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giovedì 2 luglio 2015

Distretto etnico, gentrification, città

Due articoli indipendenti sottolineano alcuni aspetti, contraddittori soprattutto rispetto alla percezione di come si evolve un quartiere nel tempo, fra sostituzione sociale e laborioso mantenimento di una certa complessità urbana, del tipo che piace poco agli immobiliaristi. Corriere della Sera Milano, 2 luglio 2015, postilla (f.b.)

L’ECONOMIA DELLA CONVIVENZA
di Nicola Saldutti

Ci sono delle trasformazioni e dei fenomeni che dicono molto di più di una città. Della sua vitalità. Della sua capacità di cambiare. È quello che, in qualche modo, sta accadendo nella cosiddetta Chinatown. Perché è pur vero che i milanesi rappresentano ancora l’80 per cento degli abitanti del quartiere. Un perimetro racchiuso tra le strade che vanno da via Canonica a Via Sarpi, a via Procaccini. Che in questi anni è cambiato più di quanto la stessa città si sia accorta. Se si dovesse raffigurare con un’immagine-simbolo, per definirla, si dovrebbe pensare ai cartoni che racchiudono l’enorme quantità di merci in transito e in vendita. Eppure anche qui le cose stanno cambiando. Come raccontava ieri l’inchiesta di Alessandra Coppola e Marco Del Corona, il mercato all’ingrosso è sceso di quasi un quinto. E c’è un altro dato che dimostra il cambiamento: se per i negozi con vetrine sono i cinesi ad avere la maggioranza (512 su 790), gli italiani sono saliti da 188 a 278 esercizi commerciali. Come dire: la trasformazione e la coabitazione (talvolta complicata) sta mettendo in moto nuovi equilibri, nuovi imprenditori. Perché la zona, diventata a traffico limitato nel 2008 e poi pedonale nel 2011, sta cominciando a cogliere anche i frutti della grande trasformazione urbana legata alla Torre Unicredit e alla zona Garibaldi e a Porta Volta. In attesa della libreria Feltrinelli di piazzale Baiamonti.

Come dire: i carrellini che trasportano merci continuano ad attraversare le strade, ma le vetrine cominciano, in qualche caso, ad assomigliare a negozi più accoglienti. Un sintomo viene anche dalle quotazioni del mercato immobiliare: la discesa qui è stata meno forte proprio perché la presenza di studi di architettura, di centri di produzione televisivi, di società di servizi continua ad essere un pezzo rilevante del quartiere. Potremmo definirla un’economia sempre più mista, insomma. Certo, le tensioni non mancano ma la curiosità del resto della città per questo quartiere (non solo per l’acquisto delle cover dei telefonini a buon mercato) dice di una zona che probabilmente si giocherà soprattutto con le seconde generazioni. E la scuola di via Giusti è in un certo senso la palestra di questo cambiamento permanente. Che comincia nelle classi.
Ps. Nel giorno del Capodanno cinese alla presenza del sindaco, Giuliano Pisapia, piazza Gramsci era piena. La prova che la convivenza è necessaria e possibile.

I CINESI ABBANDONANO IL PROGETTO DEI PORTALI: «COSÌ SONO INUTILI»
di Alessandra Coppola e Marco del Corona


L’idea dei «paifang» si smonta prima ancora che i portali siano costruiti alle estremità di via Sarpi. Li aveva proposti la comunità cinese, alcune associazioni di residenti avevano opposto una raccolta di firme e un progetto alternativo di archi verdi. Al consiglio di Zona 1, infine, il 1° aprile si era ipotizzato un compromesso: sì alle strutture tradizionali d’accesso a Chinatown, purché siano provvisorie.

