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martedì 7 luglio 2015

Ragioni e prospettive dell' "arrivederci" di Varoufakis

Il giorno dopo le clamorose dimissioni di Varufakis emergono le virtù politiche e le prospettive della decisione, Articoli di Tommaso De Francesco, Pavlos Nerantsis, Annamaria Merlo. Il manifesto, 7 luglio 2015


IL SACRIFICIO DI VAROUFAKIS
di
Pavlos Nerantzis 

 Tsipras incontra i leader politici dei partiti, tranne i nazisti di Alba Dorata, e trova un’intesa comune per il negoziato. Il titolare delle finanze si dimette, al suo posto Euclid Tsakalotos

La Gre­cia sta vivendo un momento sto­rico. Il giorno dopo il refe­ren­dum, ha ritro­vato l’unità e la volontà di riven­di­care una solu­zione soste­ni­bile con i part­ner euro­pei. L’intero paese si pre­senta com­patto ai suoi cre­di­tori, dopo il ver­tice dei lea­der poli­tici che si è rea­liz­zato ieri sotto l’egida del pre­si­dente della Repub­blica, Pro­ko­pis Pavlopoulos.

È la prima volta, dopo tanti anni, che tutti i lea­der poli­tici par­te­ci­pano allo stesso ver­tice — l’ultimo risale ai primi anni ’90 — con l’esclusione dei nazi­sti di Alba dorata, assenti per «motivi ideo­lo­gici e poli­tici». Durante la riu­nione, durata più di sette ore, Tsi­pras ha pre­sen­tato ai suoi inter­lo­cu­tori un piano simile a quello discusso dieci giorni fa con i cre­di­tori, aggior­nato con i dati nuovi. In primo luogo ha riba­dito la richie­sta di Atene di un pre­stito dall’Esm pari a 29,1 miliardi di euro, cui si con­trap­pone Ber­lino che con­ti­nua a non voler sen­tir par­lare di ristrut­tu­ra­zione del debito.

Per il momento il pro­blema più urgente è la liqui­dità. Le ban­che gre­che rischiano di rima­nere a secco da un momento all’altro. La Bce, per ora, si è limi­tata a man­te­nere il flusso d’emergenza dell’Ela al livello pre-voto (89 miliardi) e a una «cor­re­zione» del col­la­te­rale offerto in garan­zia dagli isti­tuti greci. Per que­sto motivo il governo ha deciso il pro­lun­ga­mento della chiu­sura delle ban­che fino a domani. «La Gre­cia andrà al tavolo delle trat­ta­tive con l’obiettivo di ripor­tare alla nor­ma­lità il sistema ban­ca­rio» ha detto Tsi­pras. Il pre­mier greco è uscito dall’aula due volte. La prima per avere una con­ver­sa­zione tele­fo­nica con Mario Dra­ghi e l’altra con Putin. La Bce potrebbe togliere com­ple­ta­mente l’ossigeno alle ban­che gre­che, ma non vor­rebbe essere Dra­ghi a pro­vo­care il default.

Tsi­pras oggi è più forte che mai dopo aver otte­nuto oltre il 60% dei voti, strap­pando il con­senso anche di altre forze poli­ti­che. «L’esito del refe­ren­dum non è un man­dato di rot­tura ma un man­dato per con­ti­nuare gli sforzi per una solu­zione soste­ni­bile» sot­to­li­neano i lea­der poli­tici, aggiun­gendo che «cia­scuno farà il pos­si­bile per con­tri­buire all’obiettivo comune». Ovvero garan­tire la liqui­dità alle ban­che e la cre­scita del paese, pro­muo­vere le riforme tenendo conto la giu­sti­zia sociale e il nego­ziato per la ristrut­tu­ra­zione del debito.

Il pre­mier greco par­te­cipa oggi al ver­tice Ue con un man­dato chiaro: otte­nere un accordo al più pre­sto, pos­si­bil­mente «entro le pros­sime 48 ore». Un’intesa all’ interno dell’eurozona che apre la strada ad una Europa diversa, della soli­da­rietà e dei diritti con­tro l’austerità e la reces­sione. Il pre­mier greco deve affron­tare i fal­chi dell’eurozona che non vedono come un dramma l’uscita della Gre­cia dall’euro, a dif­fe­renza di altri che fanno di tutto per tenere Atene nell’eurozona, spe­cie nel momento in cui Jp Mor­gan e Bar­clays con­si­de­rano «pro­ba­bile» un’uscita.

