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martedì 28 luglio 2015

Decalogo per l’alternativa

«Costruire un’alternativa e renderla credibile e concreta si può, ma è necessario sapersi confrontare, discutere e alla fine convergere. Per questo è importante evitare la tentazione di piantare ciascuno la propria bandierina come è fondamentale rinunciare a qualche quarto di identità in favore della posta (alta) in gioco nei prossimi mesi». Il manifesto, 27 luglio 2015

Venerdì scorso dopo la sco­perta scien­ti­fica di “un’altra terra” nella Via Lat­tea, molti hanno soste­nuto che un altro mondo è pos­si­bile. Noi siamo più mode­sti e vogliamo sco­prire se un’altra sini­stra è pos­si­bile.Pen­sare a un’altra sini­stra signi­fica per­cor­rere molte strade nel pros­simo futuro, ma prio­ri­ta­ria è una discus­sione libera e schietta. Per­ciò il mani­fe­sto — da domani — mette a dispo­si­zione le pro­prie pagine, che ospi­te­ranno inter­venti, opi­nioni, com­menti delle donne e degli uomini che vogliono ragio­nare e con­fron­tarsi sul pre­sente e sul domani del nostro Paese. Per ini­ziare ecco, secondo me, alcuni spunti neces­sari alla riflessione.
E pro­prio per­ché si tratta di spunti — tanti altri pos­sono essere aggiunti — non è impor­tante l’ordine in cui ven­gono espo­sti. Dunque.

1) La for­ma­zione di un par­tito alla vec­chia maniera? Sarebbe oppor­tuno ten­tare un’evoluzione della spe­cie. La nascita di un nuovo sog­getto poli­tico? Auspi­ca­bile ma sarebbe ancora meglio met­tere insieme diversi “sog­getti” poli­tici, sociali, cul­tu­rali. Nelle forme più ampie pos­si­bile. Più aperte. Le meno set­ta­rie. Le più alter­na­tive. Per­ché c’è vita a sini­stra (del Pd), e si tratta di milioni di per­sone che vor­reb­bero vedere tra­sfor­mate in realtà le loro volontà di cambiamento.

2) Potremmo ragio­nare a lungo sul ruolo avuto dall’ex Pci nell’ultimo tren­ten­nio. Ci aiu­te­rebbe a capire quanto sono pro­fonde le ragioni che hanno osta­co­lato la nascita di una nuova sini­stra (nella quale va inse­rita anche la sto­ria del gruppo del Mani­fe­sto e del Pdup). Ma andremmo troppo lontano.
Con­cen­tria­moci invece sullo spa­zio lasciato dal Pd alla sua sini­stra. Ampio sicu­ra­mente, eppure sem­pre estre­ma­mente fram­men­tato: dai movi­menti per i diritti sociali a quelli per i diritti civili (emersi nel nostro arre­trato paese anche gra­zie allo scavo costante della cul­tura fem­mi­ni­sta, pro­ta­go­ni­sta e madre di un altro modo di pen­sare la politica).
Un ampio fronte che passa anche per alcune forme di aggre­ga­zione poli­tica strut­tu­rate in orga­niz­za­zioni e par­titi. Un fronte dif­fuso e varie­gato, privo però di una spinta uni­ta­ria con­vin­cente. Si pos­sono tro­vare diverse ragioni per spie­gare l’autoreferenzialità, magari anche utile per pun­tare l’attenzione sulle idee diverse di alter­na­tiva. Ma nes­suna iden­tità può bloc­care la neces­sità, e ormai l’urgenza, di tro­vare forme, obiet­tivi, uni­tari. Con l’ambizione di essere un’alternativa poli­tica oggi e di governo domani. E quindi in grado di pre­sen­tarsi con pro­grammi e alleanze sociali lar­ghe e tra­sver­sali. In Ita­lia e in Europa.

