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giovedì 23 luglio 2015

Tsipras ha scelto il male minore

«Un atto che si pone in alter­na­tiva alla linea teu­to­nica della «seces­sione» che noi dovremmo cono­scere bene. Infatti, la pro­po­sta della Gre­xit da parte tede­sca è para­go­na­bile a quella della Lega Nord negli anni ’90 per il Mez­zo­giorno». Il manifesto, 22 luglio 2015 (m.p.r.)

L’aver sal­vato la Gre­cia dall’espulsione voluta da alcuni espo­nenti della classe poli­tica del Nord Europa è un merito di Ale­xis Tsi­pras. Si tratta adesso di vedere se il gio­vane lea­der greco riu­scirà ad argi­nare gli effetti nega­tivi dell’amara medi­cina che ha dovuto accet­tare, usando l’astuzia e l’intelligenza di Ulisse di fronte ad un nemico che pensa di avere già vinto la guerra. Ha di fronte prove par­la­men­tari dif­fi­cili per la mag­gio­ranza di governo e un par­tito diviso.

C’eravamo entu­sia­smati come non suc­ce­deva da molto tempo. Abbiamo in tanti, in Ita­lia ed in Europa, cre­duto in Tsi­pras e aspet­tato con appren­sione i risul­tati del refe­ren­dum sulle richie­ste di Bru­xel­les. La vit­to­ria del No ci ha por­tato al set­timo cielo, abbiamo visto aprirsi una strada con­creta per costruire l’Altra Europa.

Quel grande OXI, che sulla stampa ita­liana è stato curio­sa­mente tra­scritto come Oki, suo­nava come un noto far­maco anti­do­lo­ri­fico, ed era di fatto un antico rime­dio con­tro i ter­ri­bili dolori e sof­fe­renze dell’austerity. Poi, improv­vi­sa­mente, la nego­zia­zione tra il governo greco ed i potenti dell’Eurogruppo ha preso un’altra piega, ina­spet­tata. Nes­suno imma­gi­nava, infatti, che il con­senso del popolo greco alla linea del governo Tsi­pras potesse por­tare ad un ulte­riore irri­gi­di­mento da parte del governo tede­sco e dei suoi satelliti.

In pochi giorni il qua­dro è tra­gi­ca­mente mutato. L’alternativa è diven­tata: uscire dall’euro o accet­tare la peg­giore ricetta di poli­tica eco­no­mica che Bru­xel­les aveva pre­sen­tato negli ultimi sei mesi di trat­ta­tive. Pren­dere o lasciare. E Tsi­pras, il com­bat­tente, tenace e riso­luto lea­der di Syriza, ha ceduto, si è inchi­nato ai dik­tat del mini­stro delle finanze tede­sco. E’ inu­tile negarlo o rica­marci sopra: abbiamo subito una grande scon­fitta che per molti si è tra­dotta in una Grande Delu­sione. Ma, è stata persa una bat­ta­glia e non la guerra.

Per supe­rare que­sto stato depres­sivo, ine­vi­ta­bile dopo una botta del genere, dob­biamo ela­bo­rare il lutto e per farlo cor­ret­ta­mente dob­biamo avere il corag­gio di guar­dare in fac­cia la realtà. Se Tsi­pras avesse sbat­tuto la porta in fac­cia ai despoti di Bru­xel­les lo avremmo osan­nato, sarebbe diven­tato il Supe­re­roe della sini­stra euro­pea, un sim­bolo per tutti coloro che non accet­tano più di essere trat­tati come servi. Ma, cosa sarebbe suc­cesso al popolo greco?

L’uscita improv­visa dall’euro avrebbe preso in con­tro­piede il governo di Syriza e com­por­tato un periodo di almeno due set­ti­mane di stallo, neces­sa­rie per stam­pare nuo­va­mente la dracma e distri­buirla, con ban­che chiuse e fuga gene­ra­liz­zata dei capi­tali in euro all’estero. Due set­ti­mane dove poteva acca­dere di tutto: la gente presa dal panico, affa­mata, poten­zial­mente espo­sta alle mani­po­la­zioni della destra neo­na­zi­sta, super­mer­cati svuo­tati, tutti con­tro tutti. Una volta tor­nati alla dracma biso­gnava poi fare i conti con una sva­lu­ta­zione di almeno il 60 per cento rispetto a euro e dol­laro, con una ine­vi­ta­bile riper­cus­sione sui prezzi ed un rischio di ipe­rin­fla­zione, data la strut­tura della bilan­cia com­mer­ciale greca.

I lavo­ra­tori ed i pen­sio­nati greci avreb­bero avuto una vit­to­ria morale ed una scon­fitta mate­riale molto pesante con un impo­ve­ri­mento improv­viso, una netta per­dita del potere d’acquisto dei già magri salari, sus­sidi e pen­sioni. Di con­tro, accet­tando i dik­tat di Schau­ble e Mer­kel il primo mini­stro greco avrebbe con­trad­detto tutto il per­corso che lo aveva por­tato a indire il refe­ren­dum, sarebbe stato accu­sato di incoe­renza quando non di tra­di­mento, e avrebbe pro­dotto una frat­tura in Syriza, come pun­tual­mente è avvenuto.

