menu

subheader

ULTIMI AGGIORNAMENTI

domenica 26 luglio 2015

Porte aperte nella parrocchia “Le nostre ferie per i profughi”

Bisogna rovistare nelle cronache locali, ma accanto ai razzisti, agli xenofobi, ai neonazisti e agli ipocriti si trovano anche italiani puliti, e perciò solidali. Questa volta li abbiamo trovati alla periferia di Milano. La Repubblica, ed Milano, 26 luglio 2015

C’e l’Italia che protesta contro i profughi, e quella che si mette in ferie per aiutarli. Succede a Bruzzano, estrema periferia nord di Milano, alla parrocchia della Beata Vergine Assunta di via Acerbi, dove da due notti sono ospiti 60 fra eritrei, sudanesi, nigeriani, somali e altri ne arriveranno, fino alla fine del mese . Profughi che arrivano a Milano dopo un lungo viaggio attraverso mari e deserti, paesi in guerra e carneficine. Per loro, il parroco di questa chiesa di frontiera ha aperto la palestra, allestita con brandine della Protezione civile e ha creato una mensa, nella stessa sala dove a giugno mangiavano i bambini dell’oratorio di San Luigi.

È stato don Paolo Selmi assieme a don Vittorio Marelli, parroco di una chiesa nella vicina Affori (che l’estate scorsa aveva fatto la stessa esperienza ospitando centinaia di asilanti), a proporre ai suoi fedeli e al quartiere, a giugno, durante un’assemblea aperta, di aprire le porte ai profughi. «La risposta è stata subito entusiastica - racconta il “don”, ora che i migranti sono arrivati - . Quella sera avevamo preparato 40 sedie, abbiamo dovuto aggiungerne altrettante. E nei giorni successivi, siamo stati sommersi da richieste di partecipazione». L’assessore alla Sicurezza, Marco Granelli, che abita nel quartiere, è stato subito coinvolto e ovviamente ha accettato la proposta di mandare qui i profughi che arrivano in Centrale, all’hub che da poche settimane è stato inaugurato in via Tonale.

«Io mi chiamo Cristiana, ho 23 anni, e un bambino di due, che mi aspetta al mio paese, in Africa - racconta una ragazza dagli occhi grandi, che viene dalla Nigeria - . Sono venuta in Italia perché nel mio Paese c’è la guerra, mio marito è stato ammazzato, la mia famiglia è dispersa. Ho speso 2mila euro per arrivare fino a qua. Ho visto di tutto, la morte, la fame, la tortura. Ho gli occhi pieni di paura ». Storie come questa si raccolgono fra le persone che siedono nel grande cortile cortile alberato della chiesa, dove si aggira anche un accaldato don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità, che darà alla parrocchia il sostegno dei mediatori culturali e degli operatori professionali fino alla fine del mese. «Abbiamo voluto fare questa proposta di solidarietà concreta alla città - spiega don Colmegna - perché abbiamo voglia di dare un messaggio di solidarietà e di speranza, di gioia e di fiducia, senza nessuna pretesa di risolvere l’emergenza che certo è molto più ampia di quel che vediamo qua, di quel che possiamo risolvere noi, offrendo al massimo 80 posti letto a notte. Ma l’importante è dare un segnale, dare l’esempio di una solidarietà gratuita».

Non ci sono convenzioni col Comune o con la Prefettura a coprire i costi di questa iniziativa, che i promotori hanno deciso di finanziare “dal basso”, facendo la colletta nel quartiere, attraverso il sito di Casa della Carità, e chiedendo ai cittadini di portare vestiti e generi di prima necessità. «I costi umani invece li mettiamo noi - scherza Attilio Cattaneo, 75 anni, volontario con lunga esperienza di servizio in parrocchia - . Tutto nostro è il piacere di far del bene a qualcuno che ha bisogno, senza stare a guardare il colore della pelle, il numero sul passaporto». Come il signor Attilio sono in tanti i cittadini di Bruzzano a darsi da fare. Fra loro anche molti giovani come Andrea Percivalli, 21 anni, studente: «Mi sembrava un bel modo per trascorrere l’estate sentendomi utile», dice con qualche timidezza. Sembrano tutti amici, tutti uniti dallo stesso desiderio di aiutare. «La politica la lasciamo fare ai politici, noi siamo qui perché ci piace far del bene in questa società in cui sembra che tutto vada male », dice il signor Lorenzo Gaglio, 58 anni, impiegato, che farà le ferie in chiesa in mezzo ai profughi, con la sorella Annalisa, medico, e la moglie Matilde. Marito e moglie avevano già lavorato con i rifugiati l’anno scorso ad Affori. «E questa volta abbiamo coinvolto nella compagnia anche la cognata», sorridono le due donne, a cui sembra normalissimo passare così le vacanze invece che in spiaggia sotto all’ombrellone.

E nessuno protesta? «C’è stato un po’ di dibattito sulla pagina Facebook del quartiere, nelle prime settimane. Credo che chi ha protestato abbia paura, ma soprattutto non conosca il fenomeno e abbia pregiudizi infondati - confessa don Paolo Selmi - . Ma sinceramente su poche voci critiche, sono prevalse le tante voci contente che ci mettessimo in questa iniziativa. C’è voglia di fare, di non stare a guardare».



Yusuf viene dall’Eritrea e parla in tigrino col mediatore culturale Tsehaies Woldeab, 46 anni, che di profughi ne ha visti passare tanti in questi mesi: «Hanno solo bisogno di ascolto, è gente che non farebbe mai male a nessuno. Hanno sofferto troppo. Aiutarli dovrebbe essere per tutti la cosa più naturale da fare».
Show Comments: OR