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martedì 7 luglio 2015

Le dimissioni di Varoufakis non sono un cedimento né una fuga

«Sulla vicenda greca si è consumato il definitivo harakiri della socialdemocrazia, quella tedesca in particolare». "In particolare", ma non solo, si possono aggiungere tutte le altre, a cominciare da quella italiana (se il PD può chiamarsi tale). Il giustizialista, 7 luglio 2015

In uno dei suoi aforismi, Ludwig Wittgenstein affermava che “ niente è così difficile come non ingannare se stessi”, specialmente quanto manca un minimo di onestà intellettuale, si potrebbe aggiungere. E’ precisamente il quadro che stampa e altri mass – media, ci presentano il giorno dopo della straordinaria vittoria del No in Grecia, con una percentuale tanto lontana da quel testa a testa che i sondaggi presentavano prima di domenica, al punto da farci pensare che fossero del tutto farlocchi.

La linea più comune è quella di chi dice che la vittoria del No non cambierebbe quasi nulla e lascerebbe inalterata la durezza del confronto in atto. C’è poi chi afferma, con una logica difficile da esplorare, che la vittoria del Sì avrebbe creato migliori condizioni per i greci nella trattativa. In realtà questa non ci sarebbe più stata perché sarebbe passata integralmente la proposta dei creditori. C’è chi, da destra come da sinistra – si fa per dire –, afferma invece che il No vuole dire ben altro e cioè l’addio all’euro, malgrado che la maggioranza del popolo greco si sia esplicitamente espressa in più di un’occasione per la permanenza nell’Eurozona.

Senza rincorrere le interpretazioni più stravaganti è chiaro che le élite europee e i loro fidi commentatori sono stati presi alla sprovvista da un esito così clamorosamente nitido del pronunciamento ellenico e si trovano in difficoltà a replicare in modo convincente, se non rincorrendo alla impossibile denegazione del suo significato e del suo valore.

La sconfitta della Merkel e di tutti coloro che perseguono ostinatamente- malgrado le bocciature che giungono al Fondo monetario internazionale persino dal Congresso americano - la strada dell’austerità, incapaci di pensarne un’altra, è stata questa volta netta e chiara. Ma non è stata la sola. Sulla vicenda greca si è consumato il definitivo harakiri della socialdemocrazia, quella tedesca in particolare. La dichiarazione di Sigmar Gabriel vicecancelliere tedesco e capo della Spd “Tsipras ha distrutto l’ultimo ponte verso un compromesso” è tanto perentoria ( assomiglia molto al tweet della Csu bavarese “Buonanotte Grecia”) quanto incosciente e chiude indegnamente un giro di pronunciamenti uno peggiore dell’altro.

Martin Schulz, dopo averne dette e combinate di tutti i colori, ha ribadito contro ogni evidenza che “il no significa che la Grecia torna alla dracma”, addirittura sulla falsariga di Matteo Renzi che aveva dipinto il referendum come un derby fra euro e dracma. Persino il silente Mattarella, anche se con una dichiarazione un po’ criptica ma comunque rispettosa del voto greco (“si aprono scenari inediti”), sembra prenderne le distanze. Il primato della pagina giornalistica peggiore in assoluto spetta alla risorta L’Unità, nella cui testata campeggia il nome martoriato di Antonio Gramsci, che scarica tutto il suo livore contro il governo greco con quel titolo di prima “Grecia: tasche vuote arsenali pieni”. Intanto Hollande è stato chiamato a consulto dalla Merkel, ma aspettarsi da lui un sussulto di autonomia di pensiero è forse ottimismo eccessivo.

Il primo ostacolo a una riapertura della trattativa, che la Merkel aveva voluto interrompere in attesa dell’esito del referendum - legittimandolo in anticipo al di là delle sue proprie intenzioni - è rappresentato da questa cecità volutamente diffusa e in particolare dalle posizioni della socialdemocrazia tedesca che vuole scavalcare a destra la stessa cancelliera. Non certo dalla intransigenza della delegazione greca, il cui obiettivo rimane quello che era fin dall’inizio: avere un po’ di tempo e di fiato finanziario, quindi rubinetti aperti da parte della Bce ( l’economista Paul de Grauwe giudica del tutto arbitraria la decisione di quest’ultima di escludere la Grecia dal quantitative easing in atto nel resto d’Europa). Si è detto che esattamente due anni fa Mario Draghi abbia salvato dal crollo la Ue con una semplice dichiarazione, la celebre “Whatever it takes”. Ma non lo ha ripetuto e soprattutto non lo ha fatto ora nei confronti della Grecia, essendo l’innalzamento dei limiti dei finanziamenti Ela, rimessi in forse, troppo poco e troppo cari. E avrebbe potuto farlo, sdrammatizzando la situazione almeno dal punto di vista dell’emergenza finanziaria.