3) Oggi all’ordine del giorno non c’è la rivo­lu­zione ma un’idea di rifor­mi­smo di sini­stra in grado di per­sua­dere milioni di per­sone. Kark Marx ai cri­tici del suo soste­gno alla legge delle dieci ore rispon­deva così: «Per la prima volta alla chiara luce del sole, l’economia poli­tica del pro­le­ta­riato ha pre­valso sull’economia poli­tica del Capi­tale». Nes­suna rivo­lu­zione, ideo­lo­gica e auto con­tem­pla­tiva ma cam­bia­menti radi­cali, di base.
Quei cam­bia­menti che un tempo si chia­ma­vano “riforme di strut­tura”, per indi­care un metodo paci­fico e pro­gres­sivo di muta­zioni pro­fonde nell’assetto eco­no­mico e sociale. Fino a poco tempo fa pen­sa­vamo che que­sta idea forte di rifor­mi­smo fosse impos­si­bile da rea­liz­zare. La con­qui­sta del governo di Tsi­pras e la recente affer­ma­zione di Pode­mos, hanno dimo­strato che le nuove idee pos­sono avere grande riscon­tro tra­sver­sal­mente nei diversi strati sociali ridi­se­gnati dall’impoverimento pro­vo­cato dalla crisi, e den­tro le forme della demo­cra­zia. Diretta, refe­ren­da­ria, inter­net­tiana, assem­bleare, e comun­que rappresentativa.
Ma il con­senso arriva solo quando tutto que­sto rie­sce ad essere con­vin­cente per­ché viene rap­pre­sen­tato da per­sone, gruppi, movi­menti che hanno saputo inter­pre­tare con serietà e prag­ma­ti­smo la lotta per il cambiamento.

4) Tutto quello che si muove al di fuori del Pd è con­vin­cente, signi­fi­ca­tivo? Intanto una parte dell’area sociale e cul­tu­rale alter­na­tiva — soprat­tutto quella gio­va­nile — si è rico­no­sciuta nel Movi­mento 5Stelle. Non per­ché (non solo) non esi­steva un’altra pro­po­sta forte, ma per­ché il M5S è andato a fondo con­tro il sistema cor­rotto dei par­titi, pun­tando sull’onestà ammi­ni­stra­tiva, sulla lotta al malaf­fare e ai pri­vi­legi della casta, sulla capa­cità di fare oppo­si­zione sui temi dei diritti civili e dell’ambientalismo. Tut­ta­via anche i 5Stelle, per diven­tare una forza ege­mo­nica, dovranno libe­rarsi da una strut­tura auto­ri­ta­ria costi­tuita da un capo poli­tico e da uno ideo­lo­gico. Da una voca­zione set­ta­ria che può diven­tare peri­co­losa, pro­prio per­ché con­vince milioni di per­sone. Il M5S l’ha già vinta e potrà vin­cere altre impor­tanti par­tite elet­to­rali, tut­ta­via l’ideologia del “chi non è con me è con­tro di me” non ci piace, per­ché dispo­tica e violenta.

5) Una vasta area di ita­liani, milioni di donne, uomini, gio­vani, anziani hanno scelto Sel, l’altra Europa di Tsi­pras, più pic­cole orga­niz­za­zioni che si richia­mano al comu­ni­smo, oppure solo la lotta di piazza, per i diritti civili e sociali o su obiet­tivi spe­ci­fici (i no Tav, i no Triv quelli che Renzi chiama “comi­tati e comi­ta­tini”) e anche il non voto.
C’è la parte di società rap­pre­sen­tata da Lan­dini e quella che si rico­no­sce diret­ta­mente nei fuo­riu­sciti del Pd (Civati e Fas­sina) e nella mino­ranza anti­ren­ziana. La lotta che il movi­mento sin­da­cale ha orga­niz­zato, trai­nato dalla Cgil, con­tro il Jobs Act e con­tro le nuove leggi sulla scuola ha espresso una potente sog­get­ti­vità, gua­da­gnan­dosi l’attacco duro e costante del premier/segretario dell’ex par­tito di rife­ri­mento. Que­ste e altre sono le poten­zia­lità di una “cosa” di nuova sinistra.
Ma qui ripeto una rifles­sione che Vit­to­rio Foa ci pro­po­neva già nel fati­dico 1977: «Come mai le scon­fitte elet­to­rali, sociali e poli­ti­che non scal­fi­scono le nostre sicu­rezze?». Una domanda che faceva rife­ri­mento a un sistema poli­tico ancora fon­dato sui grandi par­titi di massa. Quei par­titi sono scom­parsi, ma l’errore rischia di per­ma­nere per­ché la ten­ta­zione di pian­tare cia­scuno la pro­pria ban­die­rina, la cat­tiva abi­tu­dine di non saper rinun­ciare a parti della pro­pria iden­tità in favore dell’unità, è una sorta di tara gene­tica dif­fi­cile da curare.

