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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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DAI MEDIA

mercoledì 8 luglio 2015

La favola delle opposte democrazie

La questione è sempre la stessa: quella del potere. Nessun popolo europeo ha votato a favore della politica di austerity imposta - tramite i governi - a tutti i cittadini europei , tranne la Grecia di Tsipras. Morale, da un lato c'è la democrazia, dall'altro menzogne e autoritarismo. Il manifesto, 8 luglio 2015
Tra i nume­rosi argo­menti messi in campo con­tro il governo di Atene e i suoi sforzi per non sot­to­stare ai dik­tat della Troika, ve ne è uno tanto inde­cen­te­mente sofi­stico quanto ampia­mente dif­fuso. Con poche varianti il ragio­na­mento fun­ziona pres­sa­poco così: è indub­bio che la popo­la­zione greca si sia demo­cra­ti­ca­mente espressa con­tro le poli­ti­che di auste­rità impo­ste dalla gover­nance euro­pea. Tut­ta­via anche i restanti mem­bri dell’Unione sono delle demo­cra­zie (seb­bene di qual­cuno, come l’Ungheria, sarebbe lecito comin­ciare a dubi­tare) cosic­ché il pro­nun­cia­mento di Atene non può in nes­sun modo pre­va­lere sulla volontà espressa, con il tra­mite dei loro governi, da que­ste democrazie.

Si applica insomma quel prin­ci­pio che Stuart Mill poneva a fon­da­mento della sua idea di libertà, la quale avrebbe ces­sato di essere legit­tima lad­dove risul­tasse di osta­colo alla libertà altrui. La spe­ciosa incon­si­stenza di una sif­fatta tra­spo­si­zione salta subito agli occhi.

In che modo il refe­ren­dum greco possa minac­ciare l’ordinamento demo­cra­tico di altri stati euro­pei resta un mistero della fede. Fatto sta che que­ste demo­cra­zie non sono mai state chia­mate ad espri­mersi sulle poli­ti­che di auste­rità che avreb­bero dovuto subire o imporre a se stesse e ad altri. E di certo, nella loro pro­pa­ganda elet­to­rale, i par­titi in lizza in que­sti paesi si sono sem­pre pro­di­gati nello smi­nuire i sacri­fici richie­sti e nell’enfatizzare le pro­messe, per­lo­più assai vacue, di cre­scita. Una volontà demo­cra­tica in favore dell’austerità o dell’iscrizione del pareg­gio di bilan­cio nelle Carte costi­tu­zio­nali non è mai stata regi­strata (men che meno nell’Italia al suo terzo governo non eletto). Tanto è vero che que­ste scelte sono sem­pre state pre­sen­tate all’opinione pub­blica non come un pos­si­bile oggetto di scelta demo­cra­tica, ma come vin­coli esterni: «Ce lo chiede l’Europa», intesa in que­sto caso come una entità sovraor­di­nata ai pro­cessi demo­cra­tici, come regola astratta sca­tu­rita da mec­ca­ni­smi imperscrutabili.

