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domenica 12 luglio 2015

L’Europa e l’anomalia di un governo di sinistra

La vicenda greca induce a una riflessione su una futura "sinistra", ben più ampia dei confini locali. Ecco alcuni spunti «Ricominciare ad anticipare i cambiamenti prima che si manifestino come emergenza e programmi adeguati alla radicalità dei mutamenti con la visione di un modello di società». Il manifesto, 11 luglio 2015
La prima que­stione che la vicenda greca richiama riguarda una domanda che emerge pro­prio dalla stessa crisi: è pos­si­bile, nell’Europa attuale, un governo di sini­stra? Quello di Syriza è il primo governo di sini­stra nell’Unione Euro­pea. È sicu­ra­mente un caso par­ti­co­lare, di uno stato troppo debole e inde­bi­tato per eser­ci­tare, al momento, un governo com­piu­ta­mente auto­nomo. Ma la natura dell’Ue lascia pen­sare che se anche un governo di sini­stra si affer­masse in paesi più forti e meno sot­to­po­sti al con­trollo della Troika, le dif­fe­renze con il caso greco sareb­bero di grado, non di sostanza.

Il governo Tsi­pars è riu­scito in poco tempo a costruire una forte ege­mo­nia interna, come hanno san­cito la vit­to­ria del No e il fatto che le prin­ci­pali oppo­si­zioni abbiano dovuto deci­dere di soste­nerlo nelle trat­ta­tive con l’Europa. Que­sto è già molto, ed è raro. Solo alcuni governi latino-americani sono riu­sciti negli ultimi anni a uti­liz­zare il governo per costruire ege­mo­nia, sven­tando gra­zie a que­sta ege­mo­nia ten­ta­tivi di golpe, pro­prio com’è acca­duto a Syriza nelle ultime set­ti­mane (il refe­ren­dum ha momen­ta­nea­mente fer­mato il ten­ta­tivo euro­peo di rove­sciare il governo). Mai, invece, que­sta ope­ra­zione ege­mo­nica è riu­scita a un governo euro­peo di centro-sinistra, che di solito crolla nei con­sensi nel giro di settimane.

Nello stesso tempo, ciò che Syriza sta riu­scendo a otte­nere da una posi­zione di governo – che, nel con­te­sto dato, è il mas­simo che potesse otte­nere – è piut­to­sto lon­tano dai suoi obiet­tivi ori­gi­nari. L’Unione euro­pea rende sostan­zial­mente impos­si­bile la rea­liz­za­zione di pro­grammi redi­stri­bu­tivi, la ripresa di un signi­fi­ca­tivo inter­vento pub­blico in eco­no­mia, una poli­tica indu­striale, e per­fino poli­ti­che di soste­gno alla povertà (che cini­ca­mente la mano dell’Ue can­cella con la penna rossa dalle pro­po­ste di Atene). Si tratta di rea­li­smo, non di ideo­lo­gia: il pro­gramma di Syriza era un pro­gramma rifor­mi­sta, ma anche que­sto sem­bra irrealizzabile.

Come ren­derlo realizzabile?

I par­titi della sini­stra radi­cale in Europa hanno acqui­sito un’ottica di governo: vogliono gover­nare, da soli o se neces­sa­rio in coa­li­zione. Come la situa­zione greca mette in luce, nell’attuale con­te­sto euro­peo la rea­liz­za­zione di un pro­gramma di sini­stra è quasi impos­si­bile. Si può scom­met­tere sul fatto che la vit­to­ria di Syriza abbia aperto un ciclo poli­tico che porti le sini­stre a vin­cere in Spa­gna, in Irlanda, in Por­to­gallo e poi magari in Ita­lia, e che in que­sta situa­zione i rap­porti di forza si modi­fi­chino al punto da poter cam­biare la costi­tu­zione mate­riale dell’Ue.

Ma ciò può anche non suc­ce­dere. È impen­sa­bile, allora, che una sini­stra che aspira al governo si ponga il pro­blema di una «exit stra­tegy»? Se l’Europa rende impos­si­bile qual­siasi poli­tica key­ne­siana e redi­stri­bu­tiva, l’appartenenza all’Eurozona dev’essere con­fer­mata a ogni costo? Anche se la rispo­sta è affer­ma­tiva, la domanda non può essere, rea­li­sti­ca­mente, elusa. Una forza nego­ziale si costrui­sce anche sulla base di alter­na­tive per­cor­ri­bili. Che non pos­sono però riguar­dare un solo paese, ma impli­cano la costru­zione di un vasto sistema di alleanze inter­na­zio­nali alter­na­tive, o com­ple­men­tari, a quelle attuali.