Secondo alcune fonti gior­na­li­sti­che Tsi­pras ha avuto dal pre­si­dente Jean-Claude Junc­ker un docu­mento in cui veniva trac­ciato il qua­dro cata­stro­fico che sarebbe sca­tu­rito dalla Gre­xit, secondo altre fonti sono stati gli stessi con­su­lenti del governo greco a pro­spet­tar­gli sce­nari da seconda guerra mon­diale. Un fatto è certo: Tsi­pras ha scelto di non fare l’Eroe, l’indomito guer­riero che lotta con­tro tutto e tutti, ed ha lasciato ad altri que­sta parte. Ha scelto il male minore pur sapendo di dover pagare di per­sona un conto salato.

Un atto di corag­gio e di respon­sa­bi­lità che solo col tempo verrà com­preso da chi oggi lo liquida fret­to­lo­sa­mente. Un atto che si pone in alter­na­tiva alla linea teu­to­nica della «seces­sione» che noi dovremmo cono­scere bene. Infatti, la pro­po­sta della Gre­xit da parte tede­sca è para­go­na­bile a quella della Lega Nord negli anni ’90 per il Mez­zo­giorno. Come la stampa tede­sca ha creato lo ste­reo­tipo del greco fan­nul­lone, imbro­glione, che vive alle spalle del lavo­ra­tore tede­sco così negli anni ’90 in Ita­lia, gra­zie anche a gior­na­li­sti demo­cra­tici come Gior­gio Bocca (vedi L’Inferno, 1990), si era creata l’immagine di un Mez­zo­giorno fatto solo di cri­mi­na­lità e assistenza.

Se la seces­sione fosse risul­tata vin­cente che cosa sarebbe capi­tato al popolo meri­dio­nale? Come risul­tava dalle simu­la­zioni fatte in quel tempo il Mez­zo­giorno avrebbe dovuto avere una moneta pro­pria sva­lu­tata al 40% rispetto alla valuta del Centro-Nord, avrebbe perso un flusso netto di risorse dello Stato pari al 35% del suo Pil e un crollo dei con­sumi di pari entità. Un collasso. Certo se la seces­sione del Nord-Italia fosse avve­nuta subito dopo la seconda guerra mon­diale le con­se­guenze per il Mez­zo­giorno sareb­bero state ben diverse e non pochi sareb­bero stati i van­taggi. Ma, ed è que­sto il punto: in eco­no­mia come nella poli­tica la scelta del tempo “giu­sto” è decisiva.

La Gre­xit è una que­stione seria che ci riguarda da vicino, non solo per­ché dopo la Gre­cia toc­cherà a noi - mal­grado le ras­si­cu­ra­zioni del mini­stro Padoan-  ma per­ché pone un’ipoteca sul futuro della stessa Unione euro­pea. Non sono pochi i segnali che vanno nella dire­zione di una gene­rale seces­sione dei paesi ric­chi del Nord Europa, al di là dell’Eurozona.

Basta citare il modo con cui i paesi della Ue hanno affron­tato la tra­ge­dia dei migranti che muo­iono nel Medi­ter­ra­neo. Il para­me­tro che è stato usato è quello delle “quote” come se si trat­tasse di latte o carne da macello, dimo­strando al mondo di essere inca­paci di andare al di là del lin­guag­gio dei mer­canti. Non diver­sa­mente sugli stessi spo­sta­menti di popo­la­zione all’interno della Ue, ad ini­ziare dalla Gran Bre­ta­gna, si parla di vin­coli da porre ai gio­vani che dal Sud e dall’Est Europa cer­cano lavoro in que­sti paesi.

E, infine, non va sot­to­va­lu­tato il fatto che l’euro, con tutti i suoi errori, costi­tui­sce una base comune per con­tra­stare l’egemonia del dol­laro e gio­care un ruolo a livello inter­na­zio­nale come Europa. Su que­sto punto la Mer­kel ha ragione: la fine dell’euro rap­pre­sen­te­rebbe la fine della Ue. Si ritor­ne­rebbe neces­sa­ria­mente alle bar­riere doga­nali ed alle sva­lu­ta­zioni com­pe­ti­tive, con tutti gli ingre­dienti di un ritorno al più becero e peri­co­loso nazio­na­li­smo. D’altra parte, con­ti­nuando con que­ste poli­ti­che di auste­rity, che non risol­vono la que­stione del debito pub­blico inso­ste­ni­bile, non si fa altro che ali­men­tare divi­sioni tra Nord e Sud Europa, e si va dritti verso l’implosione.

Da parte nostra si tratta di appog­giare, non solo poli­ti­ca­mente, tutte quelle forme di eco­no­mia soli­dale che sono nate in que­sti anni di crisi e che, come ci ha rac­con­tato Angelo Mastran­drea, hanno avuto anche il soste­gno della soli­da­rietà internazionale. Senza dimen­ti­care che que­sta crisi sta met­tendo a nudo la que­stione mone­ta­ria, il biso­gno di un con­trollo sociale di que­sto mezzo di paga­mento che è diven­tato da stru­mento a fine dell’agire sociale, non­ché l’insostenibilità di un pro­cesso di inde­bi­ta­mento infi­nito. Ma, su que­sta rile­vante que­stione tor­ne­remo in altra occasione.
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