Intanto i greci che per cin­que anni stanno vivendo sulla pro­pria pelle le con­se­guenze del peg­gior attacco del neo­li­be­ra­li­smo, nono­stante il ter­ro­ri­smo media­tico, la chiu­sura delle ban­che, le inti­mi­da­zioni e i ricatti di alcuni part­ner euro­pei in que­sti giorni sono otti­mi­sti. Come aveva scritto Yan­nis Ritsos, una delle voci poe­ti­che più forti della Gre­cia con­tem­po­ra­nea, «noi can­tiamo per unire il mondo».

Per arri­vare a que­sto punto d’intesa tra le forze poli­ti­che e un cam­bia­mento del clima nei rap­porti con i cre­di­tori era, però, neces­sa­rio un sacri­fi­cio. Yanis Varou­fa­kis, il mini­stro delle finanze greco, che per cin­que mesi ha tenuto duro, ieri mat­tina ha dovuto dimet­tersi non per­ché in disac­cordo con Tsi­pras, ma per­ché l’hanno chie­sto i part­ner euro­pei. E il pre­mier greco per togliere ogni alibi ai suoi inter­lo­cu­tori euro­pei ha chie­sto le dimis­sioni del suo mini­stro e amico.

Verso le otto di mat­tina Varou­fa­kis ha scritto sul suo blog di aver lasciato l’incarico per con­sen­tire al pre­mier di otte­nere più facil­mente un accordo. «Subito dopo l’annuncio dei risul­tati del refe­ren­dum, sono stato infor­mato di una certa pre­fe­renza di alcuni mem­bri dell’Eurogruppo e di part­ner assor­titi per una mia «assenza» dai loro ver­tici, un’idea che il primo mini­stro ha giu­di­cato poten­zial­mente utile per con­sen­tir­gli di rag­giun­gere un’intesa. Per que­sto motivo da oggi lascio il mini­stero delle Finanze. Con­si­dero mio dovere aiu­tare Ale­xis Tsi­pras a sfrut­tare come ritiene oppor­tuno il capi­tale che il popolo greco ci ha offerto con il refe­ren­dum d’ ieri». E poi con­clude: «Por­terò con orgo­glio il disprezzo dei creditori».

La noti­zia non ha sor­preso nes­suno. Anzi in un’ottica di rilan­cio del nego­ziato, le dimis­sioni sono state accolte posi­ti­va­mente dai mer­cati. Da parec­chio tempo era noto che il mini­stro delle finanze greco non era affatto grra­dito ai mem­bri dell’Eurogruppo e soprat­tutto al suo omo­logo tede­sco, Wol­fgang Schau­ble. Le posi­zioni diverse, ma anche l’aria da prof e l’abbigliamento casual di Varou­fa­kis hanno creato prima un’antipatia, poi uno scon­tro fron­tale e in seguito un vuoto che con il tempo è diven­tato cao­tico, tra il mini­stro greco e i 18 dell’eurozona.

Secondo fonti a Bru­xel­les, era diven­tato «un dia­logo tra sordi» a tal punto, che mesi fa, l’ambasciatore tede­sco ad Atene per ben due volte aveva chie­sto al governo greco l’allontanamento di Varoufakis.

Anche all’interno di Syriza non pia­ceva tanto que­sto spi­rito esi­bi­zio­ni­sta e scon­troso del mini­stro ormai ex. La set­ti­mana scorsa secondo un ser­vi­zio apparso sul quo­ti­diano Ta Nea (Le novità) che non è mai stato smen­tito dal governo, alcuni mini­stri ave­vano chie­sto l’allontanamento di Varoufakis.

E dome­nica sera quando l’ esito del «no» era quasi sicuro, durante un incon­tro, Tsi­pras ha chie­sto le dimis­sioni di Varou­fa­kis, il quale uscendo dalla sede di governo, ha usato toni duri con­tro i cre­di­tori, par­lando di «part­ner che ter­ro­riz­zano i greci» e di «valuta paral­lela all’euro», una dichia­ra­zione che non andava di pari passo con il ten­ta­tivo di Tsi­pras di tenere i toni bassi e tro­vare un compromesso.