In secondo luogo. Non c’è solo l’Unione euro­pea a para­liz­zare l’azione dei governi. Lo fanno anche il capi­tale finan­zia­rio e quello pro­dut­tivo. Gli Stati sono total­mente dipen­denti dai mer­cati finan­ziari. Una poli­tica non gra­dita a que­sti ultimi ver­rebbe col­pita da attac­chi spe­cu­la­tivi e dal man­cato finan­zia­mento del debito pub­blico. Le imprese, nazio­nali o stra­niere, hanno poi il potere di rea­gire a poli­ti­che redi­stri­bu­tive o favo­re­voli al lavoro con la minac­cia dello spo­sta­mento della pro­du­zione, come hanno fatto da ultimo gli arma­tori greci.

Come si può rea­li­sti­ca­mente affron­tare que­sta dop­pia minaccia?

La «sini­stra di governo» deve costruire un’alternativa agli attuali stru­menti di finan­zia­mento del debito, e deve pen­sare a come costruire una nuova eco­no­mia pub­blica, una nuova capa­cità di inter­vento diretto dello Stato nell’economia pro­dut­tiva, che con­tem­pli anche la pro­prietà diretta delle imprese (in forme sicu­ra­mente inno­va­tive). È l’unico modo per dotarsi di una capa­cità di rea­zione alla minac­cia di «esodo» del set­tore pri­vato. Sto­ri­ca­mente si è assi­stito a ciclici con­flitti tra Stato e capi­tale. Biso­gna imma­gi­nare le forme con­tem­po­ra­nee di tale conflitto.

Infine, è pos­si­bile che della crisi eco­no­mica in corso abbiamo visto solo la prima parte. Lo spo­sta­mento a Est del cen­tro dell’economia mon­diale rende sta­bile la crisi di cre­scita delle eco­no­mie occi­den­tali. Vista l’attuale redi­stri­bu­zione della pro­du­zione e dei ser­vizi a livello inter­na­zio­nale, biso­gna pren­dere atto del fatto che le società occi­den­tali stanno spe­ri­men­tando una «decre­scita» for­zata della pro­du­zione e dei livelli di vita.

Ana­lisi rigo­rose sulla disoc­cu­pa­zione tec­no­lo­gica evi­den­ziano poi come l’automazione e la robo­tiz­za­zione stiano for­te­mente ridu­cendo, dopo l’occupazione manuale, quella intel­let­tuale. È pos­si­bile che nei pros­simi due decenni tassi di disoc­cu­pa­zione del 30% (secondo stu­diosi seri come Ran­dall Col­lins, anche del 40 o 50%) diven­tino nor­mali, per­ché l’innovazione tec­no­lo­gica non si ferma. Come affron­tare que­sti pro­blemi? È pos­si­bile pro­get­tare sistemi sociali ad alto svi­luppo tec­no­lo­gico in cui il lavoro sia ampia­mente redi­stri­buito e sia comun­que garan­tito a tutti il red­dito neces­sa­rio per una vita digni­tosa? Come farlo? La ridu­zione dell’orario di lavoro e il red­dito di cit­ta­di­nanza potreb­bero richie­dere appli­ca­zioni molto più estese e radi­cali di quelle a cui si pensa attualmente.

Que­sti due aspetti – crisi di cre­scita e aumento della disoc­cu­pa­zione tec­no­lo­gica – fanno anche dire a un altro impor­tante scien­ziato sociale, Imma­nuel Wal­ler­stein, che il capi­ta­li­smo andrà incon­tro a una crisi siste­mica nell’arco di 30 anni, anche per il fatto che nes­suno Stato, dopo gli Usa, avrà la forza suf­fi­ciente per costruire uno sta­bile ordine mon­diale. Abbiamo di fronte, poten­zial­mente, sce­nari di que­sta portata.

Fino a 30 anni fa, la sini­stra era anti­ci­pa­zione, la destra con­ser­va­zione e difesa. Da trent’anni la sini­stra si difende. Riu­sciamo a costruire con­flitti impor­tanti solo per difen­dere diritti con­so­li­dati. Di solito li per­diamo. La sini­stra di governo deve rico­min­ciare ad anti­ci­pare i cam­bia­menti, prima che si mani­fe­stino come emer­genza. Biso­gna appro­fon­dire nel det­ta­glio tutte le varia­bili in gioco e dotarsi di pro­grammi di governo rea­li­stici. Rea­li­stico signi­fica ade­guato alla radi­ca­lità dei muta­menti in corso.

La società è sot­to­po­sta a un movi­mento for­tis­simo, pro­ba­bil­mente desti­nato a cre­scere. Tutto è in gioco: gli assetti eco­no­mici e sociali, le forme della poli­tica, le strut­ture isti­tu­zio­nali, i rap­porti tra le cul­ture. Per poter essere parte di que­sto movi­mento e can­di­darsi addi­rit­tura a gui­darlo, la sini­stra deve tor­nare a incar­nare un intero modello di società.
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