6) Natu­ral­mente è vitale per la sini­stra essere in grado di misu­rarsi con i pro­fondi cam­bia­menti inter­ve­nuti negli ultimi anni nel mondo del lavoro, sem­pre più dif­fi­cile da rap­pre­sen­tare per la pro­gres­siva, pro­fonda, ine­dita par­cel­liz­za­zione delle figure pro­fes­sio­nali. Accanto a lavori imma­te­riali che pro­iet­tano lo sguardo nel mondo delle reti dove tempo di vita e tempo di lavoro non sono più distin­gui­bili, con­vi­vono lavori pri­mi­tivi, poveri, di sfrut­ta­mento ottocentesco.
Chi sono oggi i lavo­ra­tori? Cos’è il lavoro? E come e quanto viene rico­no­sciuto? Su que­sto aspetto della vita col­let­tiva sono avve­nuti i cam­bia­menti più forti, che hanno por­tato ad un inde­bo­li­mento della rap­pre­senta tra­di­zio­nale e ad un nuovo sfrut­ta­mento, con lavori sot­to­pa­gati, prov­vi­sori, pre­cari. Per milioni di per­sone c’è povertà e non c’è futuro: una sini­stra vera deve pen­sare non solo a chi ha un posto assi­cu­rato, ma ai più deboli, ai più fra­gili, a quei milioni di donne e di uomini costretti alla soprav­vi­venza da pen­sioni da fame. Una forza nuova di sini­stra dovrebbe avere come prio­rità l’impegno per i gio­vani senza lavoro o pre­cari e i pen­sio­nati meno protetti.

7) L’immigrazione dei nostri tempi è un feno­meno strut­tu­rale che insieme alla crisi eco­no­mica, ai nuovi con­flitti che ali­men­tiamo (nella spi­rale guerra-terrorismo-guerra), all’invecchiamento della popo­la­zione euro­pea sti­mola pro­getti e alter­na­tive visioni del mondo. Met­tendo in discus­sione e a dura prova uno degli aspetti fon­danti dell’economia e della società occi­den­tale: il wel­fare. Sem­pre più povero, sem­pre meno inclusivo.
Ma quale sarà la strut­tura eco­no­mica di base se il capi­ta­li­smo tem­pe­rato dalla social­de­mo­cra­zia non ha tro­vato nem­meno una voce nella lunga, aspra, rive­la­trice lotta del pic­colo David greco con­tro il gigante Golia euro­peo? Sul nostro gior­nale alcuni e diversi intel­let­tuali hanno ini­ziato ad abboz­zare idee e linee di un piano su immigrazione-lavoro-beni cul­tu­rali e ambien­tali che andrebbe svi­lup­pato. Ma la rispo­sta alla tra­ge­dia che coin­volge in par­ti­co­lare i dispe­rati del Sud del mondo non può essere l’egoismo, la ripro­po­si­zione del privilegio.
A quelli che ven­gono in Europa con una spe­ranza di vita e con ener­gie intel­let­tuali da offrire, dob­biamo dare un inse­ri­mento rispet­toso delle cul­ture e delle tra­di­zioni altrui. E dob­biamo essere intran­si­genti con­tro chi spe­cula e cerca con­sensi. Una società non soli­dale non ci interessa.

