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giovedì 16 luglio 2015

Galbraith: «Per Syriza missione impossibile»

«Intervista James Galbhraith. Secondo l’economista, amico e "consigliere" di Varoufakis, la sinistra non può cambiare l’Europa. Uscire dall'euro sarebbe doloroso, ma rimanerci a queste condizioni è inaccettabile». Il manifesto, 16 luglio 2015 (m.p.r)

James K. Gal­braith, amico e «con­si­gliere» dell’ex mini­stro delle Finanze greco Yanis Varou­fa­kis, riflette sul fal­li­mento della poli­tica rifor­mi­sta di Syriza e sulla lezione che que­sto rap­pre­senta per la sini­stra europea.

Come giu­dica l’accordo rag­giunto tra Gre­cia e Ue?
Non è un accordo. È un bru­tale colpo di stato otte­nuto con metodi mafiosi. Lo stesso Tsi­pras ha ammesso che ha fir­mato solo per­ché si è tro­vato con un col­tello alla gola.

Che alter­na­tive aveva il governo greco?
Den­tro l’eurozona, nes­suna. L’unica alter­na­tiva era l’uscita dall’euro.

Tsi­pras ha difeso la sua deci­sione soste­nendo che un’uscita uni­la­te­rale dall’eurozona avrebbe avuto con­se­guenze ancora più serie sul paese.
È una deci­sione che spetta a lui, e capi­sco per­ché possa pen­sarla così. Ma ritengo che sia male informato.

Quindi lei ritiene che a que­sto punto un’uscita dall’euro sarebbe la scelta migliore per la Grecia?
È ovvio che un’uscita avrebbe dei costi signi­fi­ca­tivi. Ma se fossi un mem­bro del par­la­mento greco sarei al fianco di Varou­fa­kis e vote­rei anch’io «no» a que­sto accordo.

In quanto con­si­gliere ed amico stretto di Varou­fa­kis lei ha seguito i nego­ziati molto da vicino. Ritiene che una stra­te­gia diversa da parte della Gre­cia avrebbe potuto deter­mi­nare un esito migliore?
A un certo punto nel corso dei nego­ziati è diven­tato evi­dente che la troika non aveva nes­suna inten­zione di trat­tare e non avrebbe accet­tato niente all’infuori di una ripro­po­si­zione del vec­chio Memo­ran­dum. La Gre­cia ha senz’altro sot­to­va­lu­tato con chi aveva a che fare. Pren­diamo Schäu­ble: subito dopo la vit­to­ria di Syriza dichiarò che «le ele­zioni non fanno alcuna dif­fe­renza». Molti al tempo pen­sa­vano che scher­zasse. E invece ha man­te­nuto quella linea fino alla fine. In quelle con­di­zioni, l’unica cosa che poteva fare la Gre­cia era costrin­gere l’avversario a venire allo sco­perto, sma­sche­ran­dolo. E ci è riuscita.

Lei è stato molto cri­tico nei con­fronti del com­por­ta­mento tenuto dalla Bce.
Cer­ta­mente. La scelta della Bce di assu­mere il ruolo di “sca­gnozzo” dei cre­di­tori – sot­to­po­nendo la Gre­cia a una lenta asfis­sia finan­zia­ria che ha desta­bi­liz­zato l’economia e messo in ginoc­chio il sistema ban­ca­rio – è stato un atto di bru­ta­lità inau­dita, senza pre­ce­denti, che sol­leva mol­tis­simi dubbi sull’integrità di quell’istituzione. La pres­sione eser­ci­tata dalla Bce è il motivo prin­ci­pale per cui Tsi­pras è stato costretto ad accet­tare le con­di­zioni impo­ste dalla troika.

Ritiene che il governo greco sia stato inge­nuo nel cer­care fino alla fine di giun­gere a un «com­pro­messo ono­re­vole», quando evi­den­te­mente la con­tro­parte non aveva nes­suna inten­zione di scen­dere a com­pro­messi, al punto di arri­vare addi­rit­tura a minac­ciare il Grexit?
No, non credo. Il governo greco ha fatto l’unica cosa che poteva fare, visto che non aveva altre carte da gio­carsi: pre­sen­tare le pro­prie argo­men­ta­zioni nella maniera più chiara e logica pos­si­bile, spe­rando che la ragione e il buon senso aves­sero qual­che effetto sulla con­tro­parte. Penso che que­sta stra­te­gia abbia avuto un impatto enorme sull’opinione pub­blica euro­pea. Pur­troppo non ha influito mini­ma­mente sui rap­porti di forza in seno all’Europa. Non è stata una stra­te­gia inge­nua: è stata una stra­te­gia det­tata dallo squi­li­brio di forze in campo.

