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L’anno scorso in protesta all’inquinamento, gli artisti di Chengdu hanno messo maschere di cotone filtranti smog sulle statue (e sono stati arrestati). Le emissione di anidride carbonica salgono, Trump esce dall’accordo di Parigi e la pianificazione non si pone il problema. Non ci restano che le maschere? (i.b.)

scritta dai media

DAI MEDIA

domenica 12 luglio 2015

Un’altra Ventotene per l’Europa

«È una corsa disor­di­nata a fare a pezzi l’Ue; ma anche a segare il ramo su cui sono seduti il suoi gover­nanti. Per­ché a rac­co­gliere i frutti di que­sta semina sono e saranno altri: quelli che nazio­na­li­smo e raz­zi­smo (per­ché di que­sto si tratta) sanno col­ti­varli meglio». Il manifesto, 12 luglio 2015
Quale ne sia l’esito, di certo, non riso­lu­tivo, ha fatto più danni a cre­di­bi­lità e affi­da­bi­lità dell’euro come moneta glo­bale il meschino tira­molla delle auto­rità euro­pee con­tro il Governo greco di quanto abbia dan­neg­giato quest’ultimo il pesan­tis­simo com­pro­messo a cui ha dovuto sog­gia­cere. E poi­ché nell’accordo, se si farà, non c’è nulla che renda più soste­ni­bile l’economia greca, la cac­ciata dall’euro è stata forse sven­tata, ma la par­tita rela­tiva all’austerity è solo riman­data: si con­ti­nuerà a gio­care nelle con­di­zioni e con gli schie­ra­menti che si saranno for­mati in Europa nei pros­simi mesi o tra pochis­simi anni. Con­di­zioni che non saranno facili per nes­suno dei con­ten­denti. “Se crolla l’euro crolla l’Unione Euro­pea” è forse l’unica affer­ma­zione con­di­vi­si­bile di Angela Mer­kel: per que­sto, con quel tira­molla, le auto­rità dell’Unione hanno sicu­ra­mente com­piuto un buon passo avanti nel rive­larsi bec­chini dell’Europa.

Il vero regi­sta di que­sta stra­te­gia sui­cida è Mario Dra­ghi, che come capo di Gold­man­Sa­chs Europa aveva aiu­tato il Governo greco a truc­care il bilan­cio per entrare nell’euro e inde­bi­tarsi a man bassa; e che come capo della BCE gli ha poi pre­sen­tato il conto per sal­vare le ban­che cre­di­trici; e per poi met­tere Tsi­pras con le spalle al muro con il blocco della liqui­dità (il vero bazooka di cui dispone). Quel suo impe­gno a sal­vare la moneta unica “a qual­siasi costo” riguarda infatti l’euro vir­tuale pre­sente nei libri con­ta­bili delle ban­che; non l’euro reale pre­sente (anzi assente) nelle tasche dei cit­ta­dini per fare la spesa: e la Gre­cia è lì a dimostrarlo.

Ma sono vir­tuali anche gli euro dei debiti pub­blici: sono fatti non per essere resti­tuiti, ma per ricat­tare i governi. Nes­suno si illude di avere indie­tro il denaro pre­stato alla Gre­cia per sal­vare le ban­che fran­cesi e tede­sche che l’hanno spre­muta come un limone: se ne parla solo per ali­men­tare un ran­core di sapore razzista.

Tanto è vero che se i mem­bri dell’eurozona doves­sero rispet­tare il Fiscal Com­pact (di cui nes­suno parla più da mesi), i paesi insol­venti sareb­bero più della metà. Dif­fi­cil­mente però l’Unione euro­pea potrà ripren­dersi da que­sto smacco, anche se l’economia dà qual­che segno di ripresa. Minacce ben più cor­pose incom­bono sui gover­nanti. Per­ché men­tre com­bat­te­vano sull’aliquota Iva da appli­care alle isole dell’Egeo i conti aperti si accu­mu­la­vano: guerre ai veri con­fini dell’Ue — dall’Ucraina alla Libia, pas­sando per Siria, Israele, Eri­trea, Sud Sudan e Nige­ria – e domani forse anche al suo interno; milioni di pro­fu­ghi che pre­mono alle fron­tiere (e che l’Europa pensa di fer­mare con can­no­nate, reti­co­lati e lager); dete­rio­ra­mento del clima, senza alcuna stra­te­gia per l’imminente ver­tice di Parigi; che è anche l’unica chance per rilan­ciare l’occupazione. 

Un con­ti­nente che con­danna alla disoc­cu­pa­zione per­pe­tua da metà a un quinto delle nuove gene­ra­zioni non ha futuro; e spo­stare verso l’alto l’età del pen­sio­na­mento, come è stato impo­sto alla Gre­cia, dopo la disa­strosa espe­rienza ita­liana, non fa che aggra­vare il pro­blema. E die­tro a tutto ciò, dise­gua­glianze cre­scenti tra paesi mem­bri, classi sociali, ric­chi e poveri, ma soprat­tutto tra cit­ta­dini autoc­toni e pro­fu­ghi e migranti: fan­ta­smi cui si nega per­sino il diritto di esi­stere. Dove sono le idee e i mezzi per affron­tare que­ste questioni?

