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giovedì 6 agosto 2015

Al bancone del bar che interrompe la via millenaria

La quinta tappa della "ricerca dell'Appia perduta. «Un locale di Genzano è il primo ostacolo lungo il percorso storico. Il ritrovo blocca il tracciato di colpo Non c’era riuscita la tangenziale...». La Repubblica, 6 agosto 2015

IL PRIMO sbarramento della direttrice millenaria non è la frana di un monte, il collasso di un muraglione o lo straripamento di un torrente. È un bar. Il bar Fly di Genzano laziale. Tutto è di una sconcertante evidenza. Sopravvissuta alla tangenziale, al traffico della Statale Sette, alle discariche edilizie e al pantano attorno a Ciampino, la linea indeflettibile, implacabile e inflessibile, capace di resistere imperterrita ai cambi di nome (corso Matteotti, via della Stella, via Alcide De Gasperi, via Remigio Belardi eccetera), si arresta davanti a una banconiera che ci chiede cosa vogliamo bere.
«Un succo di pomodoro, grazie ».
Dietro il bar, un blocco di condomini. Oltre, ad appena trecento metri, la doppia linea dei pini marittimi — segnale infallibile — ripristina la direzione. Ma a noi tocca deviare. Fronte sinist sinist, e via per una salita che ci porta in un altro film. Piazza Salvatore Buttaroni, ucciso dai fascisti. Effigie di Maria, benedetta da Pio VII «con concessione di giorni 300 di indulgenza da applicarsi alle anime del Purgatorio ». Palasport Gino Cesaroni, sindaco dal ‘69 al ‘97. Oltre il vialone dei pini, un bivio sconcertante fra Appia Antica e una sedicente Appia Vecchia. Come se già l’Appia Nuova non complicasse le cose.
...
Ed ecco che la prima strada d’Europa già si perde, mangiata da edifici, cancelli e poderi, certificando l’eclissi dello Stato e la restaurazione dei particolarismi contro cui Roma ha lottato per secoli. Ad Ariccia, la prima sopraelevata dell’antichità, un gigante di 230 metri per 13 del secondo secolo a. C., è nascosta alla vista per la vegetazione cresciuta a dismisura. Fra Genzano e Cisterna, il rettifilo dell’Appia lo puoi traguardare solo dall’aereo o nelle vecchie carte Igm dell’Italia post-unitaria. Lì esiste ancora, come mulattiera, carrereccia o sentiero, segnata da toponimi come Ponte di Mele, Casale San Mauro, Casa Troiani. Ma sul terreno cosa ci sarà? Gli archeologi segnalano tratti accessibili di basolato originale, ma la linea che li congiunge esiste ancora?

È qui che comincia l’avventura. Ed è qui che la diavoleria elettronica di Riccardo, collegata a venti e passa satelliti, inizia la sua danza. «Ti allontani dal tracciato e il Gps ti avverte. Ma attenti, non è lui che mi comanda — precisa marciando sotto il sole — sono io che gli ho detto dove dobbiamo andare». Significa che il nostro non è un viaggio teleguidato, ma una ricerca dove alla fine saremo noi, anzi i nostri piedi a decidere. «I piedi capiscono tutto, se li lasci liberi. Ricordate: il flusso va dalla terra alla testa, non viceversa». Siamo tutti d’accordo: viva i piedi. Coi piedi si può, anzi si deve scrivere se si vuol conoscere il mondo.
… Appena fuori dal paese, in uscita tangenziale sulla destra, ecco trecento metri di lastricato stupendo oltre una scritta gialla “SEGNALE TURISTICO APPIA ANTICA”, sotto una cascata di glicini e senza anima viva che lo percorra. Ed è merenda su un muretto, con brezza leggera e rondini impazzite, a discutere di Orazio Flacco con pecorino e una bottiglia di Nero di Manduria. Poi di nuovo in cammino, in leggera discesa sul declivio vulcanico, col mare lontano sulla destra e greggi al pascolo dall’altra parte. Terra grassa, nera come una torta Sacher, primi fichi d’India, annunci mortuari con Cristo e Padre Pio effigiati con pari evidenza.

Cominciano i branchi di cani liberi. «Ce n’è un milione almeno, a Sud di Roma», avverte Riccardo, che in Italia ha camminato per 20 mila chilometri e di cani s’è fatto un’esperienza. «Basta guardarli senza paura e raccogliere una pietra. Scappano sempre». Noi non abbiamo paura, sono semmai gli altri ad avere paura di noi. Oggi chi va a piedi è un’anomalia. Una Pantera della Polizia rallenta per indagarci. In un podere, oche incazzatissime ci puntano in formazione serrata, e con quelle, si sa, non ci ragioni. Al numero 97 di una via che si chiama finalmente “ Appia Antica”, segnata da infiniti divieti di accesso, una voce ansiosa al citofono chiede ripetutamente «Chi è?» senza che noi si abbia suonato alcun campanello. Ci eravamo fermati appena un attimo a consultare le mappe.

… Un’altra isola di basolato stupendo. Ma le auto ci passano sopra senza misericordia, traballando, e la faccia del driver esprime sempre lo stesso concetto: «Ste pietre di m... cosa aspettano a levarle». Poco oltre, una catenella all’italiana ci sbarra la via. In fondo, tre ragazzi con una carriola e un cane lupo. Vado avanti a parlamentare, ma quelli mi guardano impietriti senza richiamare il cane. Gli dico che vorremmo andare oltre. Uno risponde: «Ce sta ‘o fuoss». C’è da superare un fosso, sono cavoli vostri. E noi si scende guardinghi sotto gigantesche querce, spostando canne e rifiuti fino al guado.
Ma oltre il torrente rieccola, la linea maestra. Ci aspettava, come potevamo avere dubbi. Anche il lastricato riemerge. Chiedo a un vecchietto col bastone: «Ma la gente lo sa che questa è l’Appia antica?». Lui: «Quasi nessuno». Memoria finita. Sì, è proprio questo... il Paese che amo.
Ancora sbarramenti, sterpaglie, cani liberi. Peggio ancora è dopo la confluenza della Statale Sette sul tracciato antico. Sul rettifilo fino a Cisterna ecco camion, auto che sgommano, marciapiedi striminziti e spietati guard-rail. Altroché Santiago, questo è un percorso di guerra. Che rabbia. Che persino in Albania le strade romane siano più ben tenute non è solo bestiale. È stupido. È l’Appia la grande scommessa di Roma. Non il Colosseo o la Domus Aurea, già intasate di folla, ma la percorribilità ritrovata della prima via del Continente.

(5-continua)

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