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venerdì 3 luglio 2015

Quell’immensa ombra nera nel mare che ha cambiato la storia

Dopo lo scandalo della Exxon «il principio del “chi sporca paga” ha continuato a radicarsi, almeno negli Stati Uniti». Significa che chi ha più soldi può sporcare di più? La Repubblica, 3 luglio 2015 

Washington. Si distese come un sudario sul mare, grande quanto metà dell’Italia, 173 mila chilometri quadrati di morte nera sul Golfo del Messico fino al delta del Mississippi e agli acquitrini dei bayou in Louisiana, e dopo cinque anni dall’aprile del 2010 il conto è arrivato: la BP, la British Petroleum, dovrà pagare 18,7 miliardi di dollari per i danni provocati dalla piattaforma Deepwater Horizon.

È il record storico in materia di danni ecologici, questo che la Corte federale d’appello, la magistratura americana più alta prima della Corte suprema, ha inflitto alla società proprietaria, e quindi responsabile, dell’isola artificiale costruita dalla coreana Hyundai Industrie che vomitò dal pozzo esploso nella Fossa di Macondo un milione e 300 mila litri di greggio al giorno, per sei mesi. I giudici federali hanno convalidato la sentenza del tribunale di primogrado che ribolliva di collera e di parole durissime contro la BP: «incoscienza», «incuria», «incompetenza criminale», «tentativi di copertura». E se 18,7 miliiardi non sono una sentenza di morte per un gigante del petrolio che fattura 360 miliardi di dollari l’anno, è la conferma che la pazienza, l’acquiescienza delle istituzioni e dei giudici di fronte ai danni ambientali causati dall’industria si sta esaurendo.

Nessuna altra catastrofe ecologica aveva mai raggiunto prima l’enormità di un disastro che rovesciò milioni di petrolio su mille e 700 chilometri di costa, dalla Florida, all’Alabama, al Mississippi, alla Louisiana, al Texas, devastando la fauna e la vegetazioni in un ecosistema fragilissimo, di acque costiere poco profonde e di paludi rifugi per uccelli migratori. I sei mesi di lotta che i tecnici e gli specialisti mobilitati da tutto il mondo condussero, fra aprile e settembre, per tappare il buco alla profondità di mille e seicento metri, furono la reppresentazione della impotenza di fronte a un’eruzione che sfidava le capacità dei robot sottomarini, che sfidava tutti i mezzi di contenimento schierati, dalle dighe galleggianti ai batteri disseminati per digerire il greggio.

Erano trascorsi, in quel 2010, 21 anni da un altro disastro che aveva ipnotizzato il mondo, davanti alla cristallina bellezza dell’Alaska stuprata dalla super petroliera della Exxon, la “Valdez” da 250 mila tonnellate, incagliata e squarciata nel fiordo del Principe William. La Exxon era stata condannata a pagare complessivamente 900 milioni di dollari ai 38 mila abitanti e allevatori di salmone, e il disastro aveva imposto la costruzione di superpetroliere a doppia chiglia. Da allora, il principio del “chi sporca paga” ha continuato a radicarsi, almeno negli Stati Uniti. La stessa Exxon, oggi Exxon Mobil, ha concordato una multa di 250 milioni di dollari con lo Stato del New Jersey, per l’inquinamento di aria, terra e falde acquifere provocato da una sua raffineria. Neppure i tentativi di allungare il guinza- glio alle industrie, voluti dalle amministrazioni più tenere con il big business , quasi sempre repubblicane, e di mettere invece la museruola alla Agenzia per la protezione ambientale, ha retto completamente.

Di fronte alla sempre più diffusa convizione che il prezzo umano, immediato e a lungo termine, dell’inquinamento non sia più sostenibile, fra le eroiche battaglie individuali delle Erin Brockovich in Califonia contro il cromo esavelente emesso dalla società del gas, o di Lois Gibbs, la madre che condusse la battaglia legale quando furono scoperte migliaia di tonnellate di rifiuti tossici sepolti nel Love Canal accanto alle cascate del Niagara, la legislazione si è fatta via via più stringente. E oggi sono le autorità locali, più che gli individui o le collettività nella “class action”, a chiedere conto degli scempi ambientali.

La battaglia politica fra la Presidenza Obama e i repubblicani per la costruzione del gasdotto Keystone che dovrebbe portare il petrolio canadese dallo Stato di Alberta all’Oklahome, che la Casa Bianca contrasta, e il duello infinito per i permessi di trivellazione nell’Atlantico che oscilla fra permissività e restrizioni variabili da governo a governo, sono soltanto i momenti di scontro più vistosi, come lo sono le polemiche sul “fracking” o sulla spremitura degli scisti bituminosi. Sono battaglie che scuotono interessi giganteschi, ma smuovono insieme pulsioni politiche e nazionalistiche, perché promettono la prospettiva seducente dell’indipendenza americana dalle importazioni di greggio.

Poi, in un giorno di aprile, nel Golfo esplode una piattaforma in mezzo al mare e il rovescio dell’abbondanza di petrolio allunga la propria ombra. La catastrofe di Deepwater Horizon non raggiunse le dimensioni apocalittiche dell’esplosione a Bhopal dell’impianto della Union Carbide nel 1984, che consumò quattro mila vite all’istante e, si calcola, almeno altre 30 mila nel tempo. Né ha diffuso il terrore globale che la piuma radioattiva di Chernobyl stese sul mondo nel 1986, poi riaccesa dal disastro di Fukushima. La contraddizione fra la fame ancora insaziabile di energia di origine fossile e i rischi crescenti dell’estrazione e del trasporto rimane a ogni pieno di carburante, a ogni accensione di lampadina. Ma la stangata record sulla BP- che ancora oggi inonda gli schermi della tv americana con spot commerciali per convincere il pubblico sulla propria redenzione ecologica - resterà. Come le immagini soffocanti dell’ombra nera sul Golfo scattate dai satelliti, a memoria futura.
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