responsive_m


Anche la remota Islanda rischia di soccombere al turismo di massa, ora la principale fonte di reddito. In pericolo non solo la sua natura, sacrificata alla costruzione di nuove strutture e ai guadagni economici, ma la vivibilità dei residenti. Airbnb sottrae appartamenti e alberghi e negozi di souvenir prosperano a scapito della scena culturale e artistica della città. (i.b.)

scritta dai media

DAI MEDIA

martedì 25 agosto 2015

Il ping pong economico

«In Cina emergono i limiti di un modello che, pur molto diverso da quello dominante nei paesi capitalistici occidentali nell’ultimo trentennio, ha in comune il contenimento dei salari e la carenza dei consumi interni (pur se a livelli molto più bassi». Il manifesto, 25 agosto 2015)
I crolli di Borsa tra­smessi dalla Cina a tutto il mondo, pur matu­rati nell’ambito della dece­le­ra­zione annun­ciata di quel sistema eco­no­mico, segna­lano anche che la crisi delle eco­no­mie occi­den­tali ini­ziata nel 2007–2008 sta esten­dendo i suoi effetti, rice­ven­done a sua volta inte­ra­zioni nega­tive. Quando nel 2008 si mani­fe­stò quella che fu defi­nita “crisi glo­bale”, veniva pre­ci­sato che si faceva rife­ri­mento ai “soli” paesi svi­lup­pati dell’Occidente capi­ta­li­stico, in par­ti­co­lare agli Usa e all’Europa; il Giap­pone era in sta­gna­zione già da tempo.

Nelle eco­no­mie emer­genti non si avver­ti­rono pro­blemi, anzi, gli indi­ca­tori eco­no­mici con­ti­nua­rono a essere posi­tivi. Però, suc­ces­si­va­mente — men­tre nell’Eurozona l’ottusità della “auste­rità espan­siva” aggra­vava i danni — la cre­scita si è ridotta o annul­lata anche in quasi tutti i paesi Brics. Rima­neva la Cina, che con i suoi ele­vati volumi di cre­scita del Pil e del com­mer­cio con in paesi occi­den­tali atte­nuava i pro­blemi di quest’ultimi.

Ma adesso anche in Cina è sem­pre più evi­dente la fre­nata dello svi­luppo tra­vol­gente degli ultimi anni (dal 14% di cre­scita del Pil nel 2007, le pre­vi­sioni per il 2015 sono anche infe­riori al 5%; le espor­ta­zioni cinesi nel 2014 hanno regi­strato un calo fino al 26% rispetto al 2008 e sono dimi­nuite del 7,3% nei primi sette mesi del 2015).

In Cina emer­gono i limiti di un modello che, pur molto diverso da quello domi­nante nei paesi capi­ta­li­stici occi­den­tali nell’ultimo tren­ten­nio, ha in comune il con­te­ni­mento dei salari e la carenza dei con­sumi interni (pur se a livelli molto più bassi).

C’è stata una accu­mu­la­zione for­zosa volta a recu­pe­rare la sua arre­tra­tezza (capi­ta­li­stica), ali­men­tata con una distri­bu­zione favo­re­vole ai pro­fitti (pub­blici e pri­vati) cana­liz­zati in nuova capa­cità e inno­va­zione pro­dut­tiva, spin­gendo gli stessi red­diti da lavoro a finan­ziare in Borsa le imprese e lo stato (il cui debito è pari al 280% del Pil).

L’elevato aumento della capa­cità pro­dut­tiva e i bassi con­sumi interni hanno deter­mi­nato anche un ele­vato sur­plus nel com­mer­cio estero e il rein­ve­sti­mento dei pro­venti valu­tari in titoli stra­nieri, soprat­tutto Usa. Il modello di svi­luppo cinese ha dun­que con­tri­buito al feno­meno mon­diale della forte cre­scita di debiti e cre­diti che ha con­tri­buito alla crisi glo­bale, ma in modo diverso (e for­te­mente con­trol­lato dallo stato) dalla finan­zia­riz­za­zione delle eco­no­mie occi­den­tali. In que­ste ultime gli squi­li­bri nel set­tore reale erano attu­titi dal cre­scente inter­scam­bio con la Cina. Tut­ta­via, le per­si­stenti cause della crisi dei paesi capi­ta­li­sti­ca­mente svi­lup­pati hanno finito per tra­smet­tere i loro effetti nega­tivi anche al sistema cinese.

La dece­le­ra­zione dell’economia cinese ha cause pro­prie, ma un con­tri­buto è ascri­vi­bile alla per­se­ve­rante crisi delle eco­no­mie occi­den­tali che ha finito per assu­mere una dimen­sione effet­ti­va­mente glo­bale. Que­sta evo­lu­zione nega­tiva è stata accen­tuata dalle poli­ti­che pre­va­lenti nell’Euro zona, da mesi con­cen­trate sui vin­coli da imporre alla Gre­cia (ma con intenti dimo­stra­tivi per gli altri paesi peri­fe­rici e la stessa Fran­cia) per assi­sterla con un inter­vento da 86 miliardi di euro (in buona parte da uti­liz­zare per la resti­tu­zione di debiti alla stessa Troika) che, tut­ta­via, rap­pre­senta circa un decimo di quanto le Borse euro­pee hanno perso nella sola set­ti­mana scorsa e ieri per effetto della “sin­drome cinese”.

Una simi­li­tu­dine signi­fi­ca­tiva sulla quale dovreb­bero riflet­tere sia i fau­tori del modello tede­sco sia chi auspica la rot­tura dell’euro è che nell’Unione euro­pea e in Cina si stanno evi­den­ziando i pur pre­ve­di­bili pro­blemi gene­rati dalla ina­de­gua­tezza — pur se a livelli diversi — dei salari e dei con­sumi, e dalla dif­fi­coltà di com­pen­sarne l’effetto nega­tivo sulla domanda con le espor­ta­zioni. Di fronte alla peri­co­losa ten­denza delle sva­lu­ta­zioni com­pe­ti­tive tra grandi aree — Usa, Cina, Giap­pone, Unione euro­pea – i paesi mem­bri di quest’ultima rischiano di par­te­ci­parvi, per di più, in ordine sparso, se tor­ne­ranno dall’euro alle valute nazionali.

La con­cen­tra­zione degli intenti espan­sivi sulla poli­tica mone­ta­ria sta ali­men­tando una ingente offerta di liqui­dità che, per­ma­nendo gli osta­coli di natura reale alla ripresa e alla sua riqua­li­fi­ca­zione, rifor­ni­sce la spe­cu­la­zione finan­zia­ria e crea nuove “bolle”, anche in Cina, dove ini­ziano ad esplo­dere. Nel dibat­tito teo­rico si è tor­nati a valu­tare l’ipotesi che sia in atto una “sta­gna­zione seco­lare” (come nella grande crisi degli anni ’30 del secolo scorso, con moti­va­zioni arric­chite dalle spe­ci­fi­cità della crisi attuale), ma lo si fa – per lo più — nei con­gressi acca­de­mici e in una “ras­si­cu­rante” ottica di lungo periodo che sem­bra defi­nire un piano paral­lelo di discus­sione scon­nesso dalle vicende e dalla poli­ti­che eco­no­mi­che correnti.

Come da tempo suc­cede i poli­tici cre­dono di avere altro cui pen­sare, ma — avver­tiva Key­nes — «sono di solito schiavi di qual­che eco­no­mi­sta defunto».

Show Comments: OR