L’allontanamento di Yanis Varou­fa­kis, tanto amato tra i greci, potrebbe para­go­narsi con il sacri­fi­cio di Ifi­ge­nia nella tra­ge­dia Aga­mem­none di Eschilo. Il suo soti­tuto sarà Euclid Tsa­ka­lo­tos, capo-gruppo della squa­dra di nego­ziato greca, stretto amico di Varoufakis.

UN PASSO INDIETRO PER FARNE DUE AVANTI IN EUROPA
di Tommaso Di Francesco

Varoufakis. Dimissioni eccellenti, perché non c’entra la mitologia. Una rinuncia che richiama il dramma storico dell’isolamento della sinistra

«Por­terò con orgo­glio il disprezzo dei cre­di­tori verso di me»: parole piene di dignità quelle di ieri di Yanis Varou­fa­kis che cor­ri­spon­dono all’originalità della per­sona e alla fase della crisi greca — non­ché al visi­bile com­plesso d’inferiorità che l’establishment euro­peo deve sem­pre aver pro­vato di fronte alla sua sta­tura di sta­ti­sta ed eco­no­mi­sta mar­xi­sta di valore internazionale.

Parole e scelta ina­spet­tate per­ché annun­ciate appena il giorno dopo la vit­to­ria del no con­tro i dik­tat della troika. Come dice Ale­xis Tsi­pras, «per lot­tare per la libertà ser­vono virtù e coraggio».

C’è già chi para­gona il gesto di Varou­fa­kis a «Cin­cin­nato», chi sapien­te­mente torna sulle sfor­tune di Dio­niso rac­con­tate nel kylix di Exe­kias alle prese con gli etru­schi «del­fini», chi addi­rit­tura richiama alla memo­ria la scelta di allon­ta­narsi da Cuba fatta da Che Gue­vara d’accordo con Fidel Castro. Si rischia così però di fare della mito­lo­gia, antica o moderna che sia.

Qui al con­tra­rio ci tro­viamo di fronte ad una scelta imme­diata, stra­te­gica e con­sa­pe­vole: «Mi dimetto per favo­rire l’accordo». Si intui­sce l’accordo con­sen­suale (lo con­ferma la nomina al mini­stero delel Finanze al suo posto di Euclid Tsa­ka­lo­tos, for­te­mente legato a Varou­fa­kis ed espo­nente della piat­ta­forma di sini­stra di Syriza) tra i due diri­genti che, forti dell’immenso soste­gno popo­lare che arriva dai risul­tati del refe­ren­dum, hanno deciso di togliere, con que­sta mossa dolo­ro­sis­sima per entrambi, ogni alibi all’intransigenza della troika. Che ora non può più trin­ce­rarsi die­tro la pre­sunta «arro­ganza» dell’«intrattabile» e fuori dagli schemi, media­tore Varoufakis.

Il sacri­fi­cio di Varou­fa­kis, più che l’evento mito­lo­gico di rife­ri­mento, mostra la capa­cità di rispon­dere al «peso» della vit­to­ria. Nel senso della poe­sia di Costan­tino Kava­fis Che fece…il gran rifiuto (ispi­rata ai versi della Divina Com­me­dia di Dante) di più d’un secolo fa ma che sem­bra scritta in occa­sione del refe­ren­dum greco: «Per alcuni uomini giunge il giorno in cui/ devono pro­nun­ciare il grande Sì o il grande/ No. È chiaro sin da subito chi lo ha/ pronto den­tro di sé il Sì e pronunciandolo/ si sente più rispet­ta­bile e risoluto./ Chi rifiuta non si pente. Se glielo richiedessero,/ «no» pro­nun­ce­rebbe di nuovo. Eppure quel no — / quel no giu­sto lo annienta per tutta la vita».

Una rinun­cia, quella di Yanis Varou­fa­kis, che sot­to­li­nea l’originale dram­ma­ti­cità della sini­stra greca e della sua sto­ria. Intes­suta della neces­sità di rom­pere un pro­fondo iso­la­mento. Già nel secondo dopo­guerra con la dispe­ra­zione e scon­fitta san­gui­nosa della guerra civile con­ti­nuata dai comu­ni­sti con­tro i nuovi occu­panti bri­tan­nici, dopo la scon­fitta di quelli nazisti-fascisti.