Ritiene che la Gre­cia avrebbe dovuto gio­carsi la carta del «Gre­xit» fin dal principio?
Non è detto che que­sto avrebbe raf­for­zato la posi­zione nego­ziale di Syriza. Primo, avrebbe voluto dire tra­dire il man­dato elet­to­rale di Syriza. Secondo, biso­gna tenere pre­sente che era chiaro fin dall’inizio che una parte dell’establishment tede­sco vedeva di buon occhio il Gre­xit. Dun­que non c’è motivo di rite­nere che minac­ciare espli­ci­ta­mente l’uscita avrebbe miglio­rato la posi­zione di Syriza o costretto gli euro­pei a più miti con­si­gli.
Il punto è che quello di Syriza è stato un test: vedere se una stra­te­gia basata su argo­men­ta­zioni logi­che, sulla ragione e sui fatti – tesa a dimo­strare l’evidente fal­li­mento delle poli­ti­che eco­no­mi­che per­se­guite finora – poteva pre­va­lere all’interno dell’eurozona, alla luce delle posi­zioni poli­ti­che ed ideo­lo­gi­che degli altri part­ner. Que­sto è quello che ha cer­cato di fare Tsi­pras, con le uni­che armi a sua dispo­si­zione: il buon senso e la ragione. Ma quelle armi non hanno avuto effetto. Que­sto deve indurci a fare una rifles­sione molto pro­fonda su quello che è diven­tata l’Europa.

Quale pensa che sia la lezione che gli altri movi­menti e par­titi della sini­stra in Europa dovreb­bero trarre dalla vicenda di Syriza?
Tutta la stra­te­gia di Syriza era basata su un’incognita: può un paese che ha pagato sulla pro­pria pelle il dram­ma­tico fal­li­mento delle poli­ti­che euro­pee spe­rare di cam­biare quelle poli­ti­che all’interno della cor­nice dell’eurozona? Bene, penso che la rispo­sta a quella domanda sia evi­dente a tutti.

Non ritiene che una stra­te­gia impron­tata alla riforma dell’Ue e dell’eurozona avrebbe qual­che spe­ranza di suc­cesso in più se a por­tarla avanti fosse un par­tito poli­tico alla guida di un paese eco­no­mi­ca­mente e poli­ti­ca­mente più rile­vante come, per esem­pio, la Spagna?
Sta all’elettorato spa­gnolo deci­dere se ten­tare la strada greca o meno. Al loro posto, io non sce­glie­rei quella strada. Non penso che sarebbe una posi­zione facile da ven­dere agli elet­tori, alla luce della vicenda greca. Anche per­ché ormai la posi­zione dei cre­di­tori la cono­sciamo bene, ed è incre­di­bil­mente rigida: niente taglio del debito e nes­suna devia­zione dalle poli­ti­che di auste­rità estrema che abbiamo visto finora.

Come rea­gi­rebbe l’esta­blish­ment euro­peo alla vit­to­ria di un par­tito come Syriza in un altro paese della peri­fe­ria, secondo lei?
Assi­ste­remmo alla stessa semi-automatica sequenza di eventi a cui abbiamo assi­stito in Gre­cia: per prima cosa le ban­che del Nord comin­ce­reb­bero a tagliare le linee di cre­dito alle ban­che del Sud. A quel punto dovrebbe inter­ve­nire la Bce con la liqui­dità di emer­genza. Que­sto spin­ge­rebbe la gente a por­tare i capi­tali fuori dal paese, e in poco tempo il governo si ritro­ve­rebbe a gestire una crisi ban­ca­ria. Va da sé che se que­sto avve­nisse in un paese come la Spa­gna o l’Italia, avrebbe riper­cus­sioni infi­ni­ta­mente più gravi di quello a cui abbiamo assi­stito in Grecia.

Qua­lun­que par­tito di sini­stra che aspiri a gover­nare un paese euro­peo deve essere pre­pa­rato a questo.

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