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martedì 7 luglio 2015

La sconfitta che accelera il declino del renzismo

Nel quadro generale della rottamazione della socialdemocrazia europea, il piccolo contributo italiano fornito da ciò che resta della sinistra storica del secolo breve: da reuccio a valvassore, sconfitto con la sua Sovrana. Il manifesto, 7 luglio 2015
L’asse Rignano-Berlino, messo su in gran fretta per spez­zare le reni alla Gre­cia, è mise­ra­mente crol­lato. Con il sogno di un pezzo di man­tello impe­riale da pog­giare sulle spalle, Renzi è volato dalla Mer­kel. In ginoc­chio dinanzi al nuovo sovrano del con­ti­nente, riven­di­cava un rico­no­sci­mento uffi­ciale del suo rango di vas­sallo fedele che ha ese­guito bene il man­dato. Con la distru­zione dei diritti del lavoro e il rogo della scuola pub­blica, lui si pre­sen­tava come la solu­zione, la ragione obbe­diente ai voleri dei signori della tec­nica e della finanza. Tsi­pras invece era il pro­blema, la fol­lia, il disor­dine. Mai viag­gio, per incas­sare bene­fici imme­diati, fu più incauto. La terra pro­messa, cioè l’ombrello pro­tet­tivo della signora della teu­to­nica potenza, per il gio­vin cava­liere errante si tra­sforma ora in incubo.

Un altro fal­li­mento. Dopo il trend elet­to­rale disa­stroso, che dall’Emilia alla Ligu­ria aveva visto la fuga del popolo della sini­stra da un par­tito che ha il pro­gramma mas­simo della destra eco­no­mica euro­pea, la bato­sta greca acce­lera il declino del ren­zi­smo. I suoi ideo­logi ave­vano cer­cato di but­tarla in velina di regime pre­sen­tando l’immagine di una Gre­cia con gli arse­nali pieni e le tasche vuote. E al coro di dele­git­ti­ma­zione si era aggiunto Vel­troni, dalle colonne di un gior­nale apo­crifo. Con la sua pre­di­ca­zione dome­ni­cale ammo­niva: Roo­se­velt non avrebbe fatto un refe­ren­dum per deci­dere se entrare in guerra. Il corag­gio di Tsi­pras si colo­rava, nella penna di solito buo­ni­sta dell’artefice della virata libe­ri­sta del Lin­gotto, di codardia.

Con Renzi alla corte della Mer­kel si con­geda, e in malo modo, anche una parte cospi­cua degli eredi della tra­di­zione del Pci, che hanno inte­rio­riz­zato valori, sim­boli, cre­denze, inte­ressi mate­riali della destra eco­no­mica e tec­no­cra­tica. Il refe­ren­dum greco suona la cam­pana a morte per le poli­ti­che neo­li­be­ri­ste impo­ste in Ita­lia anche da una parte influente di quel mondo senza più radici e iden­tità. Il van­gelo della tran­si­zione post-berlusconiana, esi­geva riforme strut­tu­rali, sospen­sione delle ele­zioni, for­za­ture costi­tu­zio­nali, governi d’eccezione che alte­ra­vano i tempi del gioco dei poteri par­la­men­tari e adot­ta­vano il pro­gramma eco­no­mico scritto dalle potenze del capi­tale sotto il ricatto della spe­cu­la­zione. La mano­vra sullo spread è la nuova coer­ci­zione musco­lare che costringe i paesi privi dello scudo della sovra­nità alla resa nel tempo della post-politica. Gli eventi della Gre­cia man­dano in sof­fitta i simu­la­cri appas­siti del socia­li­smo euro­peo, per­ce­pito come brac­cio seco­lare del busi­ness e parte inte­grante del piano del capi­tale glo­bale con­tro i diritti del lavoro. Nell’Europa del sud si è aperta una frat­tura sto­rica, una di quelle cesure che impli­cano la com­parsa di nuovi attori poli­tici, la matu­ra­zione di altre culture.

