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mercoledì 15 luglio 2015

l D-Day di Tsipras davanti al Parlamento “Ci hanno schiacciati ma la Grecia è salva”

Oggi il primo voto sulle riforme draconiane imposte dall’Europa ad Atene. Syriza si frantuma e il governo otterrà il sì all’accordo solo grazie al voto delle opposizioni. Dopo questo verdetto il panorama politico del Paese cambierà per sempre. Il premier: “Non ho interesse ad andare ad elezioni anticipate, ma non guiderò un nuovo esecutivo con altri partiti” “Con la dracma i poveri diventano più poveri e i ricchi più ricchi”. La Repubblica, 15 luglio 2015


«La Grecia aveva davanti due scelte: l’intesa, o l’addio all’euro. Il compromesso non piace nemmeno a me, ma non fuggo davanti alle responsabilità. L’alternativa era il ritorno alla dracma, guarda caso quello che vuole Schaeuble. E io ho firmato». Alexis Tsipras è sceso in campo ieri sera – alla vigilia del primo delicatissimo voto in Parlamento sulle riforme – a difendere con orgoglio l’accordo con Ue, Bce e Fmi. «Lunedì è stato un brutto giorno per l’Europa – ha ammesso - . I più forti hanno schiacciato i più deboli. Le riforme che ho firmato sono dure, ma migliori dell’ultimatum del 25 luglio. Non taglieremo pensioni e stipendi, rinegozieremo il debito dal 2022 e riceviamo 82 miliardi nei prossimi tre anni. L’unico modo per salvare le banche e i depositi dei greci». La rivolta in Syriza? «Farò di tutto per tenere il partito unito. Ma ognuno deciderà in coscienza se tenere in piedi il governo di sinistra o farlo cadere, come in Europa si augurano in tanti». Alternative all’euro non ce n’erano: «Sono Stato in America, Russia e Cina, ma nessuno m’ha detto torna alla dracma e ti aiuteremo – ha detto - . E tornare alla dracma significa far diventare più poveri i poveri e più ricchi i ricchi ».

La difficilissima strada per tenere Atene nell’Eurozona inizia oggi con l’esame della tenuta della maggioranza. Il governo deve approvare entro stasera un primo pacchetto delle durissime riforme imposte dai creditori: l’aumento dell’Iva (latte, pasta e pane passeranno dal 13 al 23%), la riforma previdenziale con lo stop nel 2022 alla pensione anticipate e l’addio alle agevolazioni fiscali per le isole. I falchi del nord, per evitare equivoci, hanno preteso che l’elenco fosse preciso nei minimi dettagli, compreso l’aumento delle aliquote su preservativi, assorbenti e funerali.

L’ala radicale di Syriza è pronta a dare battaglia e votare “no”, arrivando alla resa dei conti. Il Big Bang del partito non sarà indolore. Tsipras è intenzionato a chiedere le dimissioni di tutti i deputati che si metteranno di traverso: «Non lo posso fare io direttamente, ma ci sono organi in grado di imporlo », ha spiegato sibillino. La pattuglia dei ribelli, secondo le indiscrezioni, sarebbe tra i 30 e i 40 deputati. Il loro portabandiera sarà con ogni probabilità Yanis Varoufakis («bravo economista ma ha fatto anche molti errori», ha ironizzato il premier). Contro si schiererà pure la Piattaforma della sinistra: «Non diventeremo una colonia tedesca» ha detto Panagiotis Lafazanis, leader della corrente e ministro dell’energia. Il viceministro dell’economia Nadia Valavani ha annunciato le dimissioni, in polemica sul maxi- fondo per le privatizzazioni. La scissione di Syriza pare a questo punto quasi inevitabile.

A rischio per Tsipras è pure l’appoggio dei 13 deputati di Anel. La posizione loro leader il ministro della difesa Panos Kammenos – è indecifrabile: «A Bruxelles si è consumato un colpo di Stato» ha accusato senza mezzi termini. Salvo poi ammettere con un triplo carpiato che in aula «appoggerà le misure concordate davanti al Presidente della Repubblica». Quali, non si sa. In soccorso al premier dovrebbe arrivare invece compatta ( salvo i comunisti del Kke e Alba Dorata) tutta l’opposizione. Nea Demokratia, To Potami e il Pasok porteranno in dote 106 seggi su 300. E per far passare questo primo pacchetto di riforme, al governo basterà in- cassare il “sì” di 45 dei 149 deputati di Syriza, anche al netto della defezione di Anel. Obiettivo, in teoria, ampiamente alla portata.

Il via libera però arriverà grazie a una maggioranza “ anomala”, diversa da quella del Governo che ha giurato davanti al Presidente della Repubblica lo scorso febbraio. E Tsipras dovrà a quel punto decidere che fare: andare avanti con un governo di minoranza cercando volta per volta in aula i voti per le riforme per poi andare a elezioni, dare le dimissioni per far decollare un governo di unità nazionale («non sarei premier se nell’esecutivo entrano altri partiti ») o andare a elezioni. «La mia priorità è arrivare all’accordo. Grexit non è ancora scongiurata. Poi, quando l’avremo firmato, vedremo se la maggioranza c’è ancora. Io non ho nessun interesse ad andare a elezioni ».

Il voto di oggi cambierà con ogni probabilità per sempre lo scenario politico interno della Grecia. Il cammino per sbloccare gli aiuti è solo all’inizio. Atene deve votare altre leggi draconiane mercoledì prossimo ( la riforma sulla giustizia civile e altre norme su pensioni e banche). E solo dopo il doppio voto partiranno le trattative per sbloccare gli aiuti. La speranza è quella di convincere intanto la Bce ad aumentare i finanziamenti per riaprire le banche – «ci vorrà tempo, non so dire quando» - e ammorbidire i controlli dei capitali. La via crucis, insomma, è destinata a continuare. Berlino ha messo l’asticella altissima. Apposta, dicono in molti. Se la Grecia non riuscirà a scavalcarla, a innescare il detonatore della Grexit sarà stata lei.
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