8) Le riforme sono molto impor­tanti, anche quelle isti­tu­zio­nali ed elet­to­rali. Solo chi è cieco non vede che con le nuove leggi si dà troppo potere ad un solo par­tito e solo al capo di quel par­tito. Non a caso men­tre si met­tono in un angolo i con­trap­pesi isti­tu­zio­nali, si cavalca il web come stru­mento di demo­cra­zia diretta, si inde­bo­li­scono le rap­pre­sen­tanze di base, si orienta la mac­china elet­to­rale verso forme di unzione popo­lare. Si punta — dall’avvento del ber­lu­sco­ni­smo — a raf­for­zare il ruolo dell’uomo solo al comando. (A que­sto pro­po­sito dovrebbe essere con­tra­stata la ten­denza al lea­de­ri­smo esasperato).
Comun­que appli­care la Costi­tu­zione non signi­fica imbal­sa­marla ma pro­porre una riforma del bica­me­ra­li­smo e della legge elet­to­rale per una nuova orga­niz­za­zione dei poteri. Ini­ziando dal modello comu­nale, pos­si­bile labo­ra­to­rio di altre forme par­te­ci­pa­tive (e ambien­ta­li­ste), di espe­rienze sul campo per l’applicazione dell’idea dei beni comuni, lon­tani da vec­chie logi­che sta­ta­li­ste, nono­stante l’interpretazione dei mono­toni libe­ri­sti che dila­gano sul Cor­riere della Sera. Fino alla forma di governo nazio­nale, al rap­porto tra Legi­sla­tivo e Esecutivo.

9) Non si può met­tere tra paren­tesi o dimen­ti­care ciò che nel mondo con­tem­po­ra­neo tutto ingloba e resti­tui­sce: la comu­ni­ca­zione. Cosa diversa dall’informazione, dall’autonomia dei media dai poteri indu­striali e finan­ziari. La comu­ni­ca­zione è oggi mar­ke­ting poli­tico, nar­ra­zione di nuove lea­der­ship come dimo­strano gril­li­smo e M5S. Si tratta di stru­menti che la sini­stra poli­tica sa usare poco ma che per for­tuna i gio­vani dei movi­menti rie­scono a maneg­giare meglio (la maschera di Ano­ny­mous, i flash mob, le moda­lità della piazza).
Tut­ta­via il potere dei media in Ita­lia è ancora e soprat­tutto tele­vi­sivo, fin dai tempi della tv di Ber­na­bei per arri­vare a Ber­lu­sconi. Un par­tito padrone della tv, più o meno magna­nimo e plu­ra­li­sta. E ancora oggi assi­stiamo a una non-riforma, a una non-modernizzazione, ma sem­pli­ce­mente a una con­cen­tra­zione del potere in un’unica figura di deci­sore. Men­tre la stampa risponde a logi­che di gruppi indu­striali nazio­nali sem­pre più deboli e inde­bi­tati, sem­pre più dispo­sti a omag­giare il potere poli­tico, in una com­mi­stione spesso inestricabile.
Com’è pos­si­bile che oggi tutti sia come e peg­gio di sessant’anni fa?

10) La vicenda greca, che ha impe­gnato e ancora impe­gnerà a lungo tutti noi, ha chia­rito che non c’è — e non c’è mai stata — l’Europa pen­sata dai padri fon­da­tori come Altiero Spi­nelli. Oggi c’è un’Europa che viag­gia a diverse velo­cità, divisa tra Nord e Sud, che si regola sulle eco­no­mie dei paesi più forti. L’idea degli Stati Uniti d’Europa ha ancora una sua forza trai­nante? E’ la moneta che decide o è uno stru­mento della poli­tica che la determina?
Quindi la que­stione cen­trale è in una domanda: c’è vita a sini­stra? Sì, c’è, ed è un mondo. Però dopo viene tutto il resto. Chi dovrebbe farne parte? Quali pro­po­ste di governo dovrebbe avere? Che idea di futuro può pro­porre? Come deve orga­niz­zarsi? Ha biso­gno di un lea­der come nella sini­stra greca e spagnola?

Questo è solo l'inizio della riflessione che il manifesto intende ospitare.
E che dovrà essere ampia, aperta, veri­tiera, libera da vec­chi schemi e inges­sa­ture poli­ti­che. Vedremo dove appro­derà. Ma sono certa che potrà dare un senso a quel con­fronto ormai non più rin­via­bile per tutti coloro che hanno cre­duto e cre­dono in una società demo­cra­tica, diversa, attenta e impe­gnata sui diritti sociali e civili di milioni di persone.

Cam­biare si deve. Ma le espe­rienze greca e spa­gnola ci dicono soprat­tutto che si può.
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