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DAI MEDIA

venerdì 28 agosto 2015

Le invasioni barbariche

In Germania qualcosa si muove nella direzione giusta. Ma consolidando una credenza profondamente erronea e operando una gravissima discriminazione: la credenza che si tratti di un'emergenza umanitaria e non di un esodo biblico, la discriminazione di salvare solo i siriani, come se le carestie non avessero le stesse cause e gli stessi effetti. Il manifesto, 28 agosto 2015

I ger­ma­ni­sti ci spe­rano sem­pre. In un qual­che pic­colo segnale di ripresa dell’etica e della cul­tura tede­sca. A mag­gior ragione dopo una lunga sequenza di aspre cri­ti­che con­tro le forme che andava assu­mendo l’egemonia ger­ma­nica sull’Europa: dall’ultimo pam­phlet di Ulrich Beck alla pesan­tis­sima accusa rivolta da Jür­gen Haber­mas al governo di Ber­lino di aver dis­si­pato in una sola notte (quella dell’imposizione del Memo­ran­dum ad Atene) l’intero patri­mo­nio di aper­tura e affi­da­bi­lità euro­pei­sta accu­mu­lato dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Sarebbe di fronte all’ «immane tra­ge­dia» dell’immigrazione che alla Ger­ma­nia si offri­rebbe ora l’occasione del riscatto, l’opportunità di cor­reg­gere l’egemonia finan­zia­ria con una «ege­mo­nia morale tede­sca», come si inti­tola l’editoriale di Gian Enrico Rusconi su La Stampa del 27 agosto.

Del resto quel grande feno­meno sto­rico che nei nostri libri di testo viene desi­gnato con l’espressione alquanto sprez­zante di «inva­sioni bar­ba­ri­che» nelle scuole di lin­gua ger­ma­nica è chia­mato die Völ­ker­wan­de­rung, ossia la migra­zione dei popoli.

Una espres­sione che però dif­fi­cil­mente vedremmo oggi appli­cata al gigan­te­sco spo­sta­mento di popo­la­zioni da nume­rose aree deva­state del pia­neta verso i più ric­chi paesi d’Europa. Sarà per­ché que­sti uomini e que­ste donne non sono gui­dati dai rispet­tivi monar­chi, dai quali, al con­tra­rio, rifug­gono o per­ché l’unica arma di cui dispon­gono è quella del numero, di uno squi­li­brio intol­le­ra­bile e, infine, di una neces­sità storica.

Di qui l’illusione che si tratti di una «emer­genza uma­ni­ta­ria» e non di un pro­cesso incon­te­ni­bile desti­nato a mutare radi­cal­mente la com­po­si­zione e la cul­tura delle società euro­pee. Certo, l’ecatombe quo­ti­diana, via terra e via mare, e le sue orri­pi­lanti cir­co­stanze (i sepolti vivi nelle stive dei bar­coni e nei camion), rive­lano e celano al tempo stesso.

Rive­lano la vio­lenza spro­po­si­tata delle con­di­zioni di «viag­gio» impo­ste ai migranti da traf­fi­canti e guar­die con­fi­na­rie e dun­que l’«emergenza uma­ni­ta­ria», ma celano la natura strut­tu­rale e affatto con­tin­gente dei flussi migratori.

Ma vediamo più da vicino in che cosa con­si­ste l’ «esem­pio morale» di Angela Mer­kel. Sfi­dando i fischi e gli insulti di un gruppo di con­te­sta­tori ultra­na­zio­na­li­sti in quel di Hei­de­nau, cit­ta­dina tea­tro di ripe­tute vio­lenze dell’estrema destra, la can­cel­liera ha con­dan­nato con toni duri raz­zi­smo e xenofobia.

Qua­lun­que altro gover­nante euro­peo non avrebbe potuto fare altri­menti. A mag­gior ragione di fronte a una esca­la­tion di atten­tati e aggres­sioni di matrice raz­zi­sta o neo­na­zi­sta come quella che la Ger­ma­nia ha lasciato cre­scere al suo interno, spesso civet­tando con l’ideologia della «prio­rità nazionale».

Fin qui, dun­que, nulla di straor­di­na­rio. Più rile­vante, invece, la deci­sione di sospen­dere la regola di Dublino che impone ai richie­denti asilo di rima­nere nel primo paese dell’Unione in cui sono arri­vati. Un buon motivo per far tirare il fiato ai paesi di con­fine come il nostro. Ma c’è un però.

La Ger­ma­nia apre le porte ai soli siriani, con­si­de­rati la punta dell’iceberg «uma­ni­ta­rio». Così facendo pro­pone un modello che di morale non ha pro­prio nulla.

Se anche si assu­messe come solo motivo di legit­tima fuga la guerra guer­reg­giata, in che cosa si distin­gue­rebbe chi fugge da Mosul da chi fugge da Aleppo, da Kan­da­har o dallo Yemen?

Se il «para­digma siriano» può alleg­ge­rire una con­tin­genza esso intro­duce tut­ta­via una deli­rante tas­so­no­mia dei migranti, suscet­ti­bile di con­ti­nue par­ti­zioni: pro­fu­ghi di guerra (da sud­di­vi­dere sulla base di un qual­che indice bel­lico?), rifu­giati poli­tici (da ripar­tire secondo un dia­gramma della repres­sione?), rifu­giati cli­ma­tici ( da indi­vi­duare sulle sta­ti­sti­che meteo?), per­se­gui­tati reli­giosi (da defi­nire secondo una misura della libertà di culto?) migranti eco­no­mici (tanto peg­gio per loro).

Infine la distin­zione più assurda di tutte: quella tra paesi sicuri e paesi insi­curi. Un paese, infatti, non è pari­menti sicuro o insi­curo per tutti. Per un omo­ses­suale l’Iran non è, per esem­pio, un paese sicuro, come non lo è l’Arabia sau­dita per una donna desi­de­rosa di gui­dare un’automobile e l’elencazione potrebbe pro­ce­dere all’infinito.

Pos­siamo imma­gi­nare i buro­crati dei cen­tri di iden­ti­fi­ca­zione e regi­stra­zione alle prese con que­sto gine­praio. Così, di fronte a tanta com­pli­ca­zione che manda in pezzi la stessa dimen­sione «uma­ni­ta­ria», il modello tede­sco pro­cede verso una ulte­riore restri­zione del diritto di asilo (del resto più volte ridi­men­sio­nato nel corso degli ultimi anni) alla quale sta ala­cre­mente lavo­rando il mini­stro degli interni Tho­mas de Mazière.

A que­sto si affianca una poli­tica di restri­zione del wel­fare e degli stru­menti assi­sten­ziali (per i migranti in primo luogo, ma non solo) tali da ren­dere il paese sem­pre meno appe­ti­bile per chi inten­desse stabilirvisi.
Quanto a «ege­mo­nia morale» non c’è dav­vero che dire. Rispar­mio e deter­renza in un colpo solo. Ogni brec­cia nei muri visi­bili e invi­si­bili che divi­dono l’Europa è per molti un’occasione di sal­vezza, ma non biso­gna per­dere di vista il fatto che il «para­digma siriano» risponde a una logica di governo e di con­trollo del «diritto di fuga» che, sia pure sotto la pres­sione di eventi estremi ( fomen­tati da poli­ti­che glo­bali senza scru­poli), risponde pur sem­pre alla volontà di garan­tire l’impiego pro­fit­te­vole e com­pe­ti­tivo delle «risorse umane».
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