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mercoledì 12 agosto 2015

Il senato nella foresta

«Non si può giudicare la composizione della nuova camera alta tirandola fuori dal contesto in cui sarà inserita, a maggior ragione dopo la nuova legge elettorale. Napolitano continua a sottovalutare la concentrazione di potere su palazzo Chigi». Il manifesto, 12 agosto 2015 (m.p.r.)

Napolitano risponde sulla riforma costituzionale a Scalfari (La Repubblica, 9 agosto) dichiarando essenziale che non vi siano «due istituzioni rappresentative della generalità dei cittadini, sottraendo al senato solo (e a quel punto insostenibilmente!) il potere di dare la fiducia al governo». In breve, il senato di seconda scelta è cardine indispensabile della riforma. Non siamo e non saremo d’accordo, per molteplici motivi.

Il primo. È antica saggezza che bisogna saper vedere la foresta al di là dei singoli alberi che la compongono. È invece quel che accade qui, se si valuta il senato non elettivo come elemento a sé stante. Nella riforma costituzionale, va visto insieme al governo in parlamento, all’incidenza sugli organi di garanzia, agli strumenti di democrazia diretta, alla compressione delle autonomie territoriali. A questo si aggiungono altre riforme, tra cui anzitutto la legge elettorale, ed anche la riforma della Pubblica amministrazione. Le innovazioni sono univocamente orientate a concentrare il potere su palazzo Chigi, senza costruire un efficace sistema di checks and balances. Non bastano a tal fine le limature della camera sull’originario testo del senato. 

Il secondo. In tale contesto, è cruciale l’insostenibile leggerezza dei partiti, ormai sostanzialmente privi di radicamento territoriale e di una militanza che vada al di là di campagne e comitati elettorali. La sinergia con l’Italicum (legge 52/2015) apre la porta a fenomeni estremi di personalizzazione, e traduce la concentrazione del potere su palazzo Chigi in una concentrazione sul leader del partito reso artificiosamente maggioritario dal sistema elettorale taroccato. È già successo, con Renzi, e domani succederebbe ancora, con altri. La legge sui partiti è di là da venire, e quel che si sa non fa sperare bene. A quanto pare il tema centrale è come ridurre all’obbedienza il dissenso interno. 

Il terzo. Un ceto politico regionale e locale senza qualità tradurrebbe nella più alta sede di rappresentanza i cacicchi di territorio, o i loro sodali, amici, clienti, parenti che già popolano le istituzioni. Questo potrebbe solo rafforzare i peggiori tratti della politica regionale e locale, senza dare forza alle istituzioni nazionali. Negli anni Novanta fu fatta una grande scommessa su regioni ed enti locali per rivitalizzare il paese. È fallita, e oggi quelle istituzioni sono in larga misura il ventre molle del sistema Italia. Basta leggere le cronache giudiziarie e le relazioni della Corte dei conti. Il bisogno di oggi è l’esatto contrario di quel che si voleva ieri. E non basta certo a pareggiare il conto il risparmio - in larga misura apparente - delle indennità ai senatori. 

Il quarto. Almeno funzionasse. Ma si potrà mai legiferare meglio attraverso un procedimento che sembra il labirinto del Minotauro? Come si può pensare che il senato eserciti funzioni di controllo e vigilanza essendo popolato da chi ha interesse a trattare con l’esecutivo per i fondi da destinare al territorio, base primaria del proprio potere oggi e domani? E perché affidare al voto di sindaci e consiglieri regionali le questioni bioetiche, sulla morte e sulla vita, e persino sulla revisione della Costituzione, incluse le libertà di tutti? Ne hanno parlato in campagna elettorale? Hanno chiesto un mandato ai propri cittadini, insieme a quello per la sistemazione delle fognature o per la viabilità e i trasporti? 

Il quinto. La forza di una Costituzione è data dalla ampia condivisione dei valori che essa esprime. Sappiamo tutti che la riforma passa solo con i numeri dati da una legge elettorale incostituzionale, e forse con l’appoggio decisivo dei voltagabbana. Sappiamo tutti che viene non da un’investitura popolare come qualcuno ama far credere, ma da uno scambio di vertice per molti inaccettabile. Vediamo la pochezza degli argomenti a favore, e la sordità alle critiche. Vediamo ogni giorno che la si vuole far passare con la minaccia di crisi e nuove elezioni. La vediamo poggiare sulla paura di perdere le poltrone oggi occupate, o per domani agognate, nei palazzi del potere. E questa dovrebbe essere la «nostra» Costituzione? Mai. 

Domande, censure, dubbi da tempo avanzati e tuttora senza risposta. Non basta citare qualche supposto precedente. La riforma del 2001 del titolo V (centrosinistra, ora legge costistuzionale 3/2001) e quella del 2005 sulla Parte II (centrodestra, respinta dal voto popolare il 25 giugno 2006), approvate a colpi di maggioranza e schiacciando il dissenso, furono entrambe pessime. Quanto alle Bicamerali, operavano quando i partiti non erano ancora evanescenti ectoplasmi. E non offrono più un raffronto utile. È dunque essenziale che il senato sia eletto direttamente, pur nell’ambito di un bicameralismo differenziato. Napolitano cita Gramsci affermando che bisogna respingere la «paura dei pericoli». È giusto. Ma altra cosa è il ragionato, consapevole, convinto, profondo dissenso.
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