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mercoledì 15 luglio 2015

Eddytoriale n 166

È il 14 luglio: Libertà, Eguaglianza, Fratellanza. Come sono lontane le promesse della Rivoluzione borghese. Non parliamo poi di quelle della Rivoluzione proletaria. 25 anni di globalizzazione capitalista sembrano aver distrutto due secoli di progresso. Forse i germi della distruzione erano già presenti nella nascita. Forse le speranze della rinascita stanno nelle macerie. Guardiamo all’oggi: alla Grecia, all’Europa, al mondo

Lo stormo di avvoltoi che si nasconde dietro al casco chiodato di Angela Merkel ha pensato di uccidere Alexis Tsipras, leader del popolo greco, e con esso la Grecia. Non crediamo che ci sia riuscito: la storia per Alexis e per la Grecia non è finita. Ma certamente Merkel e il suo partner Schäuble hanno ucciso l’Europa così come ce l’ha fatta immaginare la speranza nata a Ventotene a metà del secolo scorso. Possiamo dire che il tentativo di omicidio si è rivelato un suicidio: l’ "Europa reale" che è stata costruita su quella speranza è morta. Non è morta la speranza, né per la Grecia né per l’Europa.E molte cose sono diventate più chiare, nel male e nel bene. Eccone alcune.

1. La nefasta politica dell’austerity (dell’illusione di uscire dalla crisi del sistema capitalistico salvando i più ricchi e annegando nella miseria la massa crescente dei poveri) ha visto svelarsi l’incapacità di raggiungere i suoi stessi dichiarati obiettivi. Il raggiungimento di un più ampio benessere sociale tramite lo “sgocciolamento” si è rivelato un’illusione della propaganda. L’impiego di forme crescenti di autoritarismo e i sempre più ampi investimenti nelle tecniche di manipolazione mediatica hanno accresciuto la "governabilità" ma hanno esautorato le vecchie forme della democrazia riducendo la loro capacità di mediazione e hanno allargato con ciò l’area della potenziale ribellione. I detentori del potere non si sono accorti che ciò che stavano tagliando era il ramo sul quale erano seduti. Se le cose continuano così i loro successori saranno i populismi xenofobi, razzisti, vandeani.

L’Europa è stata trasformata da speranza in fortezza. Si è dimostrata incapace di esercitare qualsiasi influenza positiva sui grandi movimenti di redistribuzione delle risorse mondiali che stanno avvenendo. Anzi, ha volenterosamente collaborato alle nuove forme di sfruttamento dei paesi poveri, aggiungendo le nuove sofisticate forme del colonialismo (quello che papa Francesco ha definito “colonialismo ideologico”) a quelle dei secoli passati. Incapace di prevedere ieri e l’altro ieri e di gestire oggi l’esodo da un’area che è più vasta di un intero continente rischia di restare sepolta sotto l’onda di ribellione, ferocemente armata, che il Primo mondo ha contribuito a scatenare nel mondo maomettano. Un’onda che adesso fa tremare le vene e i polsi.

L’Europa di Bruxelles-Berlino, e con essa il mondo nordatlantico e parte dei paesi del BRICS, proseguono intanto allegramente nel predicare e praticare il forsennato consumismo che sta portando all’esaurimento le risorse essenziali del pianeta Terra. La vigorosa denuncia di papa Francesco, dopo un effimero passaggio nei grandi media di tutto il mondo, è stato rapidamente rimosso dalle coscienze di chi decide (se mai le ha toccate) e dalle immagini proiettate nelle teste dei loro sudditi.

Pochi si rendono conto che  è in corso di dissipazione un’altra fondamentale risorsa dell’umanità che abita il pianeta Terra : il lavoro dell’uomo. Ridotto da bene in merce nelle prime incarnazioni del capitalismo, è stato progressivamente deprezzato e infine considerato inutile dal dio Mercato, e dovunque privato dei diritti che le sue organizzazioni economiche e politiche avevano faticosamente conquistato nel corso di due secoli. E’ completamente scomparsa dalla memoria collettiva (se mai c’era pienamente entrata) l’idea che il lavoro dell’uomo è lo strumento universale di cui l’umanità dispone per conoscere e trasformare il mondo – e non un utensile da impiegare per produrre congegni elettronici (o sistemi d’arma) sempre più sofisticati, e inutili o dannosi. 

