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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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venerdì 31 luglio 2015

Quando Krugman iniziò a parlare di «mezzogiornificazione» d’Europa

«Le conseguenze anche nel bollettino economico della Banca Centrale Europea. Oggi il dualismo economico tra Nord e Sud Italia si è allargato al Nord e Sud Europa. L'analisi degli economisti Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo». Il manifesto, 30 luglio 2015

È stato il pre­mio Nobel dell’economia Paul Krug­man a par­lare per la prima volta di «mez­zo­gior­ni­fi­ca­zione» dell’Europa nel 1991 nel libro «Geo­gra­fia e com­mer­cio inter­na­zio­nale». Il dua­li­smo eco­no­mico che ha segnato i rap­porti tra Nord e Sud Ita­lia si è allar­gato a quello tra i paesi del Nord e del Sud dell’Europa e all’interno di tutti i paesi, a comin­ciare della Ger­ma­nia, uni­fi­cata, ma divisa ancora tra un Ovest e un Est. Gli eco­no­mi­sti ita­liani Emi­liano Bran­cac­cio e Ric­cardo Real­fonzo hanno ripreso que­sta cate­go­ria in uno stu­dio del 2008, inti­to­lato L’Europa è a rischio “mez­zo­gior­ni­fi­ca­zione. Il dibat­tito con­ti­nua inten­sis­simo a pro­po­sito delle varie ipo­tesi sull’uscita dall’euro, delle sue con­se­guenze sui salari e in gene­rale sull’implosione dell’Eurozona.

Echi si ritro­vano nel rap­porto 2015 dello Svi­mez sul Mez­zo­giorno (ita­liano) dove al rap­porto asim­me­trico tra il cen­tro (in sostanza la Ger­ma­nia) e le peri­fe­rie (i paesi dell’Europa del Sud) se ne aggiunge un altro: quello tra Sud e Est euro­peo inte­grato nell’Eurozona. «Dal 2001 al 2013 la cre­scita del Pil con­si­de­rato in potere di acqui­sto (Ppa) è stato un quinto infe­riore di quella delle regioni deboli dei nuovi paesi dell’Est. Nei primi cin­que anni della crisi, 2008–2013, il Pil è aumen­tato del 4,5% nelle aree più forti («regioni della com­pe­ti­ti­vità») ed è dimi­nuito dell’1,1% in quelle più deboli (quelle della «con­ver­genza») che all’inizio ave­vano un red­dito pro-capite infe­riore al 75%. Prima della crisi, dal 2001 al 2007, le regioni più deboli ave­vano regi­strato una con­ver­genza cre­scendo del 39,6%, più delle aree forti (+31,3%). È acca­duto in Spa­gna, men­tre in Ger­ma­nia si è regi­strata una mag­giore omogeneità.

L’Italia fa sto­ria a parte. Sud e Centro-Nord cre­sce­vano prima della crisi con il 19% e il 21,8%, poi il crollo: +0,6% il Centro-Nord, –5,1%. Le asim­me­trie si sono aggra­vate con l’allargamento a Est. Il Sud ha sof­ferto la con­cor­renza del dum­ping fiscale. Tra il 2000 e il 2013 l’Italia è stato il paese che è cre­sciuto di meno in ter­mini di Pil in Ppa: +20,6% con­tro il 37,3% dell’Eurozona a 18. Il Sud è cre­sciuto oltre 40 punti in meno della media delle regioni di con­ver­genza dell’Europa a 28 (+53,6%). A una con­clu­sione simile è arri­vata la Bce nel bol­let­tino eco­no­mico di mag­gio 2015: l’Italia «ha regi­strato i risul­tati peg­giori» sulla cre­scita del Pil pro­ca­pite tra quelli che hanno adot­tato l’euro fin dall’inizio». La richie­sta Bce è aumen­tare la fles­si­bi­lità nei mer­cati dei beni e ser­vizi e del lavoro. Per gli eco­no­mi­sti ita­liani (e Krug­man) è l’opposto. Per loro è fal­lito il modello eco­no­mico per cui la pro­dut­ti­vità e la cre­scita dipen­dono dal con­te­ni­mento del costo del lavoro. Que­sti paesi hanno invece biso­gno di poli­ti­che industriali.
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