La sfida di Tsi­pras non appar­tiene alla con­giun­tura, e non è un feno­meno solo locale, o la mani­fe­sta­zione radi­cale di un elle­ni­smo peri­fe­rico. È parte di un pro­cesso euro­peo più vasto, che da Atene si spinge verso Madrid, e annun­cia l’inizio di una nuova sini­stra, cri­tica verso il capi­ta­li­smo post­mo­derno, come impor­rebbe il suo stesso codice gene­tico, da troppi dimen­ti­cato. Una sini­stra legata al lavoro, in ogni paese dovrà assu­mere carat­teri ori­gi­nali nell’organizzazione, nella cul­tura, nei sim­boli. Le parti della tra­di­zione del comu­ni­smo ita­liano rima­ste coe­renti con i punti car­dine di una cul­tura cri­tica verso gli idoli del capi­tale, le reti dell’associazionismo civico, le sen­si­bi­lità sociali di un radi­ca­li­smo reli­gioso, e le nuove istanze dei diritti di libertà, il movi­mento sin­da­cale legato al con­flitto devono par­te­ci­pare a un pro­cesso per la defi­ni­zione di un nuovo sog­getto poli­tico. Biso­gna fare in fretta per­ché già si è accu­mu­lato un ritardo e tanti errori sono stati com­messi. È oppor­tuno ascol­tare la lezione greca che dà la carica per l’invenzione organizzativa.

I com­men­ta­tori che inca­sel­lano il feno­meno Tsi­pras nelle cate­go­rie del popu­li­smo com­piono un deli­be­rato com­pi­tino di depi­stag­gio cogni­tivo. Il dise­gno di Tsi­pras non ha nulla di popu­li­sta, cioè non costrui­sce inganni, devia­zioni, capri espia­tori. Non col­tiva la paura ma la per­ce­zione della pro­pria con­di­zione sociale e non c’entra nulla con la ruspa che se la prende con i nemici imma­gi­nari. Niente in comune ha poi con lo tsu­nami tour, che odia anche il sin­da­cato ed evita di col­lo­carsi in una parte pre­cisa nello spa­zio poli­tico e sociale. Tsi­pras non salta con imma­gini defor­manti il con­flitto, anzi lo nomina, lo poli­ti­cizza. E non si situa oltre la cop­pia destra-sinistra, al con­tra­rio la riven­dica come fon­da­tiva, la declina in forme tra­spa­renti. Il suo è un dise­gno di radi­ca­liz­za­zione della pro­po­sta poli­tica e sociale della sini­stra dinanzi alle sof­fe­renze di un paese ridotto in ginoc­chio dalle classi poli­ti­che tra­di­zio­nali, con la Spd che ora vuole la resa dei conti con­tro i ribelli greci e minac­cia “misure umanitarie”.



Per que­sto recu­pero da sini­stra dell’interesse nazio­nale, Tsi­pras parla all’Europa del sud ed è, il suo per­corso, l’esatto con­tra­rio del popu­li­smo, che inventa nemici di una cul­tura altra, li espone alla gogna in maniera osses­siva gra­zie alle coper­ture dei media, che fab­bri­cano fan­ta­smi di comodo pur di pro­teg­gere il capi­tale dagli attori del con­flitto. All’invenzione di un total­mente altro (immi­grato, islam, rom) con­tro cui spa­rare il risen­ti­mento e le paure degli esclusi, egli con­trap­pone la verità dei rap­porti mate­riali. Con forza denun­cia il domi­nio che vede l’idolo pagano con sim­bo­lo­gie teu­to­ni­che suc­chiare il suo net­tare dal cra­nio dei popoli uccisi con le poli­ti­che di auste­rità pale­se­mente inso­ste­ni­bili. La ven­detta dei mer­cati non tar­derà a sca­gliarsi con furore cieco con­tro la rivolta poli­tica inau­gu­rata ad Atene. Ma il voto greco dice che è pos­si­bile una grande poli­tica, con­tro il ser­vi­li­smo del fre­sco vigore di un Renzi, orfano delle magni­fi­che riforme impo­po­lari che senza una rimo­du­la­zione del debito, una rivi­si­ta­zione del fiscal com­pact saranno state prove inu­tili di sacri­fi­cio. Con il suo volo alto nei cieli di Ger­ma­nia, per assi­cu­rare a poche ore dal refe­ren­dum che la par­tita si gio­cava tra l’euro e la dracma, Renzi ha scor­dato le parole del poeta: «Ai voli troppo alti e repen­tini / sogliono i pre­ci­pizi esser vicini».
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