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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

scritta dai media

DAI MEDIA

lunedì 6 luglio 2015

L’orgoglio greco nella notte del no

«La festa spontanea a piazza Syntagma, subito dopo i primi risultati. Migliaia di bandiere greche, per strada un’intera generazione di giovani travolta dalla crisi, la classe media impoverita, gli operai e i disoccupati». Il manifesto.info, 6 luglio 2015

Dopo giorni di ten­sione, minacce e allarmi, la festa esplode spon­ta­nea già all’arrivo dei primi ine­qui­voci risul­tati, a meno di due ore dalla chiu­sura dei seggi. Le strade si inta­sano di migliaia di per­sone dirette ancora una volta, come venerdì scorso, verso Syn­tagma, la piazza del Par­la­mento. Non c’è nulla di orga­niz­zato per­ché Ale­xis Tsi­pras alla vigi­lia aveva rac­co­man­dato calma e sobrietà, la stessa con la quale da ieri mat­tina cit­ta­dini greci di ogni età si sono messi in fila ai seggi per votare, ognuno senza chie­dere all’altro come la pen­sasse. Quella che per una set­ti­mana li aveva disci­pli­na­ta­mente fatti met­tere in fila ai ban­co­mat per riti­rare i 60 euro gior­na­lieri con­sen­titi dopo lo stop deciso dal governo o a qual­che super­mer­cato per la paura, infon­data, che come in guerra pren­des­sero a scar­seg­giare i viveri.

Fin dalle prime ore del mat­tino, prima gli anziani e poi man mano tutti gli altri, i seggi erano stati un tran­quillo via vai di per­sone, resti­tuendo un’idea di grande matu­rità e dando una lezione di demo­cra­zia all’Europa, lad­dove quest’ultima è nata, come ama ricor­dare spesso Ale­xis Tsi­pras. Divisi ma insieme, chi era con­vinto che dopo aver detto tanti sì all’Europa in cam­bio di un mas­sa­cro sociale era giunta l’ora di un bel no, e chi invece aveva paura di per­dere anche quel po’ che gli è rima­sto, chi non ha più alcun­ché da met­tere in gioco e chi invece sulla crisi ha gal­leg­giato come un sur­fi­sta su un mare in tempesta.

Ma la voglia di scen­dere in piazza è stata incon­te­ni­bile: troppo netto il suc­cesso, troppa la voglia di mostrare all’Europa che per i greci que­sta bat­ta­glia è appena comin­ciata e vogliono vin­cerla. È per que­sto che le ban­diere gre­che que­sta volta hanno la meglio sui sim­boli di par­tito e sui drappi rossi, per­sino sugli stracci con su scritto «Oxi», «no», dei quali ora non c’è più biso­gno. Ora è neces­sa­rio che i nego­zia­tori greci a Bru­xel­les sen­tano di non essere soli, e per que­sto si spre­cano i car­telli in inglese dai mes­saggi espli­citi. Il più chiaro di tutti recita: «This strug­gle is not about Europe, it’s about free­dom» («Que­sta lotta non riguarda l’Europa, ma la libertà»). C’è anche un gruppo di tede­schi, sono del movi­mento Bloc­kupy che lotta con­tro l’austerità e sono i ben­ve­nuti.

Come due giorni fa per la chiu­sura della cam­pa­gna refe­ren­da­ria, quello che stu­pi­sce è l’altissimo numero di gio­vani e gio­va­nis­simi: una intera gene­ra­zione (ma in realtà sono almeno due) che ha messo le radici ai tempi del G8 di Genova e dei social forum, si è ribel­lata al potere quando in viuzza di Exar­chia fu ucciso dalla poli­zia il sedi­cenne Ale­xis Gri­go­ro­pou­los e ha messo le tende in piazza Syn­tagma nel 2010 ai tempi degli Indi­gna­dos. Quella gio­ventù pre­ca­ria che nel 2008 fu defi­nita degli «800 euro» e che oggi non gua­da­gna più nem­meno quelli ed è costretta a emi­grare, gli stu­denti uni­ver­si­tari che devono tra­sfe­rirsi all’estero per cer­care una borsa di stu­dio o un impiego qua­li­fi­cato. Que­sta Gre­cia è diven­tata mag­gio­ri­ta­ria e, insieme a ope­rai, disoc­cu­pati e alla classe media impo­ve­rita è oggi il blocco sociale che dice no alla gab­bia dell’austerità, anche a costo di accet­tare ulte­riori sacri­fici, ma a patto che non siano coman­dati da Angela Mer­kel o Jean Claude Junc­kel e senza fare sconti a nes­suno. All’epoca veni­vano con­trap­po­sti ai loro padri, con­si­de­rati garan­titi e in quanto tali pri­vi­le­giati. Ora sono entrambi in piazza, mas­sa­crati entrambi da poli­ti­che a dir poco selvagge.

