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venerdì 10 luglio 2015

Il sindaco della città dove nacquero i libri

«Chissà se nel futuro Venezia non sarà diventata anche lei solo il nome di una creatura magica, abitante solo nella fantasia — la fata Venezia. Perché è anche così, con la caccia ai libri, che Venezia muore». La Repubblica, 10 luglio 2015


LA VICENDA del sindaco leghista di Venezia Luigi Brugnaro, così preoccupato di proteggere i bambini delle scuole da far sequestrare libri ritenuti dannosi per loro a casua delle teorie di gender, è una storia che sembra anch’essa uscita da una fiaba. Forse un giorno in una diversa Italia, qualcuno si metterà a tavolino e la racconterà, cominciando magari così: «C’era una volta, in un paese lontano lontano un buon sindaco che amava tanto i bambini». Buono, certamente: voleva liberarli dalla paura. Impresa eroica, donchisciottesca: da sempre nelle fiabe esiste la paura.

Senza paura non ci sarebbero le fiabe. È lei la protagonista che protende le sue ombre cupe sulla vita infantile e quasi sempre lo fa proprio dall’interno delle famiglie. Ripensiamo a come siamo cresciuti noi che non abbiamo avuto sindaci così attenti. Il mondo che abbiamo conosciuto attraverso le fiabe era un mondo terribile. Vi accadevano cose spaventose. E tutte con la collaborazione attiva di membri della famiglia. C’erano padri che abbandonavano ripetutamente i figli nel bosco (Pollicino), finte nonnette con tanto di cuffia che standosene in letto spalancavano all’improvviso una bocca enorme e divoravano la nipotina dal cappuccetto rosso, che poi era salvata da un cacciatore di passaggio grazie al coltellaccio con cui apriva la pancia della nonna-lupo (un parto cesareo?).

Non augureremmo a nessuno di vivere le esperienze degli eroi delle fiabe, di quelle che hanno occupato le nostre fantasie infantili. I bambini vi attraversavano foreste oscure, erano a rischio di finire nella pentola dell’orco, venivano schiavizzati o condannati a morire da matrigne infernali come quelle di Cenerentola e di Biancaneve. I loro interni di famiglia erano quanto di più irregolare si potesse immaginare. Il capolavoro indimenticabile fu per molti di noi la storia di un burattino che chiamava “babbo” il falegname che lo aveva intagliato da un tronco di legno e incontrava poi una sorellina/mamma in una bambina dai capelli turchini — una crudelissima creatura capace di ignorare le invocazioni del povero burattino impiccato a un ramo della quercia grande. 

Chissà se quel sindaco lo ha letto. E soprattutto chissà se immagina quali messaggi sotterranei si intreccino nelle storie e nei simboli in apparenza più innocenti — per esempio il cappuccetto rosso di quella bambina. Speriamo che non legga le interpretazioni di Erich Fromm o le brillanti pagine scritte anni fa da Robert Darnton sulle diverse versioni di questa fiaba. Perché se ne avesse anche solo un’idea sarebbe costretto a spingere la sua campagna assai al di là dei confini che finora ha toccato.

Ma torniamo alla fiaba che un giorno sarà scritta su questa storia: quale parte toccherà al sindaco? Forse quella del cacciatore che libera Cappuccetto rosso dal ventre della nonna-lupo, o quella del Principe Azzurro che risveglia Biancaneve e la sposa. In realtà, il suo ruolo nella vicenda ricorda quello del Pifferaio magico: come il Pifferaio, anche il sindaco ha dato un segnale, ha emesso un ordine del piffero contro i libri ritenuti pericolosi: il suo piffero ha intonato una melodia e tutti, tutti li ha portati via. Evento strano, fiabesco: quel piffero del sindaco ha fatto sparire dalle scuole tanti libretti che a noi non sembravano minacciosi quando li scoprimmo nella bellissima fiera del libro per ragazzi di Bologna e poi li cercammo in libreria per regalarli a figli propri o altrui, e più tardi a nipotini e nipotine: libri coloratissimi, disegnati da maestri assoluti come Altan, popolati di esseri come il Guizzino inventato da Leo Lionni — un pesciolino nero, membro di una famiglia di pesciolini rossi (ma per quale via ? inquietante quel nero fra i rossi, ora che ci pensiamo), sfuggito al grosso tonno che divora tutti i pesciolini rossi della sua famiglia ma pronto a farsi un’altra più grande famiglia per opporsi al tonno. 

Già, la famiglia. Sta sullo sfondo, irregolare, disforme e complicata, da sempre. Spesso pericolosa, quanto tranquillizzanti gli animali. Il popolo di animali umanizzati abita il paese delle fiabe fin dai tempi di Fedro. Cambia un po’ col tempo. Ai tempi del ciuchino di Pinocchio li si incontrava per la strada e nei campi, oggi c’è la televisione o lo zoo. Ma è sempre un messaggio tipico della fiaba quello di mettere in gioco tutte le forme di vita che ci circondano.

Un ultimo suggerimento all’autore futuro: non dimentichi di raccontare che quel sindaco governava una città speciale, davvero fiabesca, dove i libri erano stati sempre di casa. Vi affluivano da lontano come i pesci di Lionni e vi erano nati come gli alberi delle foreste di Pollicino e di Cappuccetto Rosso. In quella città vi erano stati concepiti tanto tempo fa, per la prima volta al mondo, i libri-bambini, bellissimi, così piccoli da poterli mettere in tasca: e infatti li hanno chiamati “tascabili”. Li aveva creati un mago venuto da lontano, di nome Aldo con l’aiuto di un altro mago di nome Erasmo che veniva anche lui da molto lontano. Potremmo chiamarli genitore uno e genitore due. Quella era stata una nascita senza madre. O forse la madre c’era, si chiamava Venezia. Chissà se nel futuro Venezia non sarà diventata anche lei solo il nome di una creatura magica, abitante solo nella fantasia — la fata Venezia. Perché è anche così, con la caccia ai libri, che Venezia muore.
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