Le “riforme strut­tu­rali” in Gre­cia ci ven­gono invece pre­sen­tate come un biso­gno impel­lente dei cit­ta­dini euro­pei e una espres­sione della loro volontà demo­cra­tica. Il vero pro­blema che il governo di Atene ha posto all’Europa è infatti quello della demo­cra­zia, per una volta appli­cata non agli spet­tri della rap­pre­sen­tanza ma alle con­di­zioni mate­riali di vita di una intera popo­la­zione. Una simile appli­ca­zione rischie­rebbe di strap­pare le demo­cra­zie euro­pee ai governi che oggi, “per il loro bene” le ten­gono al guin­za­glio. Quale sia il peri­colo lo espli­cita senza mezzi ter­mini un gior­na­li­sta di Spie­gel on line (ma di scuola ultra­con­ser­va­trice): «Se qual­cuno aveva ancora biso­gno di una prova di quanto siano peri­co­losi i pro­nun­cia­menti popo­lari è ser­vito. La Gre­cia mostra una volta di più che i refe­ren­dum, ossia la regi­stra­zione con­tin­gente della volontà popo­lare, non pro­du­cono auto­ma­ti­ca­mente i migliori risul­tati» (Roland Nel­les). Sia pure. Sarà anche vero che gli elet­tori tede­schi, per quanto dan­neg­giati nei loro livelli di vita ben più dall’ossessione com­pe­ti­tiva e accu­mu­la­trice del governo di Ber­lino che non dal debito greco, vote­reb­bero l’immediata espul­sione di Atene dall’eurozona. Ma un conto è pro­nun­ciarsi per un’ideologia che ammicca alla supe­rio­rità nazio­nale (non è una novità che dalle urne pos­sano uscire governi o pro­nun­cia­menti mostruosi), un altro com­bat­tere per la pro­pria sopravvivenza.

Ma in spre­gio a qua­lun­que ragio­ne­vole valu­ta­zione della realtà, la favola delle 19 demo­cra­zie su un piede di parità cir­cola senza rite­gno. Baste­rebbe doman­darsi per­ché solo alcuni par­la­menti o solo alcune Corti costi­tu­zio­nali e non altre abbiano il diritto di rati­fi­care o di boc­ciare accordi e poli­ti­che di por­tata euro­pea, per uscire da que­sta ridi­cola pan­to­mima. Pos­siamo facil­mente imma­gi­nare quanto con­te­rebbe l’opinione dei paesi bal­tici se non dovesse coin­ci­dere con quella di Berlino.

La crisi greca ha por­tato in luce le peg­giori pul­sioni ali­men­tate dalle poli­ti­che gover­na­tive in Europa. Prima tra tutte quel “risen­ti­mento” con­si­de­rato da sem­pre un cavallo di bat­ta­glia della dema­go­gia popu­li­sta. Da Madrid a Lisbona si leva la pro­te­sta: per­ché i greci (comun­que già mas­sa­crati dai memo­ran­dum) dovreb­bero essere esen­tati da ciò che noi abbiamo dovuto accet­tare, rischiando il nostro con­senso elet­to­rale? Domanda accom­pa­gnata dalla messa in scena di una pre­sunta “uscita dalla crisi” che, con certi tassi di disoc­cu­pa­zione e povertà, è dav­vero inde­cente per­met­tersi. O la recita da Kin­der­gar­ten che rap­pre­senta i risparmi dei con­tri­buenti tede­schi, nella più totale inno­cenza del sistema finan­zia­rio, fluire nelle tasche degli sfac­cen­dati greci che se li godono alla loro faccia.

L’atmosfera greca della crisi in corso ha pro­vo­cato un’alluvione di sbia­diti ricordi sco­la­stici. Ma forse uno sarebbe per­ti­nente, non tanto per quel con­flitto tra le ragioni della forza e quelle della giu­sti­zia che lo ha reso esem­plare, ma per quello, col­la­te­rale, tra gover­nanti e gover­nati. Si tratta del cele­bre dia­logo tuci­di­deo tra i melii e gli ate­niesi. I primi chie­de­ranno ai messi di Atene di par­lare solo di fronte agli oli­gar­chi e gli stra­te­ghi e non di fronte a tutto il popolo che avrebbe potuto cadere preda dell’abile reto­rica ate­niese. Poco importa che l’oligarchia si dispo­nesse, in quel fran­gente, a respin­gere il dik­tat della potenza di Atene andando incon­tro a una cata­strofe. Ciò che conta è che il popolo doveva essere tenuto fuori da ogni decisione.

A parti inver­tite, schie­ran­dosi con­tro il dik­tat di Bru­xel­les, Tsi­pras ha fatto la scelta oppo­sta. Forse l’unica in grado di scon­giu­rare una catastrofe.
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