Un cauto otti­mi­smo ser­peg­giava già dal primo pome­rig­gio anche nel quar­tier gene­rale di Syriza in piazza Kou­moun­dou­rou. La sen­sa­zione che la vit­to­ria fosse a por­tata di mano è aumen­tata quando hanno comin­ciato a cir­co­lare i primi son­daggi non uffi­ciali, a urne ancora aperte: il no al 51 per cento, poi al 54. Fin­ché, alle 19 in punto, ai primi “opi­nion polls” che davano il no in van­tag­gio la gioia era esplosa e la ten­sione si era sciolta negli abbracci e nei sor­risi con­di­visi con gli alleati euro­pei (rap­pre­sen­tanti della Linke tede­sca, della spa­gnola Pode­mos, ciprioti dell’Akel, irlan­desi dello Sinn Fein, la nutrita dele­ga­zione ita­liana, rap­pre­sen­ta­tiva di tutta la galas­sia della sini­stra) accorsi già da venerdì a soste­nere la rivo­lu­zione euro­pea par­tita da una peri­fe­ria del con­ti­nente e il suo con­dot­tiero Ale­xis Tsi­pras, che ha vinto la scom­messa più grande tra­sci­nan­dosi die­tro più della metà abbon­dante del popolo greco.

Non sono ser­vite a molto le inge­renze euro­pee e la con­fu­sione media­tica, dav­vero impres­sio­nante, messa in piedi ad arte da un fronte del sì con pochi argo­menti a pro­pria dispo­si­zione se non quello, abi­tuale, della paura. Un argo­mento che però i greci hanno riget­tato, come si intuiva nelle strade e si è capito la sera della grande mani­fe­sta­zione di venerdì a soste­gno del no. Lo sape­vano tutti, anche quelli del sì che in un docu­mento a uso interno già gio­vedì scri­ve­vano che il no era al 70 per cento nei cen­tri urbani e che per­fino il 10 per cento degli elet­tori di Nea Demo­cra­tia avrebbe votato a favore del piano dei cre­di­tori. Ma hanno con­ti­nuato a fin­gere e a pro­pa­gan­dare son­daggi inat­ten­di­bili e costruiti alla biso­gna per sola pro­pa­ganda elet­to­rale. Ci sono cascati in molti, ma solo chi non voleva vedere per par­tito preso non ha capito quello che stava fer­men­tando ancora una volta nella pan­cia della società ellenica.

Nella notte di piazza Syn­tagma cir­cola una bat­tuta: «I colpi di stato non avven­gono più by tanks, but by banks», con chiaro rife­ri­mento ai carri armati della dit­ta­tura dei colon­nelli che in tanti ancora ricor­dano qui in Gre­cia e al rischio che siano ora le ban­che, asfis­siando la popo­la­zione, a pro­muo­vere il regime change. Ma but­tare giù Ale­xis Tsi­pras e il suo governo è ora molto più dif­fi­cile per tutti, anzi i più deboli sono i fal­chi dell’austerità, a comin­ciare da Angela Mer­kel e Jean Claude Junc­ker (anche se, tra i lea­der euro­pei, nes­suno esce bene da que­sta sto­ria, com­preso il nostro Mat­teo Renzi), ed è stato que­sto il colpo da mae­stro del pre­mier greco. Ma a come andare avanti si pen­serà da oggi, subito per­ché la situa­zione non con­sente di ter­gi­ver­sare, con calma e deter­mi­na­zione com’è stato fino a oggi. Ora è il tempo di festeg­giare, la notte di Syn­tagma è ancora lunga.
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