In Europa, come in tutto il mondo, coman­dano «i mer­cati», la finanza. Governi e poli­tici sono al loro ser­vi­zio: i guai della Gre­cia sono stati pro­vo­cati prima dall’ingordigia e poi dal sal­va­tag­gio di poche grandi ban­che euro­pee. Ma è solo un caso sin­golo, por­tato alla luce dalla resi­stenza del popolo e del suo governo: tutti gli altri sono ancora avvolti nelle neb­bie di una dot­trina che imputa ai «lussi» di popo­la­zioni immi­se­rite i disa­stri pro­vo­cati dalla rapa­cità della finanza. Men­tre aval­lano que­sto attacco alle con­di­zioni di vita dei con­cit­ta­dini, governi e par­titi cer­cano di fide­liz­zare i loro elet­to­rati delusi, disin­can­tati e assen­tei­sti vel­li­can­done orgo­gli nazio­nali e risen­ti­menti verso le altre nazioni. «Noi siamo probi; loro spre­coni»; «Paghiamo i lussi altrui»; «Noi abbiamo fatto le riforme, loro no»; «Siamo sulla strada della ripresa, sono gli altri a tra­sci­narci a fondo»; «O tute­liamo i nostri cit­ta­dini o man­te­niamo gli immi­grati», ecc.

È una corsa disor­di­nata a fare a pezzi l’Ue; ma anche a segare il ramo su cui sono seduti il suoi gover­nanti. Per­ché a rac­co­gliere i frutti di que­sta semina sono e saranno altri: quelli che nazio­na­li­smo e raz­zi­smo (per­ché di que­sto si tratta) sanno col­ti­varli meglio. È que­sto che para­lizza i governi: che cosa mai sta pro­po­nendo l’Europa, al di la della «meri­tata» puni­zione del popolo greco e di chi volesse imi­tarlo? Non c’è visione stra­te­gica; non c’è con­di­vi­sione di valori e obiet­tivi; non c’è capa­cità né volontà di con­fron­tarsi con la realtà. L’unione poli­tica dell’Europa costruita attra­verso i mec­ca­ni­smi di mer­cato è irrea­liz­za­bile: più la si invoca, più si allon­tana. I primi passi della Comu­nità euro­pea – Ceca, Eura­tom (quando nes­suno con­te­stava ancora l’uso paci­fico del nucleare), mer­cato comune – non erano che la rica­duta di un ideale, quello di una comu­nanza di popoli che fino ad allora si erano scan­nati a vicenda; non l’inizio della sua tra­sfor­ma­zione in realtà.

Anche se pochi ne erano coscienti, ad ani­mare quei passi era stato lo spi­rito di Ven­to­tene, per­ché la volontà di evi­tare guerre, con­flitti e ini­quità era con­di­visa da tutti. Tutto ciò è scom­parso da tempo: l’allargamento dell’Unione è stato con­dotto sem­pre più all’insegna di una ripresa della guerra fredda (i nuovi arri­vati, o i loro governi, cer­cano l’Europa non per gli scarsi van­taggi che pro­mette, ma per avere la Nato in casa) e buona parte di quell’allargamento è frutto del macello jugo­slavo: una guerra pro­vo­cata dall’Europa in Europa, ma con­dotta dagli Usa e per gli Usa.

È l’alta finanza a legit­ti­mare i governi euro­pei, come è evi­dente nel pas­sag­gio della Gre­cia da un governo coc­co­lato da ban­che e Com­mis­sione a uno ese­crato da entrambe. Men­tre a para­liz­zarli sono le mosse per tenere a bada i loro elet­tori. Ma anche una parte, ancora mag­gio­ri­ta­ria, di que­sti è para­liz­zata: dal mito della «ripresa», dell’«uscita dalla crisi», del ritorno alla «nor­ma­lità», del rista­bi­li­mento delle con­di­zioni di prima in fatto di red­dito, occu­pa­zione, con­sumi; ma anche di libertà, pace, diritti. Quelle con­di­zioni non tor­ne­ranno più: biso­gna impa­rare a vivere con quelle vigenti ora e a sca­varsi la strada per un mondo diverso. Impa­rare a con­vi­vere con milioni di pro­fu­ghi, den­tro e fuori i con­fini dei nostri paesi; lavo­rare per sra­di­care, insieme a loro, aiu­tan­doli a orga­niz­zarsi, le cause di guerre e mise­ria che li hanno fatti fuggire.

Met­tere al cen­tro dei pro­grammi la con­ver­sione eco­lo­gica: per sal­vare il pia­neta ma anche i ter­ri­tori in cui viviamo; e per creare un’occupazione che valo­rizzi capa­cità e saperi di tutti, senza sog­gia­cere al ricatto di per­dere il red­dito se si perde il lavoro. Sosti­tuire un’economia che si regge sulla corsa ai con­sumi con una con­vi­venza che pri­vi­legi qua­lità e ric­chezza dei nostri rap­porti con la natura e gli altri. Ma soprat­tutto, se vogliamo un’altra Europa, costruita su pace e dignità delle per­sone, pren­diamo atto che i suoi con­fini non sono quelli dell’eurozona né, per quanto allar­gati, dell’Unione. Sono quelli trac­ciati da coloro che vedono nell’Europa non un «faro di civiltà» (in fin dei conti nazi­smo e Shoah li abbiamo covati noi), ma l’opportunità di una vita più ricca, paci­fica e diversa. Abbiamo biso­gno di un nuovo Mani­fe­sto di Ventotene.
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