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giovedì 23 luglio 2015

Lo stato indifferente

«I giudici di Strasburgo hanno esplicitamente ricordato le loro precedenti decisioni sul riconoscimento delle unioni civili, sì che nessun potrà dirsi colto di sorpresa o invocare la necessità di un adeguato tempo di riflessione». La Repubblica, 22 luglio 2015 (m.p.r.)

La decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo sui diritti da riconoscere alle unioni tra persone dello stesso sesso, che già suscita polemiche, era prevedibile per chi conosce la giurisprudenza di quella Corte, la sua evoluzione, le novità introdotte proprio in questa materia anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Interviene in un momento in cui la discussione si è fatta sempre più accesa dopo l’annuncio del Presidente del Consiglio di arrivare prima delle ferie parlamentari all’approvazione, almeno da parte di una delle Camere, di una legge in materia. Siamo di fronte ad un invito esplicito al legislatore italiano, con indicazioni importanti e che non possono essere trascurate.

I giudici di Strasburgo hanno esplicitamente ricordato le loro precedenti decisioni sul riconoscimento delle unioni civili, sì che nessun potrà dirsi colto di sorpresa o invocare la necessità di un adeguato tempo di riflessione. Su questo punto la sentenza è chiarissima. I silenzi del Governo, la totale disattenzione di fronte agli espliciti inviti rivolti nel 2010 dalla Corte costituzionale e nel 2012 dalla Corte di Cassazione, l’assoluta inazione del Parlamento hanno determinato una grave violazione del diritto alla tutela della vita privata e familiare, riconosciuto dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E qui le parole dei giudici di Strasburgo si fanno sferzanti. L’assoluto disinteresse di Governo e Parlamento per il gran lavoro fatto dalla magistratura italiana ha finito con il rappresentare una sua inammissibile delegittimazione, compromettendo il rispetto e l’effettività delle decisioni giudiziarie (a proposito: la somma indifferenza di Governo e Parlamento per l’elezione di tre giudici della Corte costituzionale non è forse già diventata una forma di delegittimazione di questa fondamentale e scomoda istituzione di garanzia?).

La decisione della Corte non può essere facilmente aggirata, ed è bene ricordare che essa è stata presa all’unanimità. Si dice e si ribadisce che siamo di fronte a diritti dal cui effettivo riconoscimento dipendono l’identità, la dignità sociale, la vita stessa delle persone. In questi casi, la Corte lo sottolinea più volte, il margine di discrezionalità del legislatore è ristretto. Alle unioni stabili tra persone dello stesso sesso deve essere assicurato un riconoscimento effettivo attraverso una “solenne istituzione giuridica”, unioni civili riconosciute o partnerships registrate, che le sottraggano alla casualità e alla inaffidabilità che caratterizzano oggi la situazione italiana. L’esistenza non può essere affidata all’incertezza o a semplici patti privati o a regole limitate agli aspetti patrimoniali del rapporto. Siamo di fronte ad un “dovere positivo”, che lo Stato deve integralmente rispettare, soprattutto perché solo così può essere cancellata una inammissibile discriminazione, fondata com’è solo sull’orientamento sessuale.

Nelle argomentazioni dei giudici di Strasburgo si coglie una particolare attenzione per lo scarto crescente, e sempre più evidente, tra dinamiche della realtà sociale e immobilità del diritto. La Corte mette in evidenza che la maggioranza dei paesi aderenti al Consiglio d’Europa, 23 su 47, hanno già disciplinato in forme adeguate unioni tra le persone dello stesso segno, segno di una tendenza da considerare ormai irreversibile. Così l’inaccettabilità della situazione italiana diviene particolarmente evidente, il suo protrarsi nel tempo è giudicato inammissibile, e questo spiega anche la ragione per la quale alle coppie ricorrenti è stato riconosciuto il diritto ad un risarcimento del danno che dovrà essere pagato dallo Stato italiano.

Nella sentenza viene anche citato un sondaggio dal quale risulta che la maggioranza degli italiani è favorevole ad una legge che riconosca le unioni tra persone dello stesso sesso. Ma i tempi non sono propizi né alle discussioni ragionate, né alla consapevolezza della centralità del riconoscimento dei diritti fondamentali. Già si sono manifestate reazioni scomposte, con insolenze nei confronti dei giudici di Strasburgo che dimostrano l’assenza di una cultura delle garanzie. Non consideriamole manifestazioni folkloristiche, come troppe volte si è fatto in passato, favorendo così la regressione culturale e politica. Ma più preoccupanti devono essere considerati i tentativi di svuotare dall’interno la riforma in discussione al Senato, nei quali si riflette anche una rinnovata pretesa di valutare le leggi in primo luogo secondo la morale cattolica, e non alla luce dei diritti delle persone. La buona politica, se c’è ancora, può trovare in questa sentenza di Strasburgo un forte sostegno.

Il passo avanti, che la sentenza impone, è significativo. Ma non è destinato a chiudere definitivamente la questione. Dal mondo LGBT viene sempre più perentoria la richiesta di un riconoscimento anche alle coppie di persone dello stesso sesso del diritto a contrarre matrimonio. Di questo bisognerà discutere, soprattutto dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha imboccato decisamente questa strada. La Corte di Strasburgo ci ha ricordato che qui la discrezionalità del legislatore nazionale è più larga, perché solo 9 nazioni su 47 hanno accettato questa linea. Ma si può prevedere che questi numeri cambieranno presto, sì che le corti dovranno prendere atto della crescita di questo consenso. E ai nostrani polemisti bisognerà pur ricordare che l’Italia ha firmato, e il Parlamento ha votato, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, il cui articolo 9 ha cancellato il requisito della diversità di sesso per tutte le forme giuridiche di costruzione di una famiglia.
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