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mercoledì 12 agosto 2015

Il riso a km zero subito esaurito negli scaffali

Dal campo al piatto non è solo un fortunato slogan per forme agricole più urbane e sostenibili, ma anche un metodo diretto e sicuro per tutelare gli spazi aperti rendendo più consapevole la società locale. La Repubblica Milano, 12 agosto 2015, postilla (f.b.)

Tutto esaurito. È il riso a chilometro zero di Milano, prodotto nelle 65 cascine della città. E dallo scorso aprile in arrivo direttamente dai produttori agli scaffali della grande distribuzione, grazie a all’intesa siglata tra il consorzio Dam Distretto agricolo milanese) e il gruppo Esselunga. L’accordo, promosso da Palazzo Marino, è stato realizzato nell’ambito della valorizzazione del territorio rurale urbano (sono oltre 2.900 gli ettari di terra coltivata in città, dei quali circa 630 quelli coltivati a riso) e prevede che le tre varietà di riso milanese (Arborio, Carnaroli e Sant’Andrea: a questi prodotti si sono poi aggiunte anche le forniture di zucchine e fiori di zucca) arrivino direttamente dai campi delle aziende agricole milanesi ai supermercati di Milano, Monza Brianza e Pavia.

La prima fornitura di riso era di 500 quintali: inizialmente prevista per un intero anno, in quattro mesi è finita. «Il Comune - assicura l’assessore all’Urbanistica e agricoltura, Alessandro Balducci - continuerà a impegnarsi per la promozione dell’agricoltura milanese, che sempre più si dimostra un’occasione fondamentale di sviluppo e di tutela del territorio urbano ». «Si tratta di un progetto - aggiunge il presidente del Consorzio Dam, Andrea Falappi - nato per la promozione dell’agricoltura cittadina, all’insegna della filiera corta e dei consumi a chilometro zero, si sta rivelando anche un successo di mercato. E Milano si conferma una metropoli rurale a tutti gli effetti».

postilla
Ci sono due modi per leggere questo interessante processo di risensibilizzazione degli abitanti rispetto ai propri spazi agricoli: quello della «metropoli rurale» come la chiama pro domo sua il rappresentante dei coltivatori, e quello di un senso rinnovato dell'agricoltura urbana e del verde che diventa a tutti gli effetti infrastruttura portante della città. Preferiamo di gran lunga questa seconda prospettiva, che è tra l'altro il medesimo genere di sensibilizzazione che in Gran Bretagna viene operato almeno dai tempi delle prime leggi nazionali sulla greenbelt, col risultato di tutelarla efficacemente anche contro le più subdole politiche di urbanizzazione, come quelle che fanno leva sull'emergenza abitativa. Quando il rapporto di una società locale con il suo verde è così diretto che si porta in tavola ogni giorno, non c'è speculazione che tenga: la greenbelt è un accessorio di casa propria, intoccabile (f.b.)
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