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giovedì 23 luglio 2015

L’omosessuale inventato

«Nel corso dei secoli, le diverse figure del gay sono state costruite per legittimitarle, ma soprattutto per imporre la norma di una divisione «naturale» tra mascolinità e femminilità. Tutta un’altra storia, l’appassionata e documentata ricerca sul campo di Giovanni Dall’Orto per il Saggiatore». Il Manifesto, 22 luglio 2015 (m.p.r.)

«È più facile nascon­dere cin­que ele­fanti sotto un’ascella che un solo cinedo». Que­sto pro­ver­bio giunto fino a noi dal secondo secolo d.C. gra­zie alla penna di Luciano di Samo­sata, atte­sta che la favo­lo­sità non era acqua - per usare un’espressione camp - nem­meno nell’antichità clas­sica. Il cinedo di cui si magni­fica la capa­cità di atti­rare l’attenzione è infatti un per­so­nag­gio che oggi potremmo defi­nire una checca. E che evi­den­te­mente già allora si faceva notare parec­chio per la par­lan­tina, il senso este­tico come minimo sopra le righe e la pre­di­le­zione per il tea­tro di strada.

L’esempio basta e avanza per pren­dere in seria con­si­de­ra­zione quanto sostiene Gio­vanni Dall’Orto nel suo volu­mone sulla sto­ria dell’omosessualità maschile dalla Bib­bia ai giorni nostri edito dal Sag­gia­tore (Tutta un’altra sto­ria, pp.730, 27 euro): l’identità omo­ses­suale non è poi un’invenzione così moderna come certi acca­de­mici dicono per­ché già due­mila e rotti anni fa esi­ste­vano dei tipi umani che veni­vano «dedotti» dalle loro pecu­liari incli­na­zioni ses­suali. E non solo e non tanto i virili amanti dei ragazzi di cui ci sono state tra­man­date innu­me­re­voli noti­zie attra­verso l’arte e la let­te­ra­tura greca e romana. Que­sti pote­vano benis­simo rien­trare nella norma a patto di sal­va­guar­dare la loro masco­li­nità secondo i cri­teri dell’epoca. I cinedi invece erano quelli che sta­vano dall’altra parte del fos­sato dell’onore in quanto votati a una pas­sione esclu­siva per i maschi che li ren­deva simili alle fem­mine, fisi­ca­mente e/o psi­co­lo­gi­ca­mente. A tale cate­go­ria veni­vano ascritti indif­fe­ren­te­mente finoc­chi, tra­ve­stiti e trans gen­der ante lit­te­ram, rite­nendo che i loro disdi­ce­voli com­por­ta­menti fos­sero frutto di una con­di­zione inte­riore, cioè un orien­ta­mento ses­suale. «Dun­que - dice Dall’Orto - se cer­cate l’omosessuale antico, eccolo qui».

Il potere sulla sessualità

Certo la parola «omo­ses­suale» pare un po’ fuori con­te­sto, visto che entrò nel lin­guag­gio medico nel XIX secolo e in quello comune nel XX. Ma si tratta di un uso inten­zio­nal­mente pole­mico per­ché tra i prin­ci­pali obiet­tivi dell’autore c’è quello di smen­tire la cosid­detta teo­ria costru­zio­ni­sta, che discende dalle rifles­sioni sto­ri­che e filo­so­fi­che di Michel Fou­cault e secondo la quale «l’omosessualità sarebbe una costru­zione sociale creata dal Potere per repri­mere la libera ses­sua­lità umana» . Sarebbe stata inven­tata a que­sto scopo dalla medi­cina nell’Ottocento, men­tre prima di allora esi­ste­vano sì com­por­ta­menti omo­ses­suali ma non una «spe­cie» a sé stante.

Per gli stu­diosi che sosten­gono que­sta tesi, accu­sati anche di mono­po­liz­zare il dibat­tito acca­de­mico sulla sto­ria dell’omosessualità, Dall’Orto crea l’appellativo pro­vo­ca­to­rio di «inven­zio­ni­sti» e con loro duella a distanza lungo tutto il corso delle sue rifles­sioni attra­verso trenta secoli di sto­ria occi­den­tale. In pri­mis, obietta, la ses­sua­lità umana non è deter­mi­nata solo dalla cul­tura ma anche da un istinto irri­du­ci­bile che quando cer­chi di cac­ciarlo dalla porta rien­tra sem­pre dalla fine­stra, come dimo­strano tra l’altro molti secoli di per­se­cu­zioni dei sodo­miti e degli omo­ses­suali. Con que­sto ine­li­mi­na­bile dato di fatto la cul­tura ha dovuto fare i conti da ben prima del XIX secolo, ponen­dosi domande che dall’antica Gre­cia fino a oggi sono sor­pren­den­te­mente poco cam­biate (vedi il plu­ri­mil­le­na­rio dibat­tito sulle cause dell’inclinazione omo­ses­suale). Inol­tre gli sto­rici «inven­zio­ni­sti», sem­pre a giu­di­zio dell’autore, pro­pon­gono uno schema scan­dito da «faglie epi­ste­mo­lo­gi­che» in cui ogni para­digma cul­tu­rale sosti­tui­sce ed eli­mina il pre­ce­dente nei «discorsi del potere». Rite­nendo però valida una sola con­ce­zione della ses­sua­lità alla volta si crea una sorta di inco­mu­ni­ca­bi­lità tra le varie epo­che e si fini­sce per rap­pre­sen­tare come dei totali alieni gli abi­tanti di quelle pas­sate che ragio­na­vano secondo para­digmi diversi.

