agosto 2015

L’invenzione dei senatori “semi” eletti

«Costituzione. Per venire fuori dal pantano della riforma, il governo prepara una "mediazione" che peggiora ancora il nuovo bicameralismo. E imbroglia sulle bocciature dei professori. ». Il manifesto, 19 agosto 2015 (m.p.r.)


Sena­tori eletti dal popolo o scelti da (e tra) il per­so­nale poli­tico di seconda fascia - come sono i con­si­glieri regio­nali rispetto ai par­la­men­tari? A set­tem­bre la com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali del senato ripren­derà a lavo­rare sul dise­gno di legge di revi­sione costi­tu­zio­nale Renzi-Boschi e dovrà imboc­care una delle due strade. Quin­dici mesi fa la stessa com­mis­sione, all’epoca del primo pas­sag­gio in par­la­mento della riforma, aveva scelto l’elezione diretta, appro­vando un ordine del giorno del leghi­sta Cal­de­roli. Ma il governo non era d’accordo. E così il lavoro del senato è andato avanti igno­rando quell’ordine del giorno e met­tendo le basi per la riforma com’è oggi, con i sena­tori scelti all’interno dei con­si­gli regio­nali. Un pre­ce­dente utile da ricor­dare a chi oggi, quando si chiede l’elezione diretta, risponde che non si può ripar­tire sem­pre da capo.

Allora i leghi­sti stril­la­rono che non si poteva igno­rare l’ordine del giorno per l’elezione diretta, chia­ma­rono in causa la giunta per il rego­la­mento del senato. E lo stesso fece il sena­tore Mauro quando, imme­dia­ta­mente dopo quel voto, fu sosti­tuito nella com­mis­sione da un altro sena­tore del suo gruppo, ma favo­re­vole alla riforma. Iden­tica sorte toccò a due sena­tori della mino­ranza Pd, che però non si oppo­sero alla rimo­zione. In ogni caso la giunta non decise, lo strappo fu sanato con il silen­zio. E siamo a oggi, quando davanti alla com­mis­sione di palazzo Madama c’è il testo nel frat­tempo modi­fi­cato dalla camera, ma non nel punto della com­po­si­zione del senato — se non in una parola che può ser­vire come cavallo di Troia per ammet­tere modi­fi­che sostan­ziali. Il punto è ancora quello: futuri sena­tori eletti dal popolo oppure no?

L’orientamento dei sena­tori attuali non è cam­biato, e resta favo­re­vole all’elezione diretta. Lo dimo­stra la conta degli emen­da­menti. Sono sei i gruppi che hanno pre­sen­tato pro­po­ste per il ritorno al senato elet­tivo, e poi ci sono i 28 della mino­ranza Pd: in totale 170 sena­tori, una comoda mag­gio­ranza asso­luta. Ma sono numeri che dicono poco, per­ché è da esclu­dere che i rap­pre­sen­tanti del gruppo delle auto­no­mie saranno con­se­guenti con i loro emen­da­menti, è assai dif­fi­cile che il gruppo dei dis­si­denti Pd resti com­patto ed è impro­ba­bile che Forza Ita­lia non trovi il modo di rinun­ciare alle sue posi­zioni per aiu­tare Renzi. La strada che la com­mis­sione si avvia a imboc­care allora non è né quella dell’elezione popo­lare diretta né quella dell’elezione di secondo grado, ma una terza via di con­fusa media­zione. L’elezione «semi diretta». O secondo la ver­sione di uno dei regi­sti del com­pro­messo, il sena­tore ed ex mini­stro delle riforme Qua­glia­riello, «con­ta­mi­nare il nuovo senato con il voto popolare».

«Con­ta­mi­nare», non far eleg­gere diret­ta­mente i sena­tori, per­ché Renzi e Boschi (insieme) non inten­dono cedere fino a ripor­tare in mano ai cit­ta­dini la pos­si­bi­lità di sce­gliere i sena­tori. Grande spon­sor della deci­sione è la Con­fe­renza delle regioni (pre­si­dente Ser­gio Chiam­pa­rino) che ha sosti­tuito l’associazione dei comuni nel ruolo di guar­dia del corpo della riforma (all’inizio Renzi aveva pen­sato a un senato com­po­sto inte­ra­mente da sin­daci, ora ne restano 21). In più il pre­si­dente del Con­si­glio ha biso­gno di un argo­mento sem­plice con il quale con­durre la cam­pa­gna per il refe­ren­dum con­fer­ma­tivo che si terrà alla fine del pros­simo anno (al più pre­sto) e che certo non potrà ruo­tare attorno a que­stioni com­pli­cate come il bilan­cia­mento dei poteri o la pro­ce­dura di for­ma­zione delle leggi. «Sena­tori non più eletti sì o no?» Slo­gan che può ulte­rior­mente sem­pli­fi­carsi in «Sena­tori senza sti­pen­dio sì o no?», come ha fatto inten­dere di voler chie­dere agli ita­liani Renzi. Intanto, pre­vi­dente, ha già scelto lo slo­gan della pros­sima festa nazio­nale dell’Unità: «C’è chi dice sì».