Una scon­fitta con­su­mata, oltre che per i gravi errori dei comu­ni­sti greci, sull’altare di Yalta e di Sta­lin ma anche per respon­sa­bi­lità di Tito, l’emergente lea­der jugo­slavo anti-stalinista. Poi, men­tre in tutta Europa esplo­deva il ’68, in Gre­cia la sini­stra soc­com­beva già da un anno alla dit­ta­tura mili­tare dopo il golpe dei colon­nelli, soste­nuta dalla Nato. Il riscatto fu la rivolta del Poli­tec­nico del ’74. Ancora una volta per riven­di­care la spe­ci­fi­cità della crisi greca di fronte all’ordine mon­diale della Guerra fredda e alla sostan­ziale indifferenza-connivenza dell’Europa.

Ora la sini­stra — prima com­po­sita e ora con Syriza final­mente unita — che il lea­der Ale­xis Tsi­pras ha por­tato al governo del Paese dopo il disa­stro della destra, è impe­gnata nella diver­sità più dif­fi­cile: con­trad­dire il neo­li­be­ri­smo e l’economicismo dell’Unione euro­pea ridotta solo ad una moneta e al ruolo di recu­pero cre­diti al ser­vi­zio del Fmi.
Come dice Ale­xis Tsi­pras, «per lot­tare per la libertà ser­vono virtù e coraggio».

ATENE PORTA NUOVE PROPOSTE AI CREDITORI
di Anna Maria Merlo

Oggi Eurogruppo e vertice a 19 a Bruxelles. Incontro Hollande-Merkel, che cercano di accordare il discorso: Atene sia "responsabile", noi siamo (o siamo già stati) "solidali". Isteria in Germania: per il numero due del governo, Sigmar Gabriel (Spd), oggi si discuterà di "aiuti umanitari" ad Atene. La Bce mantiene in vita l'Ela, per il momento (la scadenza finale è il 20 luglio, quando la Grecia dovrà rimborsare 3,5 miliardi). Dissensi nel board dei governatori, Noyer chiude alla ristrutturazione del debito verso la Banca centrale (30 miliardi), che contraddirebbe l'art.123 del Trattato di Lisbona

Oggi la Gre­cia pre­senta nuove pro­po­ste, con­cor­date tra tutti i par­titi, ai due incon­tri pro­gram­mati a Bru­xel­les, l’ennesimo Euro­gruppo straor­di­na­rio a metà gior­nata, seguito in serata da un ver­tice dei capi di stato e di governo dei 19 della zona euro. La mossa è stata con­cor­data con Ale­xis Tsi­pras da Angela Mer­kel e Fra­nçois Hol­lande, in suc­ces­sive tele­fo­nate, tra dome­nica sera e ieri. Hol­lande ha rice­vuto Mer­kel ieri all’Eliseo, per cer­care un ter­reno di intesa, dopo le diver­genze recenti. Hol­lande attende «pro­po­ste serie e cre­di­bili», offrendo un equi­li­brio tra «soli­da­rietà e respon­sa­bi­lità», con «urgenza». Per Mer­kel, i part­ner hanno già dato prova «di molta soli­da­rietà», l’ultima pro­po­sta era «molto generosa».

Hol­lande è invi­tato, in Fran­cia, ad uscire dalla sua tra­di­zio­nale ambi­guità e a pro­porsi come un vero media­tore per evi­tare il peg­gio. Il mini­stro dell’Economia, Ema­nuel Macron, ha respinto l’ipotesi di orga­niz­zare un’uscita dall’euro della Gre­cia «senza drammi», avan­zata dall’ex primo mini­stro Alain Juppé (che sogna l’Eliseo per il 2017). Per la Ger­ma­nia, invece, «al momento non ci sono i pre­sup­po­sti per una nuova trat­ta­tiva su un altro pro­gramma di aiuto», ha affer­mato il por­ta­voce di Mer­kel, Stef­fen Sie­bert, che ha anche pre­ci­sato che «non c’è ragione per una ristrut­tu­ra­zione» del debito, come chiede Tsi­pras. La rea­zione tede­sca al risul­tato del Gre­fe­ren­dum sfiora l’isteria, al punto che il numero due del governo, l’Spd Sig­mar Gabriel ha annun­ciato che «il sum­mit discu­terà di aiuti uma­ni­tari» per la Gre­cia, «la gente lag­giù ha biso­gno di aiuto e noi non dovremmo rifiu­tar­glielo solo per­ché non siamo d’accordo con il risul­tato del refe­ren­dum». Di ricorso alla cha­rity aveva già par­lato l’ineffabile Mar­tin Schulz (Euro­par­la­mento), un’ipotesi ripresa dal gruppo Ppe a Strasburgo.