Sono cose che suc­ce­dono, con­clude Dall’Orto, quando si parte dalle teo­rie per dare un senso alle fonti sto­ri­che e non vice­versa. Pro­po­nen­dosi di fare il con­tra­rio, «la docu­men­ta­zione mostra che ogni società, sia in pas­sato che oggi, tende a col­ti­vare con­tem­po­ra­nea­mente più con­ce­zioni dell’omosessualità, anche con­trad­dit­to­rie e incon­ci­lia­bili, e que­ste con­ce­zioni si acca­val­lano, si fon­dono, si mesco­lano e si tra­sfor­mano a vicenda, in una con­ti­nua dia­let­tica fra “discorsi” e “con­tro­di­scorsi” nella quale è del tutto arbi­tra­ria ogni pre­tesa di indi­care la con­ce­zione dell’omosessualità in un dato momento sto­rico». Ne viene fuori una poli­fo­nia inca­si­nata e pure lacu­nosa, per­ché quella del silen­zio e della cen­sura è stata una delle stra­te­gie più valide per limi­tare i danni pro­dotti dalla dif­fu­sione del pec­cato indi­ci­bile. Ma con­forta sco­prire attra­verso le pagine di Tutta un’altra sto­ria quanto si sia arric­chito il puzzle negli ultimi trent’anni gra­zie all’effervescenza della ricerca nel modo anglo­sas­sone e nell’Europa occidentale.

Il testo e le den­sis­sime 160 pagine di note sco­mo­da­mente piaz­zate in fondo al libro ci som­mer­gono di cita­zioni e rimandi biblio­gra­fici da cui si può con­sta­tare che molta memo­ria di prima mano è già stata dis­sep­pel­lita dagli studi degli ultimi decenni e molta altra ancora sta solo aspet­tando che qual­che gio­vane appas­sio­nato le tolga la pol­vere di dosso, come Dall’Orto non manca mai di far notare quando se ne pre­senta l’occasione. Quel tanto che è già stato risco­perto ci resti­tui­sce comun­que un’immagine un po’ più defi­nita del pas­sato e con­sente di ten­tare di ten­tare un nuovo bilan­cio prov­vi­so­rio. Que­sta è poi la sostanza del libro, che non è né un manuale né un’enciclopedia di sto­ria gay ma il per­so­nale bilan­cio di uno sto­rico che dopo oltre trent’anni di ricer­che sul campo e di accesi con­fronti con amici e nemici cerca di fare il punto attra­verso la docu­men­ta­zione dispo­ni­bile. E rispet­tando la moti­va­zione ori­gi­na­ria del suo lavoro decide di rac­con­tare «una sto­ria degli omo­ses­suali e non degli omo­fobi», pri­vi­le­giando «i punti di vista dei per­se­gui­tati anzi­ché dei persecutori».
Il para­diso che non c’è

Gio­vanni Dall’Orto, infatti, viene dal movi­mento lgbt ed è stato (è) un punto di rife­ri­mento indi­scusso per la ricerca sto­rica pro­dotta den­tro o a fianco del movi­mento ita­liano, nella con­vin­zione che rico­struire una memo­ria col­let­tiva atten­di­bile fosse un passo neces­sa­rio verso l’uguaglianza prima di tutto psi­co­lo­gica. Fare la sto­ria degli omo­ses­suali espel­lendo gli omo­fobi dal qua­dro è uto­pi­stico, se non altro per­ché buona parte delle testi­mo­nianze che ci riman­gono sono tracce delle per­se­cu­zioni subite dagli uni ad opera degli altri. Ma d’altra parte i punti di vista e le esi­stenze delle vit­time par­lano anche attra­verso la memo­ria dei carnefici.

E cosa ci rac­con­tano? Abbiamo già accen­nato al fatto che Gre­cia e Roma non erano il «para­diso» che varie gene­ra­zioni di proto mili­tanti gay ave­vano descritto per legit­ti­mare se stesse e che studi più recenti hanno molto ridi­men­sio­nato. Il dato inne­ga­bile che in certi casi pra­ti­che e affetti omo­ses­suali fos­sero quan­to­meno tol­le­rati, quando non addi­rit­tura rac­co­man­dati, non toglie che fos­sero oggetto della pub­blica ripro­va­zione coloro che con­fon­de­vano ruoli e generi annul­lando le distin­zioni «natu­rali» tra chi domina e chi è domi­nato. E nem­meno che il vero labo­ra­to­rio dell’omofobia di stato uffi­cia­liz­zata dal cri­stia­ne­simo sia stata l’antichità pagana ancor più di quella ebraica, in un filo rosso che uni­sce Pla­tone agli stoici per arri­vare a San Paolo e da qui pro­se­guire per una schiera di santi e teo­logi suc­ces­sivi. Di suo il cri­stia­ne­simo ci mise l’anatema divino, pari­fi­cando nella colpa gli omo­ses­suali attivi a quelli pas­sivi e for­nendo un’interpretazione ana­cro­ni­stica dell’episodio di Sodoma e Gomorra che avrebbe col tempo sti­mo­lato il ricorso ai roghi. Di cui però non c’è trac­cia riscon­tra­bile, almeno nell’Europa occi­den­tale, per tutto l’Alto Medioevo.