Ha scritto a Repub­blica Gior­gio Napo­li­tano, padre nobile della costi­tu­zione Renzi-Boschi, che non si può tor­nare (restare) all’elezione diretta dei sena­tori per­ché a quel punto sarebbe «inso­ste­ni­bile» sot­trarre al senato il potere di dare la fidu­cia al governo e si rica­drebbe nel bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio. Un argo­mento iden­tico ha usato uno dei cava­lieri del ren­zi­smo, il capo­gruppo dei depu­tati Ettore Rosato: «Tor­nare all’elezione diretta com­por­te­rebbe, come ci dicono pra­ti­ca­mente tutti i costi­tu­zio­na­li­sti inter­pre­tati, la neces­sità di rein­tro­durre il voto di fidu­cia anche al senato». L’affermazione è inte­res­sante, per­ché il cir­colo stretto ren­ziano non cita mai a suo favore i costi­tu­zio­na­li­sti, anzi usa disprez­zarli chia­man­doli «pro­fes­so­roni». Infatti è falsa. Il dibat­tito costi­tu­zio­nale è evi­den­te­mente assai varie­gato, ma di 32 esperti ascol­tati dalla prima com­mis­sione del senato tra la fine di luglio e l’inizio di ago­sto (non tutti, ma quasi, costi­tu­zio­na­li­sti), la tesi così come espo­sta da Rosato è stata soste­nuta solo da tre pro­fes­sori (Fal­con, Luciani e Tondi della Mura). E ciò nono­stante anche loro, come «pra­ti­ca­mente tutti», hanno evi­den­ziato la stra­nezza del nuovo senato imma­gi­nato da Renzi e Boschi, che si pro­pone come «rap­pre­sen­ta­tivo delle isti­tu­zioni ter­ri­to­riali» (arti­colo 2) ma è dise­gnato in modo da far «pre­va­lere il cir­cuito poli­tico par­ti­tico» (con que­ste parole Cer­rone). Un senato di non eletti che ha tra i suoi poteri quello di par­te­ci­pare alla pro­ce­dura di revi­sione costi­tu­zio­nale è, per citare alcuni dei giu­dizi nega­tivi ascol­tati in com­mis­sione, «incoe­rente», «ibrido», «anfibio».

Mas­simo Luciani, pro­fes­sore della Sapienza non ostile al dise­gno di Renzi, ha spie­gato che meglio sarebbe un’elezione diretta dei sena­tori da parte dei cit­ta­dini in con­co­mi­tanza con l’elezione dei con­si­glieri regio­nali -i sena­tori a quel punto potreb­bero essere con­si­glieri regio­nali a tutti gli effetti ma anche no. Carlo Fusaro, pro­fes­sore a Firenze tra i più con­vinti soste­ni­tori della riforma, giu­dica «bal­zana» l’idea di dele­gare alla legge di attua­zione il cri­te­rio con il quale «semi-affidare» la scelta dei senatori-consiglieri al voto popo­lare, «con­ta­mi­nare» direbbe Qua­glia­riello. Eppure è pre­ci­sa­mente que­sta l’intenzione del governo, che non vuole toc­care il prin­ci­pio dell’elezione di secondo grado per non ria­prire il capi­tolo della com­po­si­zione del senato nel pros­simo, ine­vi­ta­bile, ritorno del dise­gno di legge alla camera.

La solu­zione pre­fe­rita nei ragio­na­menti ago­stani della mag­gio­ranza è quella del vec­chio «listino», cioè un elenco di con­si­glieri regio­nali «spe­ciali» che una volta eletti (e se eletti) avreb­bero diritto a essere nomi­nati in secondo grado tra i sena­tori. Il che avrebbe un van­tag­gio per i par­titi: poter sce­gliere i nomi del listino, e dun­que i pos­si­bili sena­tori, anche affi­dan­doli for­mal­mente alla sele­zione popo­lare. Del resto sul punto sono in pochi a poter van­tare asso­luta coe­renza. Anche il sena­tore Gotor che oggi è tra i più in vista nel fronte dei 28 Pd favo­re­voli all’elezione diretta, un anno fa nel corso del primo pas­sag­gio sostenne que­sta solu­zione, defi­nen­dola «un secondo grado raf­for­zato e qua­li­fi­cato». Ma allora l’Italicum, la nuova legge elet­to­rale, era solo una minaccia.
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