Un ulteriore elemento del quadro attuale che la vicenda della Grecia ha svelato è la scomparsa di un ruolo autonomo delle socialdemocrazie europee. La loro subalternità alla politica dei “falchi” (più esatto chiamarli avvoltoi) è stata totale. Del resto, è dai tempi della “terza via” di Tony Blair che la socialdemocrazia europea aveva tagliato ogni elemento di continuità con quella che fu protagonista del welfare state europeo nel periodo fra la prima e la seconda guerra mondiale. È dall’inizio degli anni 90 del secolo scorso che essa ha gettato alle ortiche l’ideologia che l’aveva nutrita per due secoli, abbracciando gradualmente quella di Milton Friedman e dei Chicago Boys, della Tatcher e di Reagan. Ora la cosa è divenuta del tutto evidente, e ciò non è male.

E’ in questo quadro che si collocano la vicenda della Grecia (e, domani, quelle della Spagna e dell’Italia). In Grecia Alexis ha salvato quello che poteva? Neppure il futuro potrà dircelo: la storia non si fa con i “se”. Non sappiamo quanti, tra quelli che criticano la scelta di Tsipras, hanno conosciuto e valutato tutti i dati disponibili. Per conto nostro rinviamo alle ragionevoli riflessioni di Giorgio Barberis. In ogni modo i mesi e gli anni che verranno saranno pesanti per i greci, chee avranno bisogno di tutta la solidarietà possibile di chi condividele loro speranze. Per ora sappiamo che hanno salvato la dignità, la democrazia, la presenza nelle attuali istituzioni europee (già poco guarnite di forze per il cambiamento) – e hanno evitato una più pesante crisi finanziaria per la Grecia e gli altri paesi “deboli”.

La storia non è finita. Non quella dei sognatori di Ventotene, e neppure quella di chi si è schierato con la Grecia diTsipras. Non è finita neppure la storia quella di Tsipras, di Varoufakis, di Tsakalotos, e di quelli che con loro hanno lavorato per un’altra Grecia in un’altra Europa. Essi hanno dimostrato che esistono già persone e idee, saperi e volontà di un nuovo gruppo dirigente per un’Europa sottratta agli avvoltoi. Ma questa Europa non sono certo loro, da soli, che potranno costruirla.

La risposta e il lavoro dovranno venire da un’area più vasta. Come avvenne nei secoli trascorsi dovranno venire dal mondo degli sfruttati, ove sappiano acquistare una coscienza dello sfruttamento, delle sue inumane ragioni e delle sue efficienti regole.

Il riferimento non può essere più solo la “sinistra” del secolo scorso. L’area sociale e geografica dello sfruttamento è divenuta oggi ben più estesa di quella della “fabbrica”. Essa copre territori che hanno goduto del benessere del sistema capitalistico, e territori che quel sistema hanno conosciuto solo come vittime del colonialismo. Copre il medio ceto impoverito ogni giorno di più nelle città del Primo e del Secondo mondo, come le mille povertà e miserie del Terzo mondo. Copre quella gigantesca parte dell’umanità alla quale si rivolge diuturnamente Jorge Maria Borgoglio, papa Francesco. Ma la risposta risolutiva non può venire dalla religione, deve venire dalla politica. Hic Rhodus, hic salta. Questo è il confine, intellettuale e pratico, che bisogna valicare per proseguire la lotta della Grecia di Syriza e di Tsipras.


Capitalismo ideologico http://www.eddyburg.it/2015/07/il-pontefice-incontra-i-movimenti-in.html


Giorgio Barberis http://www.eddyburg.it/2015/07/euroricatto-lattacco-finale-dei.html
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