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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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domenica 19 luglio 2015

Perché dobbiamo molto alla Grecia

L'Unione europea ha due tare d'origine: il mercantilismo, la barriera contro il socialismo reale. Il grande merito della Grecia di Tsipras è di averlo reso trasparente. Ora il re è nudo. Il manifesto, 19 luglio 2015


L’Unione euro­pea, figlia delle comu­nità che ave­vano carat­te­riz­zato la vita economico-politica del nostro con­ti­nente dopo la seconda guerra mon­diale, ha avuto fin dall’inizio un’impostazione mer­can­tile. Chi sa se que­sta parola, così espli­cita, verrà per­do­nata all’autore di quest’articolo; eppure essa è pro­prio una foto­gra­fia dello spi­rito ini­ziale del pro­getto euro­peo, che prese l’avvio nel secondo dopo­guerra con una Comu­nità euro­pea del car­bone e dell’acciaio (1957). Il pro­blema, allora, era quello di faci­li­tare gli scambi, che avreb­bero favo­rito la rico­stru­zione e lo svi­luppo del con­ti­nente. Ma era anche quello d’impedire che car­bone e acciaio, allora stru­menti basi­lari per fare la guerra, restas­sero sotto il con­trollo esclu­sivo dei pochi stati che li possedevano.

Il col­lante di carat­tere mer­can­tile, natu­ral­mente trovò ragione di farsi più forte quando, in un’altra metà dell’Europa, venne a con­so­li­darsi l’influenza poli­tica ed eco­no­mica dell’Unione sovie­tica. Dun­que da una parte la sfida del libero mer­cato che attra­verso gli accordi euro­pei veniva a con­so­li­darsi; dall’altra il blocco dell’economia col­let­ti­vi­stica d’impronta e guida sovietica.

Una impo­sta­zione invece che fosse euro­pea ma di carat­tere poli­tico, e che in pro­spet­tiva avesse un’unione di tipo con­fe­de­rale, allora non ci fu, anche se nei pro­getti dei padri ispi­ra­tori era stata molto forte. Allora, quello non sem­brava un pro­blema, né poli­tico né ideo­lo­gico. Si deve anche ricor­dare che i padri ave­vano tutti un’impostazione ideologico-politica di stampo libe­rale, e dun­que un pro­getto euro­peo che andasse avanti in quel modo, era rite­nuto sod­di­sfa­cente. Punto essen­ziale fu per­ciò nel dopo­guerra quello di ren­dere sem­pre più forte un rap­porto di carat­tere mer­can­tile, che ser­visse da anti­doto a guerre future. E che si con­trap­po­nesse soprat­tutto alla poli­tica di socia­li­smo reale che per­meava l’altra metà del con­ti­nente. Diciamo, per sem­pli­fi­care la rap­pre­sen­ta­zione di que­sta situa­zione nei rap­porti inter­na­zio­nali, che la parte libe­rale guar­dava agli Stati Uniti come fonte d’ispirazione poli­tica, ideo­lo­gica e di scambi; e i paesi dell’Europa orien­tale, invece, guar­da­vano verso l’Unione sovie­tica. Natu­ral­mente, sia gli uni che gli altri, subi­vano abbon­dan­te­mente i con­di­zio­na­menti dei rispet­tivi punti di riferimento.

Date que­ste pre­messe for­te­mente pola­riz­zate, di unione poli­tica dell’Europa, date le con­tin­genze inter­na­zio­nali e il punto di par­tenza, non si è par­lato più. Anzi, sono cre­sciute gene­ra­zioni di super­bu­ro­crati della Ue, ai quali sono stati affi­dati i posti al ver­tice dell’Unione euro­pea. I poteri di que­sti super­bu­ro­crati, mediante deci­sioni for­mali pro­mosse da essi mede­simi negli organi che «occu­pa­vano» (il verbo non è impro­prio, per­ché eletti essi non lo sono stati mai), sono cre­sciuti a dismi­sura. Si è lasciato che gover­nas­sero l’intero con­ti­nente, mediante rego­la­menti impo­sti al di fuori di ogni pro­ce­dura demo­cra­tica (lo ha riba­dito Yanis Varou­fa­kis venerdì su Die Zeit). La strut­tura della Ue ha acqui­stato sem­pre più potere, nes­suno ha più pen­sato di met­terne in discus­sione le lacune di demo­cra­zia nel suo fun­zio­na­mento. Nes­suno ci ha pen­sato più. Natu­ral­mente i ver­tici non demo­cra­tici dell’Unione hanno pre­teso sem­pre più potere; al loro interno si sono impo­sti i voleri degli stati eco­no­mi­ca­mente più potenti, fin­che si è arri­vati al punto attuale di rot­tura, in cui non si può più nep­pure par­lare di «stati che con­tano»: chi conta è solo la Ger­ma­nia. Che attra­verso la for­ma­zione men­tale di molti suoi diri­genti si tira die­tro anche difetti anti­chi.

È natu­rale che una impo­sta­zione di potere del genere cui si è accen­nato, dopo il geno­ci­dio e lo stra­zio della seconda guerra mon­diale dovesse sem­brare un grande passo avanti. Sem­brò una strada di pace, e sem­brò uno stru­mento utile da non lasciarsi sfug­gire. C’erano enormi pro­blemi pra­tici di nuova edi­fi­ca­zione degli scambi che nes­suno era stato capace di risol­vere altri­menti; c’era la pos­si­bi­lità di costruire un mer­cato di dimen­sioni con­ti­nen­tali. Forse non c’erano ancora gli stru­menti, e la men­ta­lità, per mirare a pro­spet­tive ideali ampia­mente demo­cra­ti­che; era più sem­plice sol­le­ti­cando inte­ressi meno ampi, sotto la guida di appa­rati fal­sa­mente demo­cra­tici.

Fin­ché non ci si è accorti, all’improvviso, che da un pic­colo paese, con un red­dito com­ples­sivo di poco conto, con una disoc­cu­pa­zione immensa, con un’economia fatta di piro­scafi e di atti­vità tutte minori, insi­gni­fi­canti, l’intero impianto euro­peo veniva messo in discus­sione. Quello stato, dopo avere subìto una dit­ta­tura atroce, afferma sem­pre più il valore della demo­cra­zia e del fare poli­tica (il che vuol dire anche avere dei par­la­men­tari che non votano tutti allo stesso modo, come s’usa da qual­che altra parte), e dice con forza che nella Ue ci vuole stare, ma a con­di­zioni che diventi demo­cra­tica. Occorre avere pazienza per i debiti; ma l’Europa deve invece inco­min­ciare a discu­tere subito della demo­cra­zia al suo interno. E un con­ti­nente intero non può essere domi­nato da una superpotenza.
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