La regres­sione della civiltà urbana fece spa­rire per secoli per­sino la pos­si­bi­lità di sot­to­cul­ture «gay» da repri­mere, men­tre «fra il VI e l’VIII secolo la repres­sione dei com­por­ta­menti omo­ses­suali passa dalle mani dello stato a quelle della chiesa, la quale li puni­sce con peni­tenze, man­dando nel dimen­ti­ca­toio la pena di morte e ancor più quella del rogo pre­vi­sta dagli ultimi impe­ra­tori romani». Lo sce­na­rio cam­bia dopo l’anno Mille, con il nuovo svi­luppo urbano e gli scon­vol­gi­menti socio-religiosi dei secoli XI-XIII. È qui che si per­fe­ziona la figura del sodo­mita, perio­di­ca­mente sacri­fi­cata sui roghi dalla metà del Due­cento alla Rivo­lu­zione Fran­cese in gran parte dell’Europa ad ogni ondata di rigore morale e allarme sociale. In que­sto frat­tempo però comin­ciamo ad avere la cer­tezza che gli stessi sodo­miti impa­rano a per­ce­pirsi come tali e cer­cano di orga­niz­zarsi. Dalle cro­na­che dei pro­cessi al pro­flu­vio di misure di poli­zia dirette ad argi­nare il feno­meno veniamo a cono­scenza delle mappe gay e delle reti sociali di città grandi o pic­cole, ma arri­vano fino a noi final­mente anche le voci dei sodo­miti, che sem­pre più spesso met­tono ere­ti­ca­mente in discus­sione la gra­vità del loro peccato.

Con il tempo, tra spinte e con­tro­spinte, sarà l’intera società occi­den­tale a farlo e ciò por­terà all’abolizione della pena di morte ma non alla fine delle per­se­cu­zioni. E qui giun­giamo a un punto cru­ciale, quando nell’Ottocento nasce uffi­cial­mente il con­cetto di omo­ses­sua­lità dopo che dell’argomento ini­ziano a occu­parsi anche medici e psi­chia­tri oltre a pre­di­ca­tori, giu­dici e poli­ziotti. L’opinione di Dall’Orto in pro­po­sito è che la medi­cina non inventò affatto l’omosessualità, ma si limitò a pato­lo­giz­zarla. Con con­se­guenze tut­ta­via impre­vi­ste, per­ché lo svi­luppo del dibat­tito scien­ti­fico offrì uno spa­zio pri­vi­le­giato per «bucare la cappa di omertà» della morale domi­nante e discu­tere aper­ta­mente, offrendo per la prima volta agli stessi omo­ses­suali l’opportunità di inter­ve­nire nella discus­sione e di influen­zare con le loro teo­rie e testi­mo­nianze i discorsi medici.
Iste­ria omofoba

Si dif­fu­sero i memo­riali e le con­fes­sioni in cui i pazienti cer­ca­vano sco­per­ta­mente di tirare i dot­tori dalla loro parte, per­sino riu­scen­doci qual­che volta. Dopo­di­ché gli omo­ses­suali comin­ciano ad orga­niz­zarsi dav­vero e a recla­mare il diritto di vivere come tali alla luce del sole. Soprat­tutto in Ger­ma­nia, dove solo la vio­lenza nazi­sta riu­scì a stron­care il più avan­zato espe­ri­mento di libe­ra­zione omo­ses­suale mai visto fino ad allora. Fasci­smo e nazi­smo, insieme alla ver­sione sta­li­niana del comu­ni­smo e all’America del mac­car­ti­smo e din­torni (senza dimen­ti­care la Gran Bre­ta­gna che sui­cidò Alan Turing) costi­tui­scono altret­tanti pezzi di quello che dall’Orto defi­ni­sce «il picco più alto d’isteria omo­fo­bica dell’intera sto­ria umana». Ma fu poi dalla rea­zione a que­ste per­se­cu­zioni che negli Stati Uniti nac­que il movi­mento gay con­tem­po­ra­neo, che pro­pagò attra­verso il pia­neta i pro­pri stili, lin­guaggi e modelli orga­niz­za­tivi. Il resto è cro­naca dell’apparentemente inar­re­sta­bile mar­cia di inte­gra­zione delle mino­ranze lgbt in tutto l’occidente. Con la vistosa ecce­zione dell’Italia che del resto, ammette l’autore, non è l’America.
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