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La Galleria di Milano requisita per una cena benefica. Per non turbare il senso estetico dei lussuosi ospiti, le barriere che bloccano gli ingressi sono state dipinte d'oro. Il nudo cemento va bene solo in periferia. (p.s.)
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DAI MEDIA

giovedì 27 agosto 2015

Le relazioni, questione centrale

«Il nodo delle rela­zioni non è una que­stione paral­lela, ma cen­trale.  Sia nella valo­riz­za­zione di poteri alter­na­tivi sia nel creare coe­sione, per reg­gere lo scon­tro vio­lento. Per­ché sono l’oggetto dei pro­cessi di rior­ga­niz­za­zione in corso ad opera di un capi­ta­li­smo neo­li­be­ri­sta che nella vita entra senza rite­gno, e la rimo­della a pro­prio piacimento». Il manifesto, 26 agosto 2015

Quali erano i pen­sieri, le idee, i sogni di Paola, brac­ciante morta di fatica – cioè di lavoro secondo la lin­gua del sud – tra le vigne di Trani? E cosa pen­sano, desi­de­rano, sognano i dipen­denti Ikea che fanno scio­peri ine­diti in tutta Ita­lia, con la soli­da­rietà dei clienti? Cosa c’è nella loro mente? C’è l’idea di un mondo dove ci sia più giu­sti­zia? Col­ti­vano con­crete spe­ranze di poter cam­biare le loro con­di­zioni di vita? Su chi fanno affi­da­mento? Natu­ral­mente oltre i sindacati?

Rischio volu­ta­mente la reto­rica, nell’accostare l’arcaico capo­ra­lato e la moderna pre­ca­rietà mul­ti­forme, espe­rienze con­tem­po­ra­nee di cui gli esempi si potreb­bero mol­ti­pli­care, tutti accu­mu­nati da un sala­rio ora­rio inde­cente, o sem­pre più basso. La reto­rica spa­ri­sce se rove­scio la domanda: la sini­stra ha in mente Angela, i suoi com­pa­gni di lavoro, o i dipen­denti dell’Ikea? Pensa, la sini­stra, imma­gina, pro­getta come affron­tare, risol­vere i pro­blemi della vita di que­ste per­sone? Il modo per pro­teg­gerle dalla fero­cia del capi­ta­li­smo neo-liberista? Strade per­cor­ri­bili, anche audaci, con­flit­tuali, peri­gliose, e per­ché no, rivol­tose, ma che per­met­tano di intra­ve­dere modi diversi di vivere?

La rispo­sta è bru­tale: no, da molto tempo que­sto non avviene. E que­sto è il nodo cru­ciale del dibat­tito aperto da Norma Ran­geri e dal mani­fe­sto: l’incontro man­cato. Tra ciò che è nella mente di chi si trova in con­di­zioni di vita sem­pre più dura, — chi non rie­sce a pagarsi un affitto, chi affronta una riforma della scuola che solo per finta assume chi è pre­ca­rio, pre­cari della cono­scenza che man­ten­gono con il loro lavoro semi­gra­tuito uni­ver­sità, cen­tri di ricerca e sistemi di infor­ma­zione – se ci sono, desi­deri e spe­ranze, dif­fi­cil­mente si chia­mano “sini­stra”. E dall’altra parte i pro­getti di chi dovrebbe aprire lo spa­zio di ela­bo­ra­zione e di pra­ti­che poli­ti­che che a quelle menti pos­sano par­lare, dare respiro e speranza.

Non inte­ressa, qui, fare l’analisi delle respon­sa­bi­lità. Fer­marsi ancora una volta a fare l’inventario delle colpe, oggi sarebbe quasi cri­mi­nale. Non c’è vita, nella recri­mi­na­zione e nel ran­core. E lo dico da fem­mi­ni­sta quale sono, sem­pre più sgo­menta nel con­sta­tare l’impossibilità, per tanti, troppi – uomini – di rico­no­scere il peso, l’influenza, l’acutezza della cri­tica fem­mi­ni­sta alla loro poli­tica, e che inca­paci come sono di acco­glierla espli­ci­ta­mente pro­ce­dono come se nulla fosse suc­cesso. Certa che que­sto muro di silen­zio sia parte del pro­blema, della dif­fi­coltà di met­tere a fuoco visioni ampie, inclu­sive, e nello stesso tempo con­vinta che anche il fem­mi­ni­smo sia impli­cato, nel vuoto che ci affligge.

Non c’è solo l’effetto-distrazione nell’essersi fis­sate troppo sull’obiettivo pari­ta­rio, così facil­mente fatto pro­prio dalla logica neo-liberista. È come se avere aperto la strada, almeno in Occi­dente, alla libertà fem­mi­nile, avesse spinto a chiu­dere gli occhi su quanto avviene. Come se per esem­pio il feroce aumento della dise­gua­glianza eco­no­mica non riguar­dasse le donne. Che ne sono le prime vit­time, sotto mol­te­plici aspetti, dallo sfrut­ta­mento del lavoro di cura alla diretta messa al lavoro del corpo fem­mi­nile, della ripro­du­zione. Anche da parte di altre donne.

Si parla spesso di un ritorno all’Ottocento. È un’argomentazione effi­cace, aiuta a pren­dere coscienza della pesan­tezza delle con­di­zioni di vita, o a recu­pe­rare forme di auto-organizzazione come il mutua­li­smo, rico­struen­done il mito e l’epica. Ma in un’immaginaria replica con­tem­po­ra­nea del “Quarto Stato” di Pelizza da Vol­pedo, non ci sarebbe una donna con un bimbo in brac­cio, die­tro e di lato a un uomo, a uomini che com­bat­tono in prima fila. Dove sareb­bero le donne? E gli stessi uomini? E i bam­bini? E que­sti, di chi sareb­bero figli?

Non sono det­ta­gli fuor­vianti. Come non capire che que­sto qua­dro mutato e mutante è parte essen­ziale di ciò che va pen­sato, anche nel met­tere a fuoco nuovo forme orga­niz­za­tive? Che il nodo delle rela­zioni non è una que­stione paral­lela, ma cen­trale? Sia nella valo­riz­za­zione di poteri alter­na­tivi sia nel creare coe­sione, per reg­gere lo scon­tro vio­lento. Per­ché sono l’oggetto dei pro­cessi di rior­ga­niz­za­zione in corso ad opera di un capi­ta­li­smo neo­li­be­ri­sta che nella vita entra senza rite­gno, e la rimo­della a pro­prio piacimento.

Esat­ta­mente come agi­sce per la ride­fi­ni­zione– distru­zione di demo­cra­zia. Nel qua­dro delle isti­tu­zioni, euro­pee e non solo. Fanno parte di un unico dise­gno di comando che va combattuto.

Di que­sto si dovrebbe par­lare, se si parla di vita a sini­stra. Se si vuole entrare nella brec­cia che Ale­xis Tsi­pras con grande luci­dità poli­tica con­ti­nua a tenere aperta. Mi auguro, nel fitto calen­da­rio di impe­gni tra movi­menti e orga­niz­za­zioni fino a novem­bre, che il gesto del dirsi “siamo qui, par­tiamo”, sia rapido, veloce, quasi non­cu­rante. Come chi sa che non c’è nulla da esal­tare, in effetti. Che orga­niz­zarsi non è occu­parsi di sé. L’urgenza è met­tersi in grado di aprire spazi e pen­sieri, libe­rare l’immaginazione. Un lavoro di lunga lena.
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