Anzi, il comportamento del governo greco è stato contenuto nelle dichiarazioni post voto e soprattutto molto concreto nei fatti. Le dimissioni di Yanis Varoufakis vanno considerate in questo quadro. La stessa dichiarazione dell’economista greco va letta per quello che dice, abbandonando i soliti esercizi dietrologici: “Considero un mio dovere quello di aiutare Alexis Tsipras, nel modo che ritiene più opportuno, per ottenere il massimo dal risultato che ci ha affidato ieri il popolo greco tramite il referendum. Mi farò carico con orgoglio del disprezzo dei creditori”.

Egli sa bene che per andare avanti, ovvero per affrontare il tema di fondo – la ristrutturazione e la diminuzione del debito su cui ha sempre giustamente insistito e che la Germania respinge per ora nettamente -, bisogna prima superare l’emergenza e accumulare forze in campo europeo. Ora c’è il forte No del popolo greco che rafforza Tsipras e chiunque vada a trattare. Ogni pretesto va eliminato. Perciò egli con grande senso di responsabilità e di lealtà può benissimo tenersi da parte.

Non si tratta dell’esplodere di divergenze fra Tsipras e Varoufakis. Anche a sinistra c’è chi pensa così, vedendo un nuovo caso Che Guevara, con Tsipras nella parte di Fidel Castro. Ma non è questo il caso. I due hanno giocato fin dall’inizio la medesima partita con ruoli e modalità giustamente diverse per funzioni, competenze e carattere. Il tentativo di dividerli da parte delle elite europee, accreditando in Tsipras la figura più malleabile, è già stato respinto con la proclamazione del referendum fatta dal primo ministro greco.

Ma il farsi da parte di Varoufakis in questa delicatissima fase della riapertura della trattativa, non significa la sparizione dalla scena del professore di Houston. Anche perché i nodi del debito complessivo e della carenza di investimenti produttivi in settori innovativi verranno al pettine della crisi europea. E su queste cose Varoufakis ha molto da dire. Egli non è solo un brillante teorico di una possibile alternativa di politica economica ai modelli neoliberisti dominanti. Un’analista profondo della situazione economica mondiale. E’ anche lo studioso che si è impegnato a formulare soluzioni pratiche alla questione del debito e della rinascita dell’economia su nuove basi. In lui non vi è separazione inconciliabile fra teoria e pratica, come i suoi avversari – peraltro molto ignoranti sul primo fronte e incapaci sul secondo – vogliono fare credere. Ma la convinzione profonda che senza una lettura adeguata delle contraddizioni del moderno sistema capitalistico mondiale ogni soluzione tende ad accomodarsi sul carro del più forte ed a perpetuare l’attuale sistema.

Yanis Varoufakis si è dedicato a partire dall’annus horribilis della crisi economica in Europa, ovvero il 2009, a progettare un vero piano di investimenti – non come quello attuale di Juncker ridicolmente limitato a una manciata di miliardi -. La sua proposta, che sarebbe tuttora perfettamente valida, era quella di consentire alla Banca Europea degli Investimenti di emettere obbligazioni, che sarebbero state acquistate dalla Banca centrale europea per finanziare investimenti produttivi in settori qualitativamente diversi da quelli verso i quali si indirizza normalmente un mercato di capitali, peraltro restio a farlo perché votato interamente alla finanza. Come si vede si tratterebbe, per così dire, di un’altra forma di quantitative easing, dove però i soldi non verrebbero posteggiati nelle banche, gelose e sospettose a concederli in prestito, creando così una sorta della famosa “trappola della liquidità” di cui ci parlava Keynes, ma verrebbero direttamente impegnati nella economia reale.

Proprio qui sta la chiave per ridare una speranza all’Europa. Da un lato si tratta di affrontare seriamente il tema del debito in base al principio confortato da innumerevoli esempi storici - in primo luogo quelli della Germania nei due periodi postbellici, ove si praticarono scelte diverse con esiti politici non a caso opposti (il nazismo dal rigore nell’esigere il rimborso, la democrazia dal condono del debito nella conferenza di Londra del 1953) – e cioè che debiti troppo elevati non possono venire interamente pagati e che quindi è anche interesse dei creditori giungere alla loro ristrutturazione e riduzione. Se non vogliono perdere tutto costringendo un paese al default. Dall’altro bisogna pensare a un’Europa unita politicamente su basi federali, nella quale si arrivi all’unificazione fiscale e a un bilancio centrale capace di avviare un nuovo modello di sviluppo.

Purtroppo la Ue si muove in modo opposto, non solo nel caso greco, ma più in generale, visto il documento recentemente presentato da Juncker, Tusk, Draghi, Dijsselbloem e Schulz. Come ha detto l’economista americano Jeffrey Sachs il problema, se non vuole implodere o ridursi a una provincia tedesca, è dell’Europa, non della Grecia. Per questo per Varoufakis è solo un arrivederci.
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