Vale la pena investire 100 mila euro (almeno) per una costruzione che dopo Expo, quindi già a novembre, andrà demolita? I commercianti del quartiere, la vecchia generazione assieme ai ragazzi cresciuti qui che avevano lanciato la proposta, hanno valutato troppo alto il rischio. «Saremmo stati noi, con gli altri, a finanziare il progetto — spiega Francesco Wu, presidente dell’Unione imprenditori Italia-Cina — ma per così poco tempo è un costo consistente. Ci spiace che il Comune non abbia avuto il coraggio di portare avanti l’iniziativa, indipendentemente da Expo, sul modello di grandi città come Londra o Amsterdam. Non sarebbe stato un ghetto. Il paifang è una porta di benvenuto: aperta, non chiusa. Ma questo aspetto non è stato colto. Abbiamo desistito».

Soddisfatto Pier Franco Lionetto, presidente dell’Associazione ViviSarpi che s’era schierata contro l’iniziativa cinese: «Bene un quartiere multietnico — spiega — ma perché limitarlo con la definizione di Chinatown? Sarebbe stato sì ghettizzante». La preoccupazione di ViviSarpi continua a essere «il degrado del quartiere». Lionetto ha letto con attenzione l’inchiesta pubblicata ieri sul Corriere sul vistoso calo dei grossisti nella zona: «Dato interessante, che posso confermare con l’osservazione. Faccio però sinceramente fatica a contare su via Bramante 18 negozi italiani, però è vero che alcuni grossisti hanno chiuso». Restano aperti, aggiunge, «molti magazzini e depositi», che con il carico e scarico creano i maggiori problemi ai residenti: «Forse punti di appoggio dopo la chiusura. Strano, però, che resistano con questi affitti...».

Lavorare a Chinatown, infatti, è diventato per i commercianti cinesi (già alle prese con un euro troppo debole nei confronti del renminbi, la valuta di Pechino), una sfida contabile quotidiana. Il costo e gli affitti dei negozi sono ai limiti della sostenibilità: 90 metri quadri a uso commerciale valgono ormai sul milione di euro, prendere in locazione 45 metri costa 5 mila euro al mese. Questo significa che molti si accontentano di margini di guadagno risicati. Matteo ha in via Bramante un negozio di abiti per bambini, la tipologia «che rende meglio», sorride. È lui a spiegare i calcoli suoi e dei colleghi: «L’85% del prezzo di vendita di un prodotto all’ingrosso made in China se ne va in costi, il ricarico è del 15%. Alla fine ci si accontenta di un profitto netto del 10% o anche di meno, mentre un italiano non scenderebbe sotto il 20% o massimo 15%». Non è stato sempre così. «Gli anni d’oro sono stati il 2005-2006». Un’altra era.

postilla
Probabilmente, chi ha anche solo di sfuggita seguito qualche processo di gentrification (o di formazione di quartiere etnico nel percorso opposto di sostituzione sociale) ha già riconosciuto la contraddizione dei due articoli indipendenti pubblicati su due pagine diverse della medesima cronaca locale. Il primo in sostanza inneggia al classico processo di pesante trasformazione urbanistica con interventi edilizi importanti, dal famoso quartiere di Porta Nuova delle archistar ai suoi cerchi concentrici verso le zone confinanti. Il secondo cita una semplice scheggia di quello che avrebbe voluto essere il coronamento di una specie di auto-ghettizzazione, non priva di identici per quanto particolari effetti di rivalutazione immobiliare, e relativa espulsione. Quindi da un lato la gentrification classica, quella che allarga gli effetti fino a determinare sprawl nell’area metropolitana (inclusi i progetti di «decentramento» pilotato delle attività commerciali all’ingrosso), dall’altro la mancata «cinesizzazione», simbolica o meno, del distretto, che mantiene invece una corposa diversificazione, e dove pare impossibile applicare il folkloristico «brand». Tutto sommato, ne esce una immagine di vitalità, per quanto contraddittoria, che meriterebbe forse il sostegno di più consapevoli e durature politiche urbane, in parte già in atto, e magari estese oltre quel perimetro angusto della sola Chinatown, che pare oggi più una scivolosa trappola mentale che un vero e proprio definito quartiere (f.b.)
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