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lunedì 13 luglio 2015

Se il condominio ospita angosce, impulsi tribali e odi

La strage del parcheggio in provincia di Caserta evoca questioni di convivenza urbana e spunti letterari di tutto rispetto: ma noi siamo sufficientemente urbani per cogliere il punto? Non si tratta invece dell'eterna questione degli equilibri fra pubblico e privato, nello spazio e nei comportamenti? Corriere della Sera, 13 luglio 2015, postilla (f.b.)

È un movente banale, esattamente come quello di Trentola Ducenta, che scatena uno dei noir fantascientifici condominiali più feroci della letteratura: Il condominio , scritto da James G. Ballard nel 1975, prefigura tanti e tanti casi di cronaca non solo metropolitana. Il movente? Una serie di blackout che colpiscono un gigantesco, elegante grattacielo londinese per ricchi, una «città verticale, con i suoi duemila abitanti inscatolati nel cielo». In realtà, sotto il velo della quieta convivenza si celano vecchi dissapori, pettegolezzi, litigi causati da insignificanti guasti degli ascensori o da piccoli equivoci senza importanza sugli spazi del parcheggio (come, a quanto pare, quelli che hanno provocato la strage casertana).

Insomma, basta un guaio elettrico perché i rancori maturati nel tempo degenerino in brutale violenza facendo regredire l’intera collettività condominiale a una sorta di stadio primitivo-bestiale retto dalla legge del più forte. È evidente che Ballard ha lo sguardo lungo e che il suo grattacielo è l’allegoria della contemporaneità, le cui solitudini da bunker esasperano comportamenti irrazionali e assecondano il riemergere di antichi impulsi tribali: «Per molti versi — scrive Ballard — il grattacielo era il perfetto modello di tutto ciò che la tecnologia aveva fatto per rendere possibile l’espressione di una psicopatologia autenticamente libera». È vero che le difficoltà della convivenza abitativa erano già ben presenti nella letteratura ottocentesca: si vedano Balzac, Zola, Dostoevskij (Raskol’nikov non è che un inquilino); ma esploderanno in horror nel pieno Novecento.

La finestra sul cortile di Cornell Woolrich, che piacque tanto a Hitchcock, è un racconto del 1942 in cui la curiosità del protagonista (Jeff è James Stewart) per la vita dei vicini apre una vertigine di terrore. La stessa in cui precipita il modesto impiegato polacco Trelkovski nel film di Roman Polanski L’inquilino del terzo piano (1976), dove l’esasperato rapporto di vicinato provoca angosce, allucinazioni, psicosi. Il condominio è diventato un luogo mitico della modernità abitato da violenze psichiche che uccidono più lentamente di un colpo di pistola.

postilla
Forse non è chiarissimo all’estensore del pur interessante articolo/rassegna letteraria, quanto lo squilibrio della sua tesi implicita stia già nel titolo, dove campeggia la parola «Condominio», forse desunta dall’edizione italiana del lavoro di Ballard, originariamente pubblicato col titolo «Highrise». Questione filologica di lana caprina, inadeguata e magari irrispettosa visto che stiamo parlando di una tragedia con quattro morti e la vita dell’assassino di fatto cancellata dalla pazzia del gesto? Forse no, se non ci perdiamo in certi particolari psicologici, restando saldi all’ambiente urbano in cui tutto sobbolle fino all’esplosione finale. La cui scintilla sembra essere l’irrisolta questione delle forme di convivenza, ovvero del rapporto fra spazio individuale e collettivo, diciamo pure pubblico e privato. Che la logica condominiale privatistica non risolve affatto, scaricando sul cosiddetto «buon senso», mentre ogni altro ragionamento sociale e urbanistico dall’unità di vicinato di Perry all’unità di abitazione di le Corbusier, in qualche modo prova a prendere di petto. Certo non c’è mai (come in nessun altro campo) la bacchetta magica in grado di risolvere una volta per tutte l’equilibrio, ma è certo che non tener conto della variabilità estrema degli spazi fisici di convivenza e relative regole, o meglio distribuzione di responsabilità, o ancora concentrazione di attriti, vuol dire fare ideologia. Non diversa da quando davanti a certi incidenti sul lavoro (pensiamo al clamoroso incidente aereo di non molto tempo fa, già sepolto nel dimenticatoio) il padronato punta sempre e automaticamente il dito sulla responsabilità individuale, perché il contesto e l’ambiente sono determinati dal destino eterno. Mentre invece, lo sappiamo troppo bene, la città e le forme di convivenza sono cose che ci dobbiamo costruire consapevolmente, giorno per giorno, altro che esplosione di follia improvvisa. Che dire del ruolo perverso degli standard a parcheggio? (f.b.)
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