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mercoledì 26 agosto 2015

Apprendisti stregoni

«Il capitalismo non esiste senza lo stato.  Ce lo chiarisce la congiuntura drammatica nella quale viviamo, con buona pace dell’integralismo neoliberista. Ma pensare di cambiarlo a partire solo dallo stato è un’illusione». Il manifesto, 26 agosto 2015, con piccola postilla


Ricordate lo slogan lanciato da Deng Xiaoping nel 1978: “Cittadini, arricchitevi”? Su quella falsariga ne seguirono altri, come “Spendere è glorioso”, a cavallo degli anni Dieci del millennio, con l’obiettivo di lanciare il mercato interno rovesciando i pilastri etici della rivoluzione maoista. A tal punto che l’esperienza comunista in Cina è apparsa a molti – e non a torto – una parentesi tra una società precapitalistica ed una capace di fare della Cina il vero competitor degli Usa per il posto di prima potenza economica mondiale. Una levatrice della storia votata a una eterogenesi dei fini. Del resto, secondo alcuni economisti e statistici, tale primazia sarebbe già stata conquistata dal Dragone nel 2014.

Ora se ne vedono bene le conseguenze. La Cina non è vicina ma è ovunque, dentro tutte le cose del mondo globalizzato. Il crollo della borsa di Shanghai fa tremare la finanza mondiale. In Europa le Borse bruciano nello spazio di poche ore più dell’equivalente dell’intero debito greco.

La leadership cinese aveva fin qui retto più che bene alla crisi economica mondiale scoppiata negli Usa nel 2007. I cinesi sono stati i primi ad attuare quello che dall’altra parte del mondo viene chiamato Quantitative Easing, su cui torna a insistere come fosse una nuova ricetta il direttore del Sole24Ore. Hanno tentato una conversione da un’economia esportatrice di prodotti di bassa o modesta qualità, ad un’altra che privilegiasse lo sviluppo dell’enorme mercato interno. In questo quadro hanno ingaggiato una guerra dichiarata contro la corruzione, non lesinando nemmeno sulle condanne a morte. Da ultimo hanno favorito lo sviluppo di una bolla immobiliare e cercato di canalizzare il risparmio privato verso la Borsa. Al punto che molti cinesi dai modesti redditi si sono dovuti indebitare pur di potere comprare qualche azione.

Ora però l’apprendista stregone è nudo. La sua creatura appare indomabile e rischia di rivolgersi contro di lui. Anche quel po’ di redistribuzione che è stata attuata - come riconosce l’economista indiana Jayati Ghosh - con l’incremento dei salari, punto di incontro tra concessioni dall’altro e l’inizio di una lotta di classe rivendicativa nei settori produttivi, non è stata affatto sufficiente per rilanciare il mercato interno. Né poteva esserlo. Sia perché quei salari restano comunque troppo bassi, infatti la Ghosh ne invoca un nuovo aumento, sia perché ci vorrebbe ciò che manca, una rinnovata capacità programmatoria in economia costruita con la partecipazione e il consenso popolari.

Ma se da un lato le aziende di stato sono centri di potere per una potente burocrazia, attorno a cui si avvolge il serpente della corruzione diffusa, e dall’altro i sindacati non ritengono che lo sciopero, benché legislativamente previsto, sia un utile strumento di lotta (come mi sentii rispondere durante una visita in Cina di dieci anni fa) è ben difficile che il mercato interno trovi respiro. Questo non si costruisce dall’alto, né partendo (solo) dal punto di vista dell’impresa, ma è il risultato di un percorso politico-economico da cui è tutt’altro che estraneo lo sviluppo del conflitto sociale. Nelle attuali condizioni continua a piovere sul bagnato, gli investimenti insistono prevalentemente sui settori più sperimentati (cosa lo è più del vecchio mattone?) o guidati dalla competizione internazionale, rischiando così di trasformarsi in una nuova bolla finanziaria oppure di contraddire la svolta postmercantilista, o tutte e due le cose insieme.

Krugman afferma che siamo di fronte ad una bolla finanziaria che ondeggia e rimbalza nel mondo. Nel 2007 l’epicentro della crisi furono gli States, ora lo è la Cina. Poi la bolla tornerà – sta già tornando – verso gli Usa, vista la recente direzione del flusso dei capitali. Larry Summers ha ragione a dire che la Fed non deve cedere alla tentazione di rialzare i tassi di interesse. Ma anche questo non sarà sufficiente neppure per l’America, se la crisi si cronicizza a livello mondiale, a causa del coinvolgimento cinese.

Il capitalismo non esiste senza lo stato. Ce lo ripetevano gli storici delle Annales. Ce lo chiarisce la congiuntura drammatica nella quale viviamo, con buona pace dell’integralismo neoliberista. Ma pensare di cambiarlo a partire solo dallo stato è un’illusione, sempre che di questo si tratti, e non di una gigantesca finzione.

postilla

L'icona che contrassegna questo articolo è l'immagine di copertina del libro di David Harvey, A Brief History of Neoliberalism (2005). Vi si intravede  inseriva Deng Tsiaoping, che Harvey collocava tra i "quattro cavalieri dell'apocalisse" fondatori del neoliberismo (in inglese: neoliberalismo), insieme a Tatcher, Reagan e Pinochet.  Il libro di Harvey è una lettura molto utile a chi voglia comprendere la recente mutazione della città, della società e della politica.


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