Il pre­si­dente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijs­sel­bloem, segue la posi­zione tede­sca e afferma che «la vit­to­ria del no è molto disdi­ce­vole per l’avvenire della Gre­cia», per­ché «per la ripresa eco­no­mica sono ine­vi­ta­bili misure dif­fi­cili e riforme» e che non c’è «niente da aspet­tarsi» dalle pro­po­ste gre­che. La Com­mis­sione ieri ha pub­bli­cato un com­mento mini­ma­li­sta, che «prende atto e rispetta» il risul­tato del refe­ren­dum. Il com­mis­sa­rio all’euro Vla­dis Dom­bro­v­skis ripete che «il posto della Gre­cia era e resta nell’eurozona», ma aspetta il risul­tato dell’Eurogruppo di oggi per vederci più chiaro. Atten­di­smo anche all’Fmi, dopo aver «preso atto» del Gre­fe­ren­dum: «Sor­ve­gliamo la situa­zione – ha detto Chri­stine Lagarde – e siamo pronti ad aiu­tare la Gre­cia se ce lo chiedono».

Comun­que, la Com­mis­sione è soprat­tutto pre­oc­cu­pata della sta­bi­lità dell’euro: «La sta­bi­lità della zona euro non è in gioco», insi­ste Bru­xel­les e Dom­bro­v­skis riba­di­sce: «La sta­bi­lità dell’eurozona non è in discus­sione». Jean-Claude Junc­ker ha avuto con­tatti con Tusk, Dijs­sel­bloem e Dra­ghi, che ha par­lato anche con Tsipras.

La Bce, suo mal­grado, è get­tata in prima linea in que­ste ore. Ha in mano l’arma fatale dell’Ela (liqui­dità di emer­genza), l’ultimo rubi­netto rima­sto aperto per finan­ziare il sistema ban­ca­rio greco. L’Ela è ferma a 89 miliardi e dome­nica la Banca cen­trale greca ha di nuovo chie­sto a Fran­co­forte un rialzo. Oggi e domani le ban­che non ria­prono, come pre­vi­sto, sono a secco. Per la Bce, che ha pre­stato alla Gre­cia 30 miliardi, la data finale è il 20 luglio, quando la Gre­cia deve rim­bor­sare 3,5 miliardi. Se non c’è l’accordo, non ci saranno i soldi. Di qui ad allora, la Bce potrebbe pro­gres­si­va­mente strin­gere il cap­pio attorno al collo della Gre­cia, fino a sospen­dere anche l’Ela. Allora ci saranno i fal­li­menti delle ban­che, che pre­ci­pi­te­ranno la Gre­cia nel caos, nel panico del bank run e a dover ricor­rere agli IOU (I owe you), cioè una moneta paral­lela per pagare fun­zio­nari e pen­sioni, equi­va­lente a un Gre­xi­dent nel disordine.

Jens Weid­mann, della Bun­de­sbank, sot­to­li­nea da tempo che l’Ela della Bce è al limite delle com­pe­tenze di Fran­co­forte, che sta rischiando la pro­pria repu­ta­zione. La ristrut­tu­ra­zione del debito chie­sta da Atene ha di fronte un osta­colo di peso: per Chri­stian Noyer, gover­na­tore della Ban­que de France, «per defi­ni­zione il debito greco verso la Bce non può essere ristrut­tu­rato per­ché costi­tui­rebbe un finan­zia­mento mone­ta­rio a uno stato», escluso dall’art.123 del Trat­tato di Lisbona.

In caso di Gre­xi­dent, ma anche di un Gre­xit ordi­nato, non sono del tutto dis­si­pati i timori di un con­ta­gio, a comin­ciare da Spa­gna e Por­to­gallo. Luis de Guin­dos, mini­stro spa­gnolo, ha affer­mato che «la Spa­gna non pre­vede asso­lu­ta­mente» un Gre­xit e ha aperto a un «terzo piano di aiuti, la Gre­cia ha diritto di chie­derlo», ma ha ricor­dato che «biso­gna appli­care le regole». Impa­zienza anche da parte di Mat­teo Renzi: le riu­nioni di oggi «devono indi­care una via defi­ni­tiva» per uscire da quello che Paolo Gen­ti­loni ha defi­nito